I due ministri Maroni (dell’Interno) e La Russa (della Difesa) continuano a beccarsi. E non è vero che giocano “ai soldatini”. Non è cosa di poco conto avere in mano l’uso dell’esercito.
Ma qui il motivo del contendere è più pesante, riguarda i principi. Maroni rilancia l’allarme sulla lotta alla criminalità in Campania: “E’ uno Stato nello Stato. E’ guerra civile, coordinerò io i militari”. Sferzante la replica di La Russa: “Basta con questa telenovela”.
Si parte dal nodo della “sicurezza”: An rivendica il suo ruolo di riferimento delle forze armate, che non gradiscono interferenze della Lega. Ma il partito di Bossi più volte ha detto “no” agli sconfinamenti di An sul tema sicurezza. Maroni la butta sul pesante e per avere mano libera insiste a dire che in certe zone “c’è la guerra civile”. La Russa parla invece di “guerra fra bande”.
Berlusconi più volte ha richiamato i due senza giri di parole: “Smettetela di fare i bambini”. Ieri sera il premier ha provato ancora a metter pace fra i due ministri anche per evitare che oggi si ripetano incresciose diatribe in occasione della riunione del Consiglio supremo di Difesa, convocato dal capo dello Stato per acquisire il parere dell’organismo sul decreto legge messo a punto dal governo.
Anche se il decreto non è stato ancora firmato, a Caserta sono già pronti a partire 500 parà della Folgore che due giorni fa il ministro La Russa aveva già destinato a protezione di due check point che verranno posti a Castel Volturno, salvo poi fare retromarcia dopo i mugugni del Viminale.
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La Commissione Mitrokhin aveva avuto forse solo un grande merito, nel nulla totale da punto di vista giudiziario sul quale si era conclusa. Aveva fatto scoprire il delizioso risvolto della seduta spiritica cui aveva partecipato anche Romano Prodi per scoprire dove fosse il covo br in cui era stato condotto Aldo Moro dopo il rapimento e la strage di via Fani. Avvenne tutto
il 2 aprile 1978, mentre era in corso il sequestro dell’on. Aldo Moro, (Romano Prodi, ndr) avrebbe partecipato in casa di amici in provincia di Bologna (alla seduta partecipò anche Mario Baldassarri, ai tempi della commissione politico di Alleanza Nazionale e viceministro per l’Economia e le Finanze dei governi Berlusconi II e III) ad una seduta spiritica, nella quale un piattino, mosso dallo spirito di Giorgio La Pira, richiesto dell’ubicazione del sequestrato, avrebbe composto il nome “gradoli”
Bene, Guzzanti in tutto ciò era sotto scorta armata da ormai quattro anni. Scorta che gli è stata revocata ad agosto, visto che evidentemente, secondo il prefetto di Roma, i rischi per la sua incolumità erano pari a zero. Il Senatore del pdl afferma che
si tratta di un oggettivo invito per chiunque possa averne intenzione di colpirmi
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La corte d’appello di Versailles ha disposto la scarcerazione dell’ex-terrorista Marina Petrella che soffrirebbe di gravi turbe psichiche e di “sindrome suicida”. La Petrella, che dovrebbe prima o poi essere estradata ma si sa come sono sempre andate queste cose tra Italia e Francia, era stata arrestata nel 2007 in Val d’Oise in seguito a un normale controllo stradale, e da allora si batte contro il ritorno forzato nel nostro paese.
Il motivo è semplice. Su di lei pende una condanna per omicidio, oltre ad altre bazzecole tipo sequestro, tentato omicidio, rapina a mano armata eccetera eccetera. Membro della colonna romana delle Brigate Rosse, la Petrella ha partecipato attivamente al sequestro Moro, ed era già stata arrestata nel 1982, per poi essere incredibilmente rilasciata per decorrenza dei termini nel 1986. Nel 1993 la fuga in Francia per sfruttare la dottrina Mitterrand che le permetteva di vivervi liberamente nonostante la condanna per omicidio di un agente di polizia emessa nel 1992.
Nel 2002, cambiato il clima, l’Italia può finalmente chiedere l’estradizione, e 5 anni dopo l’ex-terrorista viene catturata e imprigionata a Fresnes. Ma ciò non prelude alla consegna, anzi, nel luglio 2008 il presidente francese Sarkozy dichiara di essere disposto a concedere l’estradizione della Petrella a patto che il Governo italiano le conceda la grazia per motivi di salute (ehh?!) e a quanto pare Carla Bruni e sorella si sarebbero associate alla richiesta (un bel chissenefrega?)
Che lo si ami o detesti Francesco Cossiga è una fonte infinita di aneddoti e teorie spesso assai controverse, e si può star certi che non rilascerà mai un’intervista noiosa. E’ questo il caso della chiacchierata fatta col giornalista del Corriere Aldo Cazzullo in occasione dei suoi 80 anni, nella quale ha colto l’occasione per ripercorrere buona parte della storia italiana dell’ultimo trentennio.
Nel bene e nel male Cossiga rappresenta con Andreotti una sorta di coscienza storica della Prima Repubblica, e un po’ ci marcia, ma certo non possono passare sotto silenzio alcune verità rivoluzionarie pronunciate dopo tutto questo tempo dal senatore a vita. La più incredibile è probabilmente l’assoluzione per i terroristi di estrema destra Valeria Mambro e Giusva Fioravanti per la strage di Bologna, che secondo l’allora Ministro fu un errore della “resistenza” palestinese, che dal Lodo Moro aveva ottenuto il tacito permesso di spadroneggiare in territorio italiano a patto di non compiere attività anti-nazionali (?!) I palestinesi fecero dunque esplodere un paio di valigie di esplosivo in stazione, ma nella rossa Bologna non si sarebbe mai ammessa una simile possibilità e si preferì addossare tutta la responsabilità alla matrice fascista.
Riguardo all’omicidio Moro, Cossiga esclude invece categoricamente che sia stato ucciso per un disegno internazionale di cui le Br erano semplici esecutori. Si tratta, secondo lo statista, di “dietrologia fantasy”. Vero invece che lui e Andreotti condannarono a morte Moro nell’interesse supremo dello Stato, rappresentato da una Dc che non aveva alcuna connessione con le cosiddette stragi di stato, al contrario del Pci che collegamenti con l’eversione di sinistra ne aveva eccome.
Nella foto: manifesto propagandistico del 1977
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Quella mattina del 9 maggio 1978, esattamente 30 anni fa, cadevano definitivamente tutte le speranze.
Aldo Moro, rinchiuso nel bagagliaio di una R 4 rossa, dopo 54 giorni fra i più lunghi e terribili della Repubblica, fu riconsegnato senza vita, crivellato di colpi, dalle Brigate Rosse. A Roma, in via Caetani, a metà strada fra le Botteghe Oscure (Pci) e Piazza del Gesù (Dc).
30 anni non sono pochi per la vita di una persona ma non sono molti per la vita di una nazione: è ancora difficile esprimere un giudizio politico equilibrato, libero da condizionamenti emotivi. L’Italia viveva allora una crisi complessa. Il centro sinistra (l’incontro fra democristiani e socialisti) aveva esaurito la sua funzione. Si parlava di “terza fase”, cioè di rendere “compiuta” la democrazia italiana, ancora zoppa per l’impossibilità di una alternanza di governo.
Vigeva la “conventio ad exludendum” per tener fuori il Pci, ritenuto destabilizzante per i suoi legami con l’Urss e per voler fare dell’Italia un Paese “comunista”. Furono Moro e Berlinguer a concordare su una fase di transizione in cui il Pci (oltre il 34% dei voti!) garantisse la Dc presso la classe operaia e la Dc garantisse il Pci presso i ceti moderati e i paesi alleati.
Berlinguer, con il suo famoso discorso sull’ “austerità”, chiede apertamente l’ingresso del Pci nel governo. Moro dice no, perché provocherebbe l’esplosione dello Scudo crociato, lo scontro con la Chiesa e con gli Usa.
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Pietro Ichino: signornò. Voto + 8. L’autorevole giuslavorista ha ricevuto pressanti offerte informali da Berlusconi per entrare nel suo nuovo governo. In perfetto stile Sarkozy, un fiore all’occhiello per il Cavaliere, che così “apre” alla sinistra. Ichino ringrazia ma resta fermo sul “no”, perché impegnato a costruire la politica del lavoro del partito di Veltroni, partito per cui è stato appena eletto deputato in Parlamento. Salta la “sorpresa” annunciata da Berlusconi. Ichino schiena diritta. Tu chiamala se vuoi, coerenza.
Beppe Grillo: rossonero. Voto – 10. Il Vaffa Day 2 del 25 aprile si presenta con le minacce in perfetto stile Brigate Rosse anni ’70 ai giornalisti “servi”. Allora nelle piazze il grido dell’ “autonomia” rossa era inequivocabile: “Giornalista, servo maledetto, te lo scriviamo noi l’articolo perfetto”. Il piombo non era quello tipografico bensì quello della P 38. I “grillini”, espropiando la storia, si autodefiniscono i “nuovi partigiani”. Queste “grillate rosse” richiamano le “squadracce nere”. Che pari sono.

Alle 9 della sera si sa, non è più ora di accapigliarsi o di litigare. Alle 21, sotto la rassicurante e oscura coperta stellata, è tempo di letture e approfondimenti, e perché no, tempo anche di tornare sui passi della nostra storia. La storia siamo noi, disse qualcuno; io più modestamente dico che la Storia è dentro di noi, e la nostra percezione di essa contribuisce a fare di noi quello che siamo.
E allora il vostro umile cronista, questa volta sì semplice cronista, non commentatore nè costruttore di sentenze e della soggettività che portano con sè, proverà ad accompagnare chi di voi lo vorrà in un viaggio alla riscoperta delle nostre radici e degli eventi che hanno caratterizzato la vita di tutti noi. E’ un viaggio di conoscenza per me, che spesso ho vaghi ricordi di ciò che accadde o forse non ero nemmeno nato, e forse talvolta anche per chi avrà la bontà di leggere e chissà, contribuire alla comprensione degli eventi tramite i commenti e il dibattito che vi invito ad aprire.
Questa sera, vista la tragica e incombente ricorrenza che ci attende, ho pensato di partire da Aldo Moro. Ma non dalla strage di via Fani o dal suo assassinio, bensì dalla sua teoria politica e da ciò che forse fu causa del suo sacrificio, se così lo possiamo chiamare.
Il lascito più grande del presidente Moro fu la cosiddetta teoria delle tre fasi, che mantiene uno stretto rapporto di causa-effetto con quella del compromesso storico, enunciata da Berlinguer all’indomani del colpo di stato Pinochet in Cile nel 1973. L’allora segretario del Partito Comunista intendeva così uscire da una logica di ghettizzazione e lotta senza quartiere che i suoi avevano subito e perseguito dal dopoguerra. La violenza della campagna elettorale del 48, quella del Fronte Popolare e dei fantasmi rivoluzionari evocati dalla DC, era stata tale da ripercuotersi fino agli anni settanta, quando finalmente Berlinguer prese le distanze dall’Unione Sovietica e cercò una via democratica al governo del paese.
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Pochi giorni fa Franco Marini commemorava Marco Biagi, il sindacalista ucciso dalle nuove BR. Un uomo al quale hanno dedicato una delle leggi più discusse degli ultimi anni. E’ stato un peccato sprecare tanto inchiostro, perché fu una legge del tutto inutile. Nonostante ciò milioni di persone sono scese in piazza, la si chiamò annunciatrice di un’epoca barbara, si scomodarono da una parte i minatori dell’800 e dall’altra il miracolo italiano, quando non quello americano. E invece, ohibò, non è successo nulla. Nulla.
Mi spiego: la legge 30/2003 (chiamiamola col suo vero nome per una volta) non ha fatto che ricalcare il precedente Pacchetto Treu, opera governo di centrosinistra nel 1997, aggiungendo solo alcune figure contrattuali talmente bislacche e difficilmente utilizzabili che sono immediatamente cadute nel dimenticatoio (tipo lo staff leasing, il lavoro a chiamata, il lavoro ripartito).
La sua pecca fu quella, semmai, di non aggiornare il sistema di ammortizzatori sociali in un momento in cui la flessibilizzazione stava sempre più declinandosi in precarizzazione. Memorabile infine l’utilizzo cialtrone delle statistiche, secondo le quali Berlusconi affermò di aver drasticamente ridotto la disoccupazione.
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