L’Italia non è solo l’unico Paese in Occidente dove sono assenti partiti radicati nella storia e nella cultura, con una organizzazione interna solida e democratica. Paradossalmente, il partito più antico è oramai la Lega di Bossi.
L’Italia è anche l’unico Paese in Occidente dove un Premier è al centro di un incredibile e irrisolto conflitto di interesse (imprenditore colossale, padrone di almeno metà della politica, padrone del governo e padrone della maggioranza delle reti televisive) e dove la comunicazione e l’informazione sono strozzate.
Fa piacere salutare il ritorno (on line e a cadenza settimanale), dopo lungo e periglioso travaglio, di una testata storica e gloriosa come l’Avanti, non solo organo del Partito socialista, ma un giornale che nel secolo scorso ha combattuto tutte le battaglie di libertà.
I partiti messi fuori dalle Camere dal “porcellum” sono stati di fatto cancellati dalle reti televisive pubbliche e private e anche dai quotidiani nazionali.
C’è un asfissiante “bipolarismo” dell’informazione retto dai due poli e fondato sulla “conventio ad excludendum” dei partiti più piccoli e retto sulla scelta – parole del segretario socialista Riccardo Nencini – del “miglior nemico” operata dai vertici dell’informazione (ieri Bertinotti, oggi Di Pietro sempre presenti nel piccolo schermo).
E’, appunto, la democrazia dell’informazione all’italiana, frutto del bipolarismo all’italiana.
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Lega Nord: svendite. Voto + 8. L’ultima querelle sugli immigrati ha visto la Lega messa ko nel governo. Si difende Roberto Maroni: “Era un emendamento scritto, sostenuto e votato da tutta la maggioranza. Volevamo fare uno sconto agli immigrati. Hanno bocciato i 50 euro? Torneremo ai 200”. Saldi stoppati.
Rifondazione comunista: riscissione. Voto – 10. Consumata l’ennesima resa dei conti interna con il cambio del direttore di Liberazione (Dino Greco al posto di Piero Sansonetti), Rifondazione corre verso una nuova scissione: da una parte i seguaci del segretario Paolo Ferrero, dall’altra la minoranza vendoliana. Dal leninista “proletari unitivi” al nostrano “comunisti dividetevi”. L’eredità bertinottiana in frantumi.
Quello che avevamo preannunciato si è verificato, anche se per un margine ristretto di voti (142 a 134, la votazione è stata sospesa). Paolo Ferrero è il nuovo segretario di Rifondazione Comunista, ma non avrà vita facile. Nichi Vendola prima di ripartire per la Puglia senza neanche attendere la proclamazione del vincitore, ha rilasciato dichiarazioni bellicose a dir poco.
“Sono stato sconfitto ma sono sereno” ha detto. “Ha vinto una maggioranza nata solo per alchimia congressuale, un guazzabuglio, un pasticcio. Noi stiamo fuori e non entriamo in segreteria”. A settembre nascerà un movimento interno, “Rifondazione a sinistra”.
Al momento della proclamazione i sostenitori di Ferrero hanno intonato in rapida sequenza l’Internazionale, Bella Ciao e Bandiera Rossa, ma più che rosso il futuro del principale partito dei comunisti appare grigio tendente al temporalesco. Proprio nel momento in cui maggiore era il bisogno di unità da parte del popolo della sinistra, si è sbagliato tutto, spaccando il partito in due tronconi. L’impressione è che il nuovo assetto avrà vita breve, e che Bertinotti e Vendola rientreranno in gioco, magari col placet di Diliberto.
Sembra impossibile che la sinistra voglia andare alle europee con quattro o cinque partitini tra lo zero e il 2%. Specialmente quando saranno resi noti gli accordi in fieri tra Pdl e Pd sulla quota di sbarramento, attualmente in bilico tra il 3 e il 5%.
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A Chianciano Terme, dove si celebra il congresso di Rifondazione, per un momento si ci è illusi che si potesse ritrovare l’unità in un partito, ormai spaccato in due tra Vendola e Ferrero. E’ accaduto con l’intervento di Fausto Bertinotti che, partendo da quella che ha definito una “sconfitta di portata storica” ha spiegato come “quando un operaio tesserato per la Fiom va a votare Lega non bisogna considerarlo uno sciocco: è un preciso segnale per indicare che è stata tradita un’attesa”.
La sinistra, insomma, secondo Bertinotti deve ripartire dal basso, dalla classe operaia che alle ultime elezioni gli ha voltato la faccia. E così, citando Marx, invita il Prc a ripartire “dalle casematte, dal basso, dalla non delega” per ricostruire un nuovo movimento operaio. Tutti i 630 delegati applaudono ritrovandosi anche nell’attacco al Pd e a Di Pietro: “Oggi non c’è opposizione perchè non c’è la sinistra. Il Pd non ha i fondamenti per essere un partito di opposizione e Di Pietro appartiene ad una cultura della destra”. La standing ovation - riferiscono le agenzie - “durerà cinque minuti”.
Ma si tratta, in realtà, solo di un’illusione. Breve, brevissima. Le divisioni e le inimicizie si faranno risentire, sicuramente, domani quando, nell’ultima giornata del meeting comunista, ai delegati verrà chiesto di esprimere la loro preferenza tra le due mozioni rimaste in piedi. Chi la spunterà tra Paolo Ferrero e Nichi Vendola? Al momento sembra che il governatore della Puglia sia in pole position forte del suo 47,7% di partenza.
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Il congresso di Chianciano che doveva vedere la rinascita del Partito della Rifondazione Comunista sta lentamente trasformandosi nel mezzogiorno di fuoco della sinistra, come anticipato ieri dal nostro Falcioni. La divisione è totale, a partire dagli accordi di compromesso che i due principali candidati Vendola e Ferrero dovranno fare con le correnti minoritarie (in particolar modo Essere Comunisti di Claudio Grassi, 7% dei delegati) per assumere la guida del partito.
Entrambi i pretendenti appaiono la versione scialba e depressa dell’ex-segretario Bertinotti, fino a ieri plenipotenziario indiscusso di Rifondazione, e oggi malinconicamente seduto in settima fila come un delegato qualunque, esiliato nel buen retiro da lui stesso deciso, e apparentemente o volutamente incapace di incidere sulla “svolta” dei suoi. Le feroci polemiche piovute su di lui dopo la batosta elettorale hanno certamente contribuito all’esilio volontario di un uomo che, ricordiamolo, in passato aveva condotto Rc a grandissimi successi, facendo da ago della bilancia in entrambi i governi di centro-sinistra.
E quindi ci tocca assistere al triste discorso di un personaggio anti-carismatico come Nichi Vendola, che già nel suo incedere bofonchiante fa venire il latte alle ginocchia, ma a questo aggiunge una terrificante prosopopea da finto secchione. O per meglio dire, quando apre bocca si capisce benissimo che declama il discorso scrittogli da un altro, come il classico studente che ha ingoiato un tomo prima dell’interrogazione di fine anno.
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