Pur nel suo stile “austero”, Mario Monti non perde occasione per bacchettare a destra e a manca tranciando giudizi “politici” a dir poco discutibili. A parte la gaffe sulla “noia” del posto fisso, il premier fuori dai partiti e fuori dalle ideologie, si è invece espresso “ideologicamente” sulle responsabilità della attuale crisi.
“Perché l’Italia è ridotta un po’ male? - si chiede il Prof - Perché per decenni i governi italiani hanno avuto troppo cuore e hanno profuso troppo buonismo sociale”. Monti si riferisce alla prima Repubblica e elimina così con una sterile battuta i primi 50 anni della storia repubblicana, storia non certo priva di magagne e lati oscuri ma anche di scelte e fatti positivi, tant’è che l’Italia aveva fatti passi da gigante sul piano economico e sociale consolidando libertà e democrazia.
Insomma anche Monti, così come Berlusconi, Bossi & soci di vari colori, sembra nascondersi dietro l’eredita della “prima Repubblica”, dimenticandosi ciò che è accaduto in questi ultimi venti anni della seconda Repubblica. Indubbiamente non si può ripercorrere la strada del primo mezzo secolo dal post fascismo in avanti ma peggio ancora sarebbe tornare sul sentiero tracciato dal berlusconismo e dall’anti berlusconismo che ha portato il Paese sull’orlo del baratro.
E non solo in economia: dal bipolarismo coatto al liberismo esasperato, dai partiti padronali acchiappatutto al parlamento dei nominati con il Porcellum, dalle cricche al bunga bunga, dalla disgregazione del senso morale e della cosa pubblica ecc. In Italia c’è il più alto tasso di evasione fiscale e il welfare più scadente in Europa. In ogni settore della spesa pubblica ci sono ruberie, clientelismo ed incompetenza.
Lo dimostra anche il nevone di questi giorni. E anche di fronte all’emergenza maltempo di queste ore il Prof non può lavarsene le mani con esortazioni ecumeniche, usando i verbi al condizionale e, di fatto, non muovendo un dito.
“Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi”. Parole di Enrico Berlinguer, prima Repubblica. Perché Mario Monti non prova a rispondere?
L’ammonimento di Indro Montanelli - “Guai fidarsi di Silvio Berlusconi” – sembra tornare d’attualità. Il Cavaliere resta uno spregiudicato giocatore, capace di cambiare ripetutamente le carte in tavola. Dal “berlusconismo” al “fregolismo” il passo è breve con il “Ghe pensi mi” ancor più abile della star della bella epoque nel trasformismo scenico che gli consentiva di cambiare in pochi secondi la caratterizzazione del personaggio che andava a interpretare.
Un gioco ad alto rischio, quello dell’ex premier, ma forse ad alto rendimento. Al mattino garantisce l’appoggio a Monti e il pomeriggio pugnala in Parlamento col voto segreto sulla responsabilità civile dei giudici i magistrati, i partner della maggioranza di governo e l’esecutivo; ricorda sempre il proprio senso di responsabilità per aver lasciato Palazzo Chigi dimenticando lo spappolamento della propria maggioranza e i disastri del proprio governo.
E’ un continuo stop and go, per cercare di rassicurare i suoi, fermare la caduta libera del Pdl nei sondaggi, recuperare Bossi e ricostruire l’antica alleanza anche in vista delle importanti elezioni amministrative di maggio. Soprattutto il Cavaliere vuole sbalestrare la forza potenzialmente vincente delle prossime elezioni, quel Pd sempre più in crisi di nervi, preoccupato degli zig-zag di Berlusconi, e soprattutto attento a non cadere nella trappola difendendo Monti e pagandone poi il dazio alle urne.
A lungo andare, e se davvero Monti avesse successo, la logica delle imboscate e della guerriglia potrebbe trasformarsi in boomerang per lo stesso Berlusconi: basta un niente perché l’ala più responsabile del Pdl, di fronte ad una linea marcatamente demagogica e populista del ricostituendo binomio B&B, porti il partito all’implosione.
Per adesso, però, ad andare in tilt è Pier Luigi Bersani, consapevole del rischio di rimanere con il cerino in mano. Il segretario del Pd è molto deluso per la piega degli eventi: il voto sulla giustizia, il colpo di mano del centrodestra sulla Rai, gli strappi di Monti e Fornero sul mercato del lavoro scuotono la base del partito e le correnti interne. In pratica il Pd rischia di vedersi relegato nel ruolo di “portatore d’acqua” di questo esecutivo. O, ancor peggio, di rimanere stretto fra l’incudine e il martello: se Monti gliela fa e “salva” l’Italia al Pd non va nessun merito, ma se Monti fallisce e salta, è il Pd che rischia grosso alle urne.
Bersani teme che la situazione sfugga di mano al Governo, fino a rendere ingestibile il Parlamento. E sa che il gioco “sporco” di Berlusconi può riuscire. Come far gettare la maschera al Cav? Solo con una forte e incalzante azione politica, su tutti i fronti, in Parlamento e nelle piazze. E qui casca l’asino (il Pd).
Se Atene piange, Sparta non ride. Se Mario Monti avanza a zig-zag su una pista minata cercando di coniugare risanamento e riforme, sacrifici e ripresa, i partiti che lo sostengono borbottano e mandano giù rospi, “costretti” a dargli il disco verde, fermi nelle rispettive roccaforti.
Possono fare altro, Berlusconi, Bersani, Casini, quando meno del 4 per cento degli italiani nutre ancora fiducia nei partiti? Potremmo chiuderla qui, con l’antico adagio: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”.
Non sono stati il berlusconismo e l’antiberlusconismo, il bipolarismo Made in Italy, la seconda Repubblica delle … banane, il parlamento dei nominati, i partiti personali-padronali, la commistione fra politica e affari, l’occupazione delle Istituzioni da parte dei partiti, i politici “inventati” amici delle cricche del malaffare, ad avere prodotto il distacco fra potere e cittadini, fra amministrati e amministratori, fra casta e popolo?
Ora, di fronte a tutto ciò, di fronte agli imprenditori-politici dediti al Bunga bunga e alle leggi ad personam o ai politici professionali “astratti” dediti a cercare identità e progettualità, Mario Monti appare Massimiliano Robespierre e il suo governo, quasi quello dei bolscevichi di Lenin.
In effetti Monti fa quello che tutti hanno già fatto (risanamento pagato dai soliti noti) e cerca di fare quello che nessuno ha mai fatto nella seconda Repubblica (rilancio con qualche riformina che però scuote le solite corporazioni). Tant’è che dal Pdl gridano: “Ma questo è il Prodi tre!” e dal Pd non s’ode voce, temendo di pagare pegno alle urne del 2013. Da banda opposta, Bossi e Di Pietro soffiano irresponsabilmente sul fuoco.
Se Monti riesce ad evitare mine e trabocchetti, dialogando con il Paese reale, gliela farà. Con i partiti pronti a rubargli (non solo) la scena. Se Monti crolla, i partiti incolperanno il prof ma ne seguiranno ignominiosamente la sorte.
Un dato è certo: i partiti non possono stare ancora a mugugnare dietro i loro usci socchiusi. O escono allo scoperto o saranno gli italiani a stanarli. Con l’indifferenza. Ma quale Italia senza partiti?
E’ stato innanzi tutto uomo di questo tempo, Giorgio Bocca, che diceva “pane al pane e vino al vino” e scriveva come parlava.
Uno così, morto ieri a 91 anni, è sempre andato controcorrente, seguendo il filo della propria ragione, capace di ammettere l’errore quando l’evidenza smentiva i fatti, anche quelli da lui raccontati. Mai fazioso, mai con la penna intinta nel calamaio della propaganda, un giornalista, uno scrittore e uno storico italiano fra gli italiani, fratelli “minori” sempre da bacchettare e da prendere per mano.
Era un “anti” per vocazione perché innamorato di quella giustizia e di quella libertà che cercava sempre da un’altra parte. Fu un instancabile, e spesso solitario, “scavatore” dei fenomeni più controversi della società e della politica italiana, con il gusto di una ironia dal sapore amaro, legata alle dure leggi della realtà storica e alle angustie dei fatti quotidiani.
Fuori dal gregge, quindi: lupo solitario antifascista dopo la sbornia giovanile del Duce, anticomunista, anticraxiano e antiberlusconiano tutto d’un pezzo, andava ben oltre l’ululare e l’abbaiare, privilegiando i fatti, da cui scaturiva l’analisi, per lo più asciutta e impietosa.
In una sua memorabile biografia di Palmiro Togliatti – vera e implacabile pietra miliare sul PCI e sul comunismo – Bocca scriveva: “Non si capisce Togliatti se non si capisce che anche il suo lucido realismo che alcuni chiamano cinismo, il suo intellettualismo, la sua accettazione dei poteri “millenari” delle grandi istituzioni, fossero la Chiesa Catolica o il grande stato socialista, avevano un senso perché credeva, pensava che stesse sorgendo una società nuova. Sbagliava, ma quanti uomini, quante generazioni hanno commesso un errore simile? E cosa sarebbe la storia degli uomini senza questi errori?”. Già.
Bocca se ne è andato con il suo solito sorriso stretto fra i denti: il berlusconismo è andato a rotoli, ma anche il Paese è nel pantano, come prima. Dare dignità “culturale” agli italiani, resta la meta. La battaglia continua. Non sarà facile rimpiazzare, nella prima fila, uno come Giorgio Bocca. Non solo un galantuomo.
Con la (certa) approvazione di oggi alle Camere del decreto anti crisi la politica italiana entra in una fase nuova e anche il Paese imbocca la svolta. Verso dove, non si sa ancora.
Quel che è certo è il cambio di stile, il cambio di passo, il “taglio” e lo “spessore” anche culturale del premier e del suo governo, rispetto a quello precedente e a quelli degli ultimi 18 anni. Le berlusconate del Cavaliere e le fanfaronate del Senatur sembrano ingialliti repertori da farsa. Rappresentazione maldestra del teatrino dei pupi, di un castello di cartapesta, che ha portato l’Italia dei partiti padronali, dei parlamentari nominati, del bunga-bunga, delle leggi ad personam, del Trota, delle cricche del malaffare, a un passo dalla tragedia.
Qui siamo. Nel deserto. Dentro il morso di una grave crisi mondiale ma che in Italia ha fatto terra bruciata per responsabilità della politica, per colpe gravissime di Berlusconi e del berlusconismo, ma anche per responsabilità, altrettanti gravi, dei suoi avversari e nemici di ogni colore.
Nessuno oggi gode per il decreto “salva Italia” di Monti. Tutti, in modo diverso, ne sono colpiti. Si può migliorare. Ma in 18 giorni, tentare la svolta dopo 18 anni di nulla, è già un miracolo all’italiana.
Non c’è solo una pesante crisi economica e politica, ma una crisi di fiducia, una crisi morale che grava sulla politica e sulla cultura dei cittadini. Non se ne uscirà indenni. Il Paese non sarà più come prima. Non c’è solo lo spread: serve una risposta economica, sociale e culturale alla crisi italiana.
Il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha evitato la catastrofe. Ora tocca a Monti iniziare il tratto di strada in salita.
Dov’è la politica? Se dovesse limitarsi a borbottare e a minacciare, riattivando i fantasmi del populismo, si condannerebbe inesorabilmente all’isolamento, senza più via d’uscita. Questa politica ha fallito, è stata cancellata, è solo spettatrice, costretta per la propria inconsistenza, a passare la mano. Ora ha il dovere di rifondarsi, ripartendo da zero. Altrimenti l’Italia può forse uscire dalla crisi economica ma anche uscire dalla democrazia.
Dopo il gran rientro di oggi alla convention veronese Pdl dei “Liberal Popolari” di Carlo Giovanardi c’è chi dice che non c’è niente da fare: a Silvio Berlusconi gli è rimasto il chiodo fisso dei comunisti.
Dal palco, fra grandi ovazioni, il Cavaliere rilancia il grido di battaglia: “Abbiamo il dovere di continuare a combattere per la nostra libertà. È il primo dei diritti dentro il quale esistono tutti gli altri”. Così l’ex premier ha riscaldato il cuore infreddolito dei suoi fans, terrorizzati di essere diventati oramai (politicamente) orfani.
“Siamo scesi in campo nel 1994 - ha continuato il padre-padrone del Partito del predellino- perché non volevamo che il Paese cadesse nelle mani di quei signori che erano e che ancora nel loro profondo sono comunisti. Per questo siamo stati in campo, restiamo in campo e saremo ancora in campo. Continuiamo uniti a combattere”.
Chi s’accontenta a dire che Berlusconi non ha capito, che lui è fuori, e deve andare a fare il nonnino avrà un brutto risveglio. Chi scrive questa breve nota non può certo essere tacciato di filo berlusconismo. Ma, anche in politica, non c’è peggior sordo di chi “non vuole sentire”. Berlusconi è tutto, meno che uno sprovveduto: il tasto che torna a premere sul “comunismo” muove le corde capaci di riavvivare il pancione vasto e profondo dell’italiano medio, deluso e incazzato, impregnato nella più ottusa e qualunquista concezione dell’anti politica, pronto a cadere due volte nella stessa trappola del populismo e della demagogia.
Monti deve svolgere il suo “buon” lavoro. Ma senza i partiti (veri) e la politica (vera) in campo, per di più nel gorgo dell’inciucio, si torna nel vicolo cieco del berlusconismo. Con o senza Berlusconi in campo, fa lo stesso.
Si è chiusa una settimana storica che ha visto l’uscita “forzata” di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi e la nascita, a tempo record, del nuovo governo di Mario Monti.
Il Cavaliere non intende gettare la spugna e abbandonare la politica: ma il fatto che non è intervenuto alla Camera sulla fiducia, che continui nel refrain delle minacce e dei propositi di rivincita, che si accontenti di “rassicurare” (se stesso?) che Monti non si candiderà nel 2013, dimostra lo stato di sbandamento personale e politico in cui è sprofondato insieme al Pdl e alla ex maggioranza. Non c’è dubbio alcuno che il vero grande sconfitto è Berlusconi, una sconfitta non tanto e non solo legata alle schegge degli scandali del bunga bunga e delle pendenze giudiziarie, bensì al fallimento politico del berlusconismo.
Per l’epilogo di questa operazione, decisivo è stato sul piano politico-istituzionale, il ruolo del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Ma, forse ancor di più, decisivo è stato il ruolo, diretto e indiretto, della Chiesa che, specie dopo Todi, aveva dato l’ok per staccare la spina al governo di B&B. Non a caso, tre autorevoli ministri del nuovo esecutivo, erano relatori al meeting (a porte chiuse) nella cittadina umbra: è questo il segnale e il messaggio per il nuovo impegno dei cattolici in politica lanciato con insistenza da Angelo Bagnasco e anche da Benedetto XVI.
Ora, al di là della confusione e del polverone di Berlusconi e di Bossi, il quadro politico si avvia a una scomposizione per una prossima ricomposizione che può davvero chiudere l’infinita fase di transizione dalla prima alla seconda Repubblica.
Il nuovo grande partito dei “moderati” è dietro l’angolo: non la rinascita della DC dei nostalgici ancorati nella zattera dell’amarcord, ma una forza politica nuova del XXI secolo, non dissimile dalla CDU tedesca, molto pragmatica, del rigore dei conti, dell’era tecnologica, laica ma di ispirazione cristiana nei valori “non negoziabili”, sulle orme della dottrina sociale della Chiesa.
In un partito siffatto, tutto da costruire, per Silvio Berlusconi non c’è posto, in nessun ruolo. Se questo è un possibile (probabile) orizzonte futuro della politica italiana, la sinistra e lo stesso Pd non possono più rimanere fermi dietro i loro steccati.
Oggi Mario Monti chiude le consultazioni con i partiti e le forze sociali e poi scioglierà la riserva. Inutile sgranare il rosario su ciò che accadrà nelle prossime ore.
Sta di fatto che la situazione del Paese resta aggrappata a un filo, sotto il martellamento dei mercati e lo spettro del default, con la politica, tutta o quasi, che continua a privilegiare i propri interessi rispetto a quelli del Paese. Siamo di fronte a un doppio limite: da una parte i partiti vogliono condizionare (fino al ricatto) Monti sul piano programmatico e su quello della composizione dell’esecutivo, dall’altra provano a stare sul davanzale, pronti a scaricare il professore in caso di aborto o fallimento del governo “tecnico”, pronti alle elezioni anticipate.
Se malauguratamente, per i veti incrociati, Monti non dovesse farcela a decollare, i partiti se ne laveranno le mani, incolpandosi reciprocamente. Monti rischia di partire con un governo solo apparentemente forte perché “autonomo”, in realtà debolissimo perché figlio di “nessuno”, in balia di chi è sempre pronto a staccare la spina.
In definitiva, è l’ennesima dimostrazione della latitanza della politica italiana di questi oramai ultimi 20 anni: berlusconismo e antiberlusconismo sono andati a braccetto producendo questa tela bucata. In altri tempi, anche più drammatici, il Paese è stato affidato a governi “monocolori” (come di fatto sarà quello cui sta lavorando Monti): ma sempre i partiti, con autorevolezza, hanno avuto la forza e la capacità di trovare la coesione.
Come accadde, ad esempio, nel triennio 1976-78 (governo Andreotti), quando si uscì dall’emergenza economica e fu battuto il terrorismo. Certo, altri tempi e altri leader che rispondevano ai nomi di Moro, Berlinguer, Craxi. Insomma, partiti in campo: così è stato anche per la Germania pochi anni fa con la grande coalizione, così in questi giorni in Grecia con il governo di unità nazionale.
Invece, qui Berlusconi e il Pdl hanno tirato la corda fin oltre il limite e tutt’ora ex premier ed ex maggioranza ricattano e cercano rivincite. Qui Bossi e la Lega, saltano l’incontro con Monti e riaprono il parlamento padano nella logica della secessione. Qui, dall’altro versante, Fini torna a inciuciare col Cavaliere e Casini gioca le carte del Terzo Polo, un’etichetta elettoralistica, pensando a se stesso (e al Quirinale), qui il Pd sta alla finestra, qui la sinistra “spara” già contro Monti, come la Lega.
Insomma, Monti rischia grosso. L’Italia rischia tutto.
Oggi inizia il dopo Berlusconi. Da qui si parte, anzi, si riparte. Non è cosa da poco: il Cavaliere è stato premier per 3336 gironi, secondo solo a Giolitti, ha interpretato pro domo sua la fine della prima Repubblica, con una dose quasi letale di antipolitica, demagogia, populismo.
Il “Ghe pensi mi” ha fallito totalmente, incapace di riformare l’Italia, incapace di affrontare la crisi internazionale. L’inquinamento del berlusconismo graverà per anni sugli italiani.
Le dimissioni di Berlusconi sono un fatto politico di grande rilievo, dimissioni scaturite anche sul piano formale da un atto politico-istituzionale: la sconfitta parlamentare del governo in occasione del voto sul Rendiconto generale dello Stato, la scorsa settimana. Il ko su un atto fondamentale, perché senza la sua approvazione non si può approvare né la legge di Bilancio né la legge Finanziaria.
Come ricorda oggi Eugenio Scalfari su La Repubblica: “In quell’occasione le opposizioni, rafforzate da un gruppo di dissidenti usciti dalle file del Pdl, decisero di astenersi e in questo modo di contarsi e di contare i voti della maggioranza. Il risultato fu duplice: da un lato il Rendiconto fu approvato come era assai opportuno per non bloccare la macchina dello Stato; dall’altro il risultato della conta fu di 308 voti della maggioranza e di 321 voti dell’opposizione. Poiché la maggioranza, per esser tale, deve avere almeno 316 voti, da quel giorno ha cessato di esistere tant’è che Berlusconi, responsabilmente, andò al Quirinale e presentò le proprie dimissioni “a scadenza”. La scadenza è arrivata oggi ed oggi infatti quelle dimissioni sono diventate esecutive”.
Da qui, appunto, dalla debacle politica di 17 anni di berlusconismo e dalla sconfitta del governo Berlusconi alla Camera della settimana scorsa, si ricomincia.
Quella del nuovo governo Monti è una sfida difficile, impossibile se la politica non antepone gli interessi del Paese a quelli particolari. Le frange oltranziste di Lega e Pdl da oggi mobiliteranno i guastatori per approntare trappole sul cammino del governo Monti. La ringhiosità di Bossi smarrito, lo squagliamento del gregge del Pdl con il pastore azzoppato e disarcionato, ma anche la sinistra spiazzata orfana di Berlusconi, non lasciano intravedere nulla di buono. All’Italia oggi non servono né vendette né rivincite.
Quelle di Monti non saranno scelte “tecniche”, bensì atti politici che incideranno pesantemente nella vita degli italiani. Serve completa discontinuità rispetto al governo Berlusconi: risanamento con sacrifici equi, finalizzati alla crescita.
Non sarà davvero un ballo di gala. Ma l’alternativa è il fallimento di una nazione, il ko di un continente.
In queste ore la posta in gioco è alta e va anche oltre la possibilità della costituzione di un nuovo governo per evitare le elezioni anticipate e tentare di arginare la morsa della crisi in atto e rilanciare la ripresa. C’è attesa per capire se si è alla vigilia di una svolta politica, ma anche di una svolta più generale di pensare e di vivere degli italiani, sul piano sociale, culturale, etico, morale, di costume, rispetto agli ultimi diciassette anni.
Silvio Berlusconi ha ieri affermato che con lui finisce la seconda Repubblica. Ma è mai nata davvero la seconda Repubblica?
Cosa c’è stato in Italia dopo lo tsunami di tangentopoli che, con la prima Repubblica, ha decapitato i grandi partiti di massa, ideologicamente malati e corrotti, ma protagonisti della Resistenza e della ricostruzione democratica ed economica dell’Italia?
Non è stato proprio il berlusconismo, con l’antipolitica populista e demagogica, di false promesse e leggi ad personam, di conflitto d’interessi e commistione fra politica e affari, di società dell’apparire, del possedere, del superficiale, dell’effimero, dei furbetti del quartierino, del bunga bugna della politica ridotta a mercato delle vacche, ad avere bloccato l’evoluzione positiva del dopo tangentopoli? Non è stato proprio Berlusconi ad aver reciso le grandi aspettative di una Italia nuova, diversa, liberata dalla piovra della partitocrazia?
Oggi raccogliamo i frutti del berlusconismo, con un Paese inquinato e degradato, ridotto allo stremo, in balia della speculazione internazionale. Se davvero siamo al dunque, alla sconfitta e alla fuoriuscita del Cavaliere, forse – come dice lo storico Lucio Villari – “arriva solo adesso la possibilità della ricostruzione dalla prima alla seconda Repubblica”.
Il tentativo di Monti, se decollerà grazie soprattutto all’impegno del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, va inteso come un passaggio per uscire dal fosso e ripartire. Nessun miracolo, solo la certezza di un premier “a posto” e rispettabile sul piano morale ed etico, ancor prima che su quello politico. Poi, nella ritrovata “normalità”, non servirà un altro uomo della provvidenza.
Serve invece, e da subito, la ricostruzione della fiducia negli italiani, che passa attraverso una nuova rete democratica con Istituzioni e partiti veri al servizio dello Stato e della gente, all’altezza delle sfide difficili ma anche esaltanti. Deve scendere in campo una nuova classe dirigente, non nominata, onesta e capace, innovativa ma spinta da ideali e valori profondi e condivisi, frutto di una selezione democratica che solo la partecipazione attiva e costante dei cittadini può garantire. Questa di Mario Monti è solo un’occasione. Ma può essere l’ultima.