La faccia “tosta” dei politici è ben nota. Un esempio riguarda i leader dei partiti (a dire la verità, escluso Pier Ferdinando Casini) che per quasi due decenni hanno osannato la seconda Repubblica e oggi fingono di essere stati muti o assenti per vent’anni.
Ancora una volta neppure una parola di autocritica degli esponenti dei partiti di fronte a un fallimento politico e istituzionale di enorme portata.
Il governo dei “tecnici” è l’iceberg di questo fallimento dei partiti e lo stesso premier Monti scivola su una buccia di banana quando incolpa la prima Repubblica “spendacciona” sorvolando sui venti anni successivi. Il Prof, in questo caso, sbaglia anche sul piano economico, come dimostrano anche i resoconti di Oscar Giannino sul debito pubblico, la cui impennata è avvenuta, appunto, dagli anni ’90 ad oggi. L’Italia non cresce più dal 1995, smantellando inoltre il patrimonio societario pubblico e quello della grande industria.
Ma non c’è solo il debito pubblico e la crisi economica di matrice internazionale. L’affaire, oltre modo squallido, Lusi-Margherita riapre la piaga della questione morale dei partiti e dell’etica personale dei dirigenti politici: è l’iceberg del degrado dei partiti padronali, dei capi e dei capetti, il cui culto dà carta bianca a cricche e affaristi di ogni risma, a tutti i livelli. I partiti “liquidi” hanno favorito esclusivamente gli interessi personali dal centro alla periferia a scapito degli interessi generali del Paese. Sono stati cancellati in vario modo politici per lo più preparati, capaci e onesti, frutto di una dura selezione democratica, profondamente legati al territorio. I leader-statisti della prima Repubblica sono morti senza avere accumulato ricchezze: De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat, Pertini, Di Vittorio, Almirante, Moro, Berlinguer, Amendola, Lama ecc. Le eccezioni sono davvero mosche bianche.
Oggi è l’opposto. Non solo. Dal Parlamento eletto dal popolo e composto da tutti i ceti sociali si è passati agli onorevoli “nominati” dalle segreterie del Palazzo, persone più fedeli che meritevoli, gente solo dedita a “coprire” il capo di riferimento e a coltivare i propri interessi, i propri privilegi, il proprio potere.
Per ultimo, dopo il fallimento politico ed economico, c’è quello istituzionale legato al bipolarismo coatto e al sistema maggioritario e leaderistico. Addirittura Berlusconi e Bersani oggi cercano l’inciucio per tornare al sistema elettorale proporzionale e arginare il solco fra cittadini e politica. Forse fanno solo melina per andare al voto con il Porcellum.
La degenerazione dei partiti e della politica ha toccato il fondo. Il nodo vero è la democrazia interna dei partiti, ridotta solo a colpevole finzione. O i partiti ne prendono atto, senza ipocrisie e infingimenti, voltando decisamente pagina o la tenaglia della crisi li farà saltare.
Con lo spread che scende e la Borsa che sale a Berlusconi, Bersani & C non resta che “abbaiare” al vento: Mario Monti e il suo governo dei “professori” tirano diritto per la loro strada, incuranti dei partiti.
A dire il vero, pur fra limiti e contraddizioni, sta facendo più il governo dei “tecnici” in poche settimane che i vari governi di centro-destra e di centro-sinistra in tanti anni. Qualcosa si muove e gli italiani, pur stringendo la cinta e borbottando, comprendono e sostanzialmente approvano l’operato dell’esecutivo extra-partiti.
Ciò che gli italiani non comprendono affatto, disapprovandolo in toto, è il teatrino della politica. Cosa hanno fatto i partiti dal novembre scorso? Niente. Anzi, peggio di niente, giocando al “più uno” o al “meno uno” rispetto alle proposte e alle scelte del nuovo esecutivo, impegnati esclusivamente a non pagare dazio quando le urne si apriranno, a cominciare da maggio, per le importanti amministrative.
Nessuna capacità autocritica, nessuna reale proposta alternativa di riforma. Lasciamo perdere le due ali estreme, Bossi da una parte e Di Pietro dall’altra, dediti nel loro gioco preferito del tanto peggio tanto meglio. I due maggiori partiti che sostengono (ob torto collo) Monti sono in subbuglio e sballottati, ripropongono su ogni questione i rispettivi “distinguo”: di fatto non sanno che pesci pigliare.
Berlusconi gioca a “mosca cieca”, annuncia la sua uscita di scena mentre prepara la (improbabile) riscossa. Bersani è addirittura costretto a salire sul Colle da Napolitano per marcare l’insoddisfazione del Pd verso Monti troppo “autonomo” e verso il Pdl malandrino. Casini cerca di piazzare sul mercato “merce” non sua, ma di Monti.
Così facendo i partiti si scavano la fossa. Tant’è che la loro credibilità politica è oramai pari a zero. Dove vogliono arrivare? Pensano davvero di salvarsi con una nuova legge elettorale più “porcata” del Porcellum? In questa fase i partiti sono stati messi da parte, considerati inutili. Se davvero metà degli italiani non andranno alle urne “questi” partiti e “questi” leader saranno spazzati via.
Sarà la fine della democrazia? No. Perché sarà San Mario (Monti) o chi per lui (fuori dai partiti) a salvare la baracca. Per chi suona la campana? Rifondare i partiti, affondare la partitocrazia. Tertium non datur.
Guglielmo Epifani: litigiosi. Voto 5- L’ex leader (socialista) della Cgil esce dal letargo per una nuova corrente nel Partito Democratico che: “Ha l’obiettivo di ri-orientare il Pd, farlo diventare una forza che si oppone al neo-liberismo”. Ci mancava. E Bersani …
Francesco Rutelli: omertosi. Voto 3- L’ex leader della Margherita (oggi capo Api Terzo Polo) sotto tiro per l’affaire Lusi. Arturo Parisi: “Grave che nessuno sapesse niente”, Rino Piscitello: “Tutti i capi complici”. Partito pieno di omertosi? Dimmi con chi vai …
C’è chi dice che è la prima “vendetta” di Silvio Berlusconi consumata da “freddo” attraverso l’uso mirato dei propri parlamentari del Pdl che alla Camera annunciano di votare in un modo e poi agiscono all’opposto.
Cosa è successo? Il governo è stato battuto sull’emendamento del leghista Gianluca Pini che prevede la responsabilità civile dei magistrati. I voti a favore sono stati 261, 211 i contrari.
L’esecutivo aveva espresso parere contrario all’emendamento che prevede, in particolare, che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento” di un magistrato “in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia”, possa rivalersi facendo causa allo Stato e al magistrato per ottenere un risarcimento dei danni. A pagare sarà dunque la toga. Il testo deve ancora avere l’approvazione del Senato. Queste le reazioni.
L’Anm: vendetta contro i giudici. Luca Palamara e Giuseppe Cascini, Presidente e segretario dell’Associazione nazionale magistrati, parlano di “una forma intimidatoria e di vendetta verso il libero esercizio della funzione di giudice”, nonchè di “un ennesimo tentativo di risentimento e di ritorsione” nei confronti della magistratura. “E’ una norma incostituzionale - rileva Cascini - in contrasto con i principi più volte affermati dalla Corte di Giustizia europea”, una “mostruosità giuridica” che il Senato dovrà cancellare.
Di Pietro: “Vendetta contro i magistrati”. Il leader Idv esplode: “Alla Camera si è commesso l’ennesimo delitto, una vendetta e un ammonimento contro i magistrati”. Quindi il monito: “Ho paura che questa volta, dopo vent’anni, non ci sarà solo una Mani Pulite giudiziaria, ma una nuova Mani Pulite del popolo che alzerà i forconi”.
Cicchitto: attacchi al Pdl ingiustificati. “Gli attacchi al Pdl da parte di Bersani (”E’ un vecchio trucco, il PdL aveva annunciato che votava no ed invece ha votato sì. E’ inaccettabile”) e di Franceschini sono del tutto ingiustificati”, dice il capogruppo del Pdl alla Camera. “Si è trattato di un voto libero, dato a scrutinio segreto che ha coinvolto tutti i gruppi parlamentari al di fuori di ogni schema precostituito. D’altra parte i numeri parlano chiaro: coloro che hanno votato a favore dell’emendamento sulla responsabilità civile dei giudici sono molti di più della somma dei deputati presenti in Aula appartenenti da un lato al PdL e a Popolo e Territorio e dall’altro alla Lega. Il gruppo dirigente del Pd deve prendere atto della sensibilità esistente su questo tema nei vari gruppi parlamentari, compreso il Pd”.
Arieccolo “forte e chiaro” Matteo Renzi, “rottamatore” professionale e sindaco di Firenze per … hobby.
In una intervista al Foglio l’esponente ex margheritino del Pd famoso per la cena di Arcore con il Cavaliere allora premier torna a battere sui suoi tasti e soprattutto a rigirare il chiodo nelle ferite del Partito democratico.
Renzi parte dal governo Monti: “Io credo che il Pd debba stare davvero in guardia. Perche’ questo governo, ci scommetto, offrirà al centrodestra la possibilita’ di rifarsi una sua verginita’, e se dopo questa fase di ’safety car’ della politica non verrà ridiscussa presto la linea del Pd, e se questa segreteria rimarrà inchiodata alla foto di Vasto, mi sembra scontato che il Partito democratico rischia di subire un clamoroso cappotto alle prossime elezioni”.
Poi rilancia le primarie. “Se non vogliamo fare la figura dei pazzi, per arrivare preparati alle prossime elezioni sarà necessario convocare delle primarie. Quando? Ovvio: in autunno. E badate bene: primarie aperte a tutti, senza escludere nessuno, come è sempre stato nel migliore spirito del centrosinistra”.
Il sindaco di Firenze prevede la discesa in campo nelle primarie anche dei ragazzi del Big bang: “Non vedo perchè non dovrebbe essere cosi’”.
Infine la freccia avvelenata conclusiva: “Questa classe dirigente - conclude il “rottamatore” - deve farsi da parte: è impensabile che la generazione dei D’Alema e dei Bersani continui a essere anche tra un anno il simbolo del centrosinistra italiano”.
Chissà se anche stavolta il lider Maximo e il … “suo” segretario faranno finta di niente.
Il caso del tesoriere della Margherita e attuale Senatore del Pd Luigi Lupi va ben al di là dei confini penali o giudiziari. Il nodo di fondo resta quello politico e attiene a cosa sono i partiti, chi sono i dirigenti, qual è la democrazia interna, qual è la selezione dei gruppi dirigenti a tutti i livelli.
Partiti come Forza Italia (Pdl), Lega, Idv sono di fatto di proprietà di una persona sola, una “azienda” dove il “padrone” fa e disfa come gli pare e piace. Altri partiti, Pd in testa, sono l’altra faccia della stessa medaglia.
E’ ovvio che Bersani non è Berlusconi e che non è il proprietario del Pd, come Rutelli non lo era della Margherita prima e oggi di Api. Ma quei partiti, apparentemente democratici perché fanno assemblee e congressi, di fatto sono in mano a soggetti (più o meno sempre gli stessi) che formano una ristretta oligarchia intoccabile. Anche quei partiti, apparentemente aperti, sono chiusi, addirittura blindati.
Dall’ultima sezione (o circolo) del piccolo comunello, la selezione del dirigente avviene sulla base di appartenenza a questo o quel gruppo di potere interno. Chi non ne fa parte o, peggio, contesta questo “regime” viene emarginato e a nessuno importa se il “contestatore” (magari bravo) sbatte la porta e se ne va. Dal basso fino ai vertici nazionali, questo è il sistema imperante che crea la casta politica e la partitocrazia. Le eccezioni confermano la regola.
Come fa Matteo Renzi a “rottamare” il Pd se lui stesso è il frutto di questa selezione fatta con lo stampino? Come lo è Luigi Lusi, un altro cooptato, “fidatissimo” di Francesco Rutelli le cui lacrime di coccodrillo rasentano oggi il ridicolo.
Non si vuol fare di tutt’un erba un fascio: nessun qualunquismo, ma questa è la realtà dei partiti, in mano a oligarchi o a oligarchie, chiusi in se stessi, antidemocratici, sciuponi e dilapidatori di montagne di soldi pubblici.
Che fare? I partiti sono fondamentali per la democrazia ma di fronte ai partiti che non cambiano e non vogliono cambiare non rimane che una strada: eliminare il finanziamento pubblico dei partiti. Per una volta siamo d’accordo con Maurizio Belpietro che scrive oggi su Libero: “ E’ sufficiente un decreto. La misura è più urgente ed efficace delle liberalizzazioni e dunque Napolitano non si potrebbe opporre”.
E’ l’unico modo per trasformare davvero questi partiti. E quindi l’Italia.
Berlusconi sarà una “mezza calzetta” come dice Bossi, ma il carisma del senatur è ormai in mutande. Si tratta, comunque, della fiera dell’underwear tra i due leader che così tanto si amavano. Intimissimi
Secondo altri, invece, l’Umberto furioso avrebbe definito il Cav una “mezza cartuccia”. Cosa verosimile per chi parla spesso di ribellioni e di armi spianate. Colt in fallo
Certo, Berlusconi preferisce le autoreggenti delle olgettine alle mezze calzette dei lumbard. Bersani invece ha l’aria di aver visto pochissime Golden Lady nella sua vita. Le compagne non sono mica bambole da lettone di Putin. Golden Lenin
Finalmente il blocco Tir si è sciolto dopo aver messo in ginocchio colossi come Fiat e Coca Cola. Tuttavia tra i camionisti restano fortissimi i mal di pancia. Coca Colica
Silvio Berlusconi: riscattino. Voto 3- Il Cav gongola per quanto scrive sul Foglio il fido Ferrara: “Berlusconi può stupire una seconda volta, diventare il padre nobile, e forte, di una nuova e definitiva stabilizzazione”. A volte ritornano
Nichi Vendola: ricattino. Voto 4- Il leader di Sel grida per farsi sentire: “Se Bersani svolta a destra io e Di Pietro andremo uniti da soli, competitivi con il Pd in maniera virulenta”. Ricatto? No, aut aut. Della serie: i capponi di Renzo.
In politica, l’importante è non innamorarsi: né delle ideologie, né dei partiti, né dei leader ma neppure delle soluzioni governative presentate come toccasana.
Oggi il governo Monti batte sul tasto delle liberalizzazioni quale ponte per il passaggio dalla fase uno (quella del risanamento) alla fase due (quella della ripresa). Chi non si ricorda delle “lenzuolate” dell’allora ministro Bersani? Gli stessi Adamo Smith e Carl Marx auspicavano le liberalizzazioni, pur non senza paventarne limiti e contraccolpi.
Il tam tam mediatico pone sotto i riflettori tassisti, farmacisti, benzinai, categorie indubbiamente “bloccate”, cui la sferzata liberalizzatrice farebbe bene alle tasche italiani. Va anche detto che in altri Paesi la maggiore concorrenza in questi settori non ha prodotto i risultati sperati, creando casomai, nuovi problemi, con il peggioramento dei servizi, lo sfruttamento di chi ci lavora, l’aumento dei prezzi. Vedremo se il governo dei “professori” sarà capace di evitare riforme boomerang.
Ma il punto è un altro: sono questi i settori portanti da cambiare volto al Paese e migliorare le tasche e la vita dei cittadini? Che dire del sistema bancario e assicurativo? Sarà importante trovare l’aspirina al supermarket, un distributore di benzina multimarche o un taxi più vicino ma indubbiamente alle famiglie, ai giovani, agli imprenditori preme di più sapere come e quando potrà evitare di essere “strozzato” da banche e assicurazioni.
Qui non si vuole difendere nessuna corporazione o lobby ma mettere in guardia da eccessive illusioni. Secondo la Cgia di Mestre, solo per gli aumenti bancari tipo bonifico via internet o pagamento con bancomat e per gli aumenti delle polizze assicurative le famiglie dovranno sborsare in più quest’anno 262 euro per i primi e più 522 euro per i secondi, quasi 800 euro! E che dire delle utenze domestiche? In Italia paghiamo il 50% in più che in Inghilterra per il gas domestico. Idem per elettricità, raccolta rifiuti, acqua. Sono solo esempi. Chi, come e quando si tagliano i bubboni veri?
Caro Monti, è importante sapere da dove si parte ma anche dove si vuole arrivare.
Se Atene piange, Sparta non ride. Se Mario Monti avanza a zig-zag su una pista minata cercando di coniugare risanamento e riforme, sacrifici e ripresa, i partiti che lo sostengono borbottano e mandano giù rospi, “costretti” a dargli il disco verde, fermi nelle rispettive roccaforti.
Possono fare altro, Berlusconi, Bersani, Casini, quando meno del 4 per cento degli italiani nutre ancora fiducia nei partiti? Potremmo chiuderla qui, con l’antico adagio: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”.
Non sono stati il berlusconismo e l’antiberlusconismo, il bipolarismo Made in Italy, la seconda Repubblica delle … banane, il parlamento dei nominati, i partiti personali-padronali, la commistione fra politica e affari, l’occupazione delle Istituzioni da parte dei partiti, i politici “inventati” amici delle cricche del malaffare, ad avere prodotto il distacco fra potere e cittadini, fra amministrati e amministratori, fra casta e popolo?
Ora, di fronte a tutto ciò, di fronte agli imprenditori-politici dediti al Bunga bunga e alle leggi ad personam o ai politici professionali “astratti” dediti a cercare identità e progettualità, Mario Monti appare Massimiliano Robespierre e il suo governo, quasi quello dei bolscevichi di Lenin.
In effetti Monti fa quello che tutti hanno già fatto (risanamento pagato dai soliti noti) e cerca di fare quello che nessuno ha mai fatto nella seconda Repubblica (rilancio con qualche riformina che però scuote le solite corporazioni). Tant’è che dal Pdl gridano: “Ma questo è il Prodi tre!” e dal Pd non s’ode voce, temendo di pagare pegno alle urne del 2013. Da banda opposta, Bossi e Di Pietro soffiano irresponsabilmente sul fuoco.
Se Monti riesce ad evitare mine e trabocchetti, dialogando con il Paese reale, gliela farà. Con i partiti pronti a rubargli (non solo) la scena. Se Monti crolla, i partiti incolperanno il prof ma ne seguiranno ignominiosamente la sorte.
Un dato è certo: i partiti non possono stare ancora a mugugnare dietro i loro usci socchiusi. O escono allo scoperto o saranno gli italiani a stanarli. Con l’indifferenza. Ma quale Italia senza partiti?