Di Pier Ferdinando, nel bene e nel male, si dice che è un “democristiano”, identificando la Dc come partito dal passo da elefante. Niente di più falso.
La Balena bianca, partito di maggioranza assoluta e/o primo partito italiano attorno al 40% dei voti (con in lizza Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli, Msi ecc.) aveva sempre una strategia ben definita (centrismo, centro-sinistra ecc.) attorno alla quale tutto girava.
Qual è oggi la strategia dell’Udc, partito attorno al 5% ? Il Terzo polo, l’antiberlusconismo, l’antibipolarismo sono strategie politiche?
La Dc discuteva dentro e fuori, ponderava e poi andava diritto al sodo. L’Udc è Casini (con il fido Cesa), tentenna e sta sempre nella terra di mezzo, così com’è , una specie di palude, una espressione geometrica, non politica. Di fatto Casini tira a campare, facendosi corteggiare alternativamente dal Pdl e dal Pd, nella speranza della loro implosione e quindi nella speranza di una “supervalutazione” nel mercato politico dell’Udc e di se stesso.
Il recente successo in Molise porta Casini a dire che senza l’Udc il centro-destra non vince. All’opposto, il Pd s’accontenta a dire che anche senza l’Udc, c’è la … quasi vittoria del centro-sinistra.
Fallite le speranze del “governo transitorio” e i tentativi delle “spallate”, all’Udc non resta che tornare a … sonnecchiare sperando di veder passare i cadaveri dei nemici, Berlusconi in primis, lungo il fiume. Insomma, Casini vuole evitare ogni abbraccio, sia con Berlusconi sia con Bersani. Non vuole decidere da che parte stare. Fino a quando può giocare ancora su due tavoli?
Paese anomalo, il nostro, specie in politica. Nel gorgo profondo di una crisi economica ma non solo economica, il “palazzo”incentra il confronto-scontro o sul gossip più rivoltante o sul piccolo cabotaggio.
Da una parte, Berlusconi e il centrodestra, in evidente crisi di leadership e di consensi, sono trincerati nei fortilizi del potere e non hanno nessuna intenzione di prendere atto della loro debacle. Dall’altra parte, le opposizioni, Pd e Udc in testa, pensano solo a come trarre vantaggio dalla crisi del Cavaliere, senza indicare una credibile e fattibile via d’uscita.
Il nodo è politico e riguarda quello che è accaduto negli ultimi (oramai) 20 anni con la fine dei partiti strutturati, l’affermazione dei partiti padronali-personali generatori della selezione cortigiana della classe dirigente, un bipolarismo coatto solo elettorale e non politico. E’ questa politica fondata sul “partito del capo padre-padrone” che ha allontanato la gente, ha prodotto il bunga bunga e le cricche del malaffare, ha portato il Paese in un vicolo cieco.
Non si sono superate solo le ideologie del ‘900 ma eliminate anche le grandi culture politiche di riferimento gettando così con l’acqua sporca anche il bambino. In Europa ci sono tutt’ora quattro grandi riferimenti politico-culturali formati da grandi partiti in grado di garantire democrazia, alternanza, governo effettivo: un partito cristiano democratico, un partito socialista-socialdemocratico, un partito ambientalista, un partito liberale. In Italia c’è il partito del Cavaliere cui anche gli altri, pur con differenze non secondarie, si sono adeguati, facendosi contagiare.
La furbata dell’antipolitica è servita a Berlusconi a fare la propria politica, quella dei propri interessi. Così i partiti “veri” sono stati smantellati. Oggi non si tratta di ricreare tout court quei partiti ma senza “veri” partiti (veri congressi democratici che selezionano l’intera classe dirigente, fino al leader) l’Italia resta un’anomalia e a secco. Affidare l’Italia a un nuovo Berlusconi più democratico, più liberale, più presentabile è preservare nell’errore. Occorre uscire dalla logica del “ghe pensi mi” e del “salvatore” della patria con la vertigine dell’onnipotenza. Come bisogna uscire dal nostro sistema presidenziale meticcio, che così è una democrazia parlamentare con il premier con pochi poteri e il Parlamento di nominati che devono solo obbedire al capo.
O si svolta, o Berlusconi o non Berlusconi, si va a fondo.
Nel gran pentolone in ebollizione del centrodestra tutto resta compresso sotto il coperchio rappresentato da Silvio Berlusconi. Dopo 17 anni non si muove foglia che Silvio non voglia.
Pure la Chiesa è in movimento per rimettere nel circolo del gioco politico i cattolici sparsi nei vari partiti e movimenti, anche se, (quasi) tutti lo giurano, la Dc non si può e non si deve rifare.
Sul piano prettamente partitico, l’ultimo tentativo di rimescolare le carte è quello fatto da Pier Ferdinando Casini, convinto che sia possibile un Pdl e un esecutivo senza Berlusconi, un nuovo centrodestra oltre il berlusconismo. Il leader dell’Udc era certo che Angelino Alfano potesse costituire una base d’appoggio importante per rinnovare Pdl, centrodestra, maggioranza e governo.
L’illusione del leader centrista è durata poco. Alfano, dietro una disponibilità formale giunta fino a chiedere l’ingresso dell’Udc nel Governo, ha messo i paletti sul prossimo futuro.
Punto primo: il bipolarismo non si tocca. Punto secondo: l’alleanza con la Lega non si tocca. Punto terzo: Silvio Berlusconi non si tocca. Chiaro?
Di fronte a questo muro Casini si è sentito “tradito” e ha bollato come “buffonate” le ipotesi di Alfano sulla riforma della legge elettorale. Non bastano due ex “diccì” per rifare una nuova DC.
Il leader dell’Udc non ha peli sulla lingua, in particolare in riferimento alle dichiarazioni del segretario del Pdl Angelino Alfano sull’ipotesi di una nuova legge elettorale.
“Ci sono dati impressionanti sulle aziende che chiudono e i posti di lavoro che vengono persi. Non perdiamo tempo in buffonate e discussioni inutili sulla legge elettorale, quando il rischio Grecia sembra concretizzarsi”.
Così dice il leader centrista, che precisa:”Aperture, chiusure… non è questo il problema. Alfano non deve fare una legge elettorale per far piacere a me, ma semmai dovrebbe cercare di fare piacere al Paese, abbandonando il bipolarismo, visto che il bipolarismo questo Paese l’ha messo in ginocchio”.
Chiusura sarcastica di Pierferdy:”Alfano parla di riforma elettorale? Auguri, vedremo, se saremo tutti vivi. Ma noi non abbiamo il tempo di ragionare in termini ordinari”. L’Angelino stroncato.
Dopo il voto di ieri alla Camera Silvio Berlusconi sorride a denti stretti perché la maggioranza numerica (risicata) c’è ancora ma s’è allargato il fossato con l’elettorato del centrodestra deluso e con l’opinione pubblica disgustata. C’è una maggioranza stabile ma impresentabile, in difesa, tutta stretta e chiusa nel suo fortilizio lontana anni luce dal Paese reale.
Di questo passo, di strappo in strappo, premier, Pdl e Lega perdono oggi appeal e consenso e domani, quando si tornerà alle urne, perderanno voti. Ma il voto segreto della Camera ha rinsaldato i partiti di maggioranza, sempre in fibrillazione, ma poi sempre uniti nel momento finale quando si rischia la caduta del governo.
Quel voto è soprattutto l’ennesima lezione per le opposizioni, sempre convinte che Berlusconi cada su una buccia di banana, con l’aiutino dei magistrati. Così il Cavaliere non si schioda da Palazzo Chigi e a logorarsi sono le opposizioni. Su cosa si basa l’agenda del Pd, dell’Udc, del Terzo Polo, della sinistra? Non pare incentrata sulla grave crisi del Paese, sulla spirale negativa del debito pubblico e della mancanza di ripresa.
C’è un intreccio perverso e devastante fra crisi economica e crisi politica. Il fallimento di Berlusconi, del berlusconismo, del governo di centrodestra e del bipolarismo all’italiana è sotto gli occhi di tutti. Ma il sistema politico, come dice il deputato centrista Savino Pezzotta “resta imperniato per adesione o per contrapposizione attorno a Berlusconi”. Soprattutto, aggiungiamo, sulle malefatte “private” di Berlusconi. E gira a vuoto.
Il Pd, ma anche Idv e Sel, stanno al gioco andando in tv sugli stessi argomenti “squallidi e pepati”, attendono la manna dal cielo (magistratura) o dal … Colle (Napolitano) e fanno e disfano alleanze per un nuovo governo che rimane nel libro dei sogni. Ancor peggio l’Udc, con Casini intento ad annusare ogni spiraglio in grado di ricollocarlo nella stanza dei bottoni. Stanza occupata dal Cavaliere e dai suoi seguaci, per nulla intenzionati a sloggiare. E il Paese crolla.
Perché non si cambia musica, isolando il premier e facendo terra bruciata attorno al governo, impostando un progetto politico-programmatico alternativo fattibile insieme agli italiani in carne e ossa, indicando alleanze credibili e una forte leadership, preparandosi a vincere le elezioni?

Se il governo e la maggioranza annaspano nei marosi della manovra, le opposizioni sembrano farsi trascinare negli stessi gorghi. Di fatto Pd, Udc, Terzo Polo, sinistra parlamentare ed extraparlamentare, sono impegnati a tirare ognuno l’acqua al proprio mulino, nel loro gioco migliore: quello dell’autolesionismo.
Nel caos della manovra, invece di concentrare il tiro, con una controproposta unitaria e una risposta di protesta e di lotta unica, pensano al referendum sul mattarellum.
Chi non sa che il “porcellum” è una nefandezza e va cancellata, ma che questo referendum supportato da Di Pietro, Prodi, Parisi, Veltroni, mezzo Pd ecc. servirà alla fine solo a dividere il fronte antiberlusconiano? Ancora una volta si confonde il frutto con la radice.
Il bipolarismo coatto Made in Italy (due poli pieni di partiti e partitini in grado di vincere le elezioni ma non di governare) produce frutti velenosi come il “porcellum”. E’ questo tipo di bipolarismo e questo tipo di alleanze che … “obbliga” Berlusconi a restare in campo, a fare il padre-padrone del centrodestra, e, forse, a … morire premier.
E chi, come Casini e il Terzo Polo, da anni vuole spezzare il bipolarismo, non ha ancora chiarito nulla: al di là dei contorsionismi verbali e dei giochi di potere, il centro-sinistra può contare o no sull’alleanza col Terzo polo? Non è dato sapere. E il Terzo Polo è o no per un’alleanza con il centro-sinistra?
Scrive Emanuele Macaluso sul Riformista di oggi: “Occorre mettere in chiaro il tema della legge elettorale, se ci sarà il Mattarellum, il leader va concordato prima. Insomma, cari amici, la strategia prima della tattica: qual’è l’alleanza che oggi serve al Paese, quali i contenuti di questa alleanza? È su questo che occorre discutere, non solo la legge elettorale”.
Già. Ma non è solo Berlusconi a non aver capito che il Paese è sull’orlo del precipizio.
Tutto lo cercano ma nessuno sa dov’è e cos’è questo invocato Terzo Polo, ieri alla sua prima convention nazionale. Si fa prima a dire cosa non è: non è un partito. Perché a conti fatti conviene restare ognuno a casa propria (Udc, Fli, Api, Mpa) e, caso mai, ritrovarsi insieme e uniti nelle battaglie parlamentari ed elettorali.
Casini, Fini, Rutelli invocano la “terra di mezzo” (contro Berlusconi e il suo governo, contro il bipolarismo malato, conservando l’alternanza e riportando le preferenze, per un governo del presidente o di coesione nazionale) per chiudere la Seconda Repubblica e avviare la Terza.
Nel suo discorso conclusivo, Fini rilancia la proposta che colloca a destra il Terzo Polo: “Berlusconi si deve dimettere subito per il bene del Paese”. E al Pdl: “Battete un colpo, se ci siete”. Senza più Berlusconi, solo a quel punto si può dar vita ad un nuovo futuribile centrodestra di stampo europeo. Ecco, è questa la sponda che Fini e Casini (anche Rutelli?) offrono ai berluscones senza più il Cavaliere.
Sarà questa la strada per trasformare il Terzo Polo in Primo Polo? Gli ultimi arrivati, specie quelli transitati via Api, inghiottono il rospo: l’abbraccio col Pdl li spaventa. Cercando il centro che guarda a sinistra, si ritrovano inghiottiti nel gorgo della destra.
Comunque, la strada è tutta in salita. Anche visivamente, ieri all’Auditorium, ogni componente aveva il proprio “territorio”. Non proprio una bella prova di coesione. Ma, si sa, di amalgame non riuscite è piena la politica italiana.
Casini, Fini, Rutelli fingono di voler fare un partito. Ma, di fatto, puntano a tenere in piedi un’alleanza parlamentare ed elettorale a maglie larghe. La fusione vera e propria non la vuole nessuno. Tant’è che ognuno torna a casa propria e ogni partito, da settembre celebra i propri congressi.

Ieri, almeno al Senato, la Lega ha cercato il replay del 1993, quando nel segreto dell’urna cercò di salvare Craxi e fuori dal Palazzo spinse la folla ad agitare il cappio.
Dividendosi, il colpo giocato trasversalmente e con cinismo alla Camera e al Senato, è riuscito solo a metà: il Carroccio si è svincolato dal Pdl (compatto nel cercare di salvare Papa), ha dimostrato di tenere in mano il premier e le sorti del Governo, ma ora rischia di rimanere bruciato dalla situazione ambigua che ha creato.
Berlusconi, governo e maggioranza sono nel vicolo cieco. Ma è tutta la politica di questi 17 anni a dimostrare di essere giunta alla fine. E’ fallito l’intero sistema del bipolarismo Made in Italy. Un fallimento che trascina nella polvere il berlusconismo ma che non salva trasversalmente, o per complicità o per incapacità, nessuno.
La Lega, ancora o sempre più ago della bilancia, può rimanere spezzata dalla sue stessa tenaglia. Ma non è solo Maroni a dover uscire dai tatticismi di corto respiro. Primum, ridare fiducia alla politica e alle Istituzioni, coi fatti, con nuove regole e leggi, al di là dei ritocchi (per lo più populisti) per far calare le spese.
E’ ora di stanare chi non vuole abolire il Porcellum, una vergogna che permette parlamentari nominati dai padroni dei partiti e tiene in vita governi “morti” solo grazie a un premio di maggioranza antidemocratico. Questo governo ha “chiuso”. E adesso?
Nuovo governo di centrodestra con nuovo premier o nuovo governo “tecnico” con premier fuori dalla casta: dallo scioglimento di questo nodo bisogna ripartire. In alternativa c’è solo il voto anticipato. Una ventata d’aria nuova o un salto nel buio?
Per Napolitano sono giorni caldi. Gli italiani non possono fare da spettatori.

Anche questa brutta storia della guerriglia in Val di Susa va al di là del tema specifico e dei confini territoriali. E’ un classico nodo italiano.
Dominano la confusione e lo schieramento ideologico (dopo quasi 30 anni, nessuno sa esattamente i pro e i contro del progetto), l’inadeguatezza e l’assenza del governo, le speculazioni legate al business, le strumentalizzazioni politiche.
Al fondo di tutto c’è una totale caduta di fiducia della gente nella classe dirigente, ceto politico in primis. Dice uno sfiduciato ma lucido Massimo Cacciari: “Nessuno si sente più rappresentato da nessuno: c’è una crisi sistemica di rappresentanza”.
Questo è il problema. Che non si risolve con i manganelli e i lacrimogeni della polizia, né con gli appelli al senso di responsabilità e all’isolamento dei provocatori e dei violenti. Le BR, come vigliaccamente titola il Giornale, qui non c’entrano niente.
Al di là dei “black bloc”, guerriglieri della globalizzazione senza regole che vanno messi in condizione di non nuocere senza “se” e senza “ma”, ci sono mille giusti e sacrosanti focolai di protesta che, lasciati incancrenire, diventano incubatoi di violenza.
La gente “normale” chiede cose “normali”: a quella gente - la maggioranza degli italiani - va data risposta in un solo modo: affrontando i problemi con gli strumenti della democrazia.
Questo governo, questo bipolarismo, questa seconda Repubblica sono all’altezza delle sfide? I fatti parlano da soli. E mettono anche in evidenza la mancanza di alternativa. E’ un nodo che non si scioglie con un colpo di spada. Bisogna riannodare i fili della politica, cioè rimettere i cittadini al primo posto. Tutto qui.
L’aspetto amministrativo di queste elezioni è stato surclassato da quello prettamente politico: ciò per responsabilità principale del premier, deciso ad andare a testa bassa per il referendum-boomerang su se stesso.
Ma anche per colpe delle opposizioni, certe di aver trovato nelle amministrative il nuovo colpo risolutore per “farla finita” con Berlusconi e con il berlusconismo.
Di fatto, tutta la campagna elettorale è stata fatta vivere dai protagonisti del palazzo e dai talk show come questione di poltrone e di potere, oscurando per lo più, programmi e proposte concrete.
Tant’è che Casini, Fini e Rutelli dicano il contrario, la cartina del tornasole viene proprio fuori dagli schieramenti del bipolarismo, cioè dal Terzo Polo, virtualmente avverso alla politica urlata e fuori dai programmi, ma concretamente interessato ad auto esaltarsi perché, nonostante il quasi flop del primo turno, ribattono“ora siamo noi l’ago della bilancia”.
Tutta la campagna elettorale, quindi, è un ulteriore grido d’allarme sul degrado della politica Made in Italy, una vera e propria emergenza al limite di una catastrofica calamità. Il berlusconismo è il primo responsabile di questo degrado generale. Ma, paradossalmente, l’antiberlusconismo ne ha aggravato i contorni e la sostanza.