Non si è fatta attendere la risposta dei talebani alla proposta di Obama di coinvolgere nel processo di ricostruzione la parte moderata dei talebani. Più che altro, il presidente degli Stati Uniti si è reso conto che per avere realisticamente minime speranze di pace è necessario un tentativo di mediazione. Perchè l’Afghanistan, come la storia del 900 insegna, è un labirinto impossibile da occupare.
La risposta dei talebani è riassumibile in un no secco. Il primo punto che motiva il no è, secondo il portavoce talebano Zabihullah Mujahed, che sarebbe “ridicolo distinguere tra moderati e fondamentalisti. Noi siamo un movimento unito sotto l’unica guida del Mullah Omar, il quale ha sempre detto che nessun dialogo sarà possibile senza il completo ritiro delle truppe straniere”.
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Forse il giornalista iracheno Muntader al-Zaidi non pensava, lanciando la sua ampia calzatura contro il presidente W. Bush, di creare un modo nuovo e decisamente originale di contestare il potente di turno.
Il suo gesto sta diventando invece popolare anche in Europa: giusto oggi, nell’Università di Cambridge, uno studente ha cercato di esprimere il suo dissenso contro il premier cinese Wen Jiabao centrandolo con un scarpa da tennis blu. A causa della distanza, della scarsa aerodinamicità della scarpa, del peso inadeguato del proiettile o della provenienza probabilmente orientale del manufatto, Jiabao è rimasto illeso ed ha potuto continuare indisturbato il suo discorso.
Andrà meglio la prossima volta, continuiamo ad allenarci….
Cosa ha lasciato in eredità Bush oltre a due guerre, migliaia di morti e un cumulo di macerie di quello che rimane del defunto sogno americano? Fabrizio Gatti, con un reportage sull’Espresso di questa settimana, si è fatto un’idea. Guantanamo e la lotta alla droga, che ha visto l’ex presidente W. lanciare anatemi contro Bolivia e Venezuela, a suo parere non abbastanza decisi in questa battaglia.
Cosa lega Guantanamo alla lotta alla droga? Scopriamolo.
Racconta il reporter:
Il 24 settembre 2007 un Gulfstream II, un lussuoso jet d’affari, attraversa lo spazio aereo messicano. I piloti puntano a nord, verso il confine degli Stati Uniti. Ma in pochi istanti capiscono di essere nei guai. Devono atterrare al più presto. Anche se il carico che hanno distribuito in modo bilanciato tra i sedili non è di quelli che si possono dichiarare in dogana: 126 valigie per un totale di 3 tonnellate e 300 chili di cocaina purissima. Forse la causa dell’eccessivo consumo è proprio quel sovraccarico: l’equivalente di 41 passeggeri per un aereo che di solito ne porta 14.
Continua a leggere: Gatti e la coca made in Cia: un'altra eredità di G.W.Bush
La mania di fare tagcloud di qualunque cosa è dilagata in occasione del discorso di insediamento di Barack Obama, 44esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Su Read Write Web si trovano anche quelle dei discorsi d’insediamento dei presidenti che l’hanno preceduto, e ci sembrava interessante riproporle.
Via | RWW
Una corrente di pensiero maggioritaria è come una moda, un codice non scritto che si propaga tra le menti e va a costituire un modo di pensare ad excludendum, ovvero che esclude dal novero dei benpensanti tutti coloro che non vi si adeguano. Questa è una legge sociale non scritta, la cui formazione somiglia in qualche modo alla calunnia rossiniana, e che tende a formare ciò che una volta si chiamava conformismo ed ora è stato più appropriatamente ribattezzato politically correct.
Abbiamo visto innumerevoli casi del genere. Bisogna essere contro la pena di morte. Tutte le guerre sono sbagliate. Non si può esportare la democrazia. Il destino della società è diventare multiculturale. Questi e altri cliché comportano un adeguamento di massa, che vede l’esclusione automatica di chi non vi si adegui, il quale viene guardato come un fantasma e avversato o ignorato dalla mentalità dominante. Un caso di questo genere riguarda l’ormai ex-Presidente americano George W Bush, comunemente additato come un incapace, uno sciocco eccetera… insomma, un bersaglio facile della satira, un po’ come Emilio Fede.
Proprio per questo, e perché ci piace essere esclusi dal novero di quelli che hanno capito tutto (e soprattutto dai politicamente corretti, Dio ci scampi) difenderemo quello che alcuni considerano il più indifendibile dei presidenti, George Dabliù, appunto. E per fare questo partiamo proprio da quello che è considerato il suo più grande errore, ovvero il conflitto iracheno. Due volte i Bush si sono inoltrati nel deserto mediorientale, e due volte hanno schiacciato la flebile resistenza di Saddam. Ma mentre Bush padre preferì lasciare al suo posto il dittatore, in nome dell’equilibrio dell’area, Dabliù andò fino in fondo.
Continua a leggere: In difesa di George W Bush, a fine mandato
Dopo aver parlato di elezioni ufficiali e del Chief of Staff del prossimo Presidente Obama, oggi ci occuperemo di uno dei pezzi da novanta del suo futuro Governo: Hillary Rodham Clinton.
Su Hillary, la sua carriera politica, il suo ruolo come First Lady nella tempesta del Sexgate e il suo controverso carattere si potrebbe scrivere non solo un post chilometrico, ma un libro di centinaia di pagine.
Piuttosto che dedicarci a un veloce quadro biografico (per cui vi rimandiamo alla sempre utile Wikipedia), vediamo di capire quali compiti ha il Segretario di Stato, e quale linea politica intende assumere la Clinton.
Nel descrivere le idee del nuovo Secretary of State possiamo usare un documento freschissimo, ovvero la obbligatoria audizione di conferma che la Clinton ha appena tenuto davanti alla Commissione per gli Affari Esteri del Senato. Vediamo quindi quale ruolo ricoprirà Hillary, e quali sono le premesse della sua azione.
Continua a leggere: Road to Inauguration. N.3: Hillary Clinton, Secretary of State
A mezzogiorno del 20 gennaio, come da emendamento costituzionale, Barack Obama giurerà come 44mo Presidente degli Stati Uniti d’America. Polisblog vi aiuterà a conoscere meglio la squadra che lo affiancherà in questo suo difficile compito, e vi accompagnerà giorno dopo giorno verso il momento culminante.
Anche se il titolo del post può sembrarvi strano, non è stato fino alle 13.35 (ora di Washington D.C.) dell’8 gennaio che l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti ha assunto carattere ufficiale. A dieci giorni dal giuramento, infatti, il nuovo Congresso ha ratificato la quota di Grandi Elettori raccolti da Obama e dal suo vice Joe Biden nelle elezioni del 4 novembre scorso: 365, ben sopra la quota di 270 richiesta per legge. Al ticket McCain-Palin, invece, sono andati 173 voti.
Questo sancisce l’ufficialità dell’elezione, perché il Presidente non è direttamente nominato dal voto popolare, ma piuttosto dai rappresentanti eletti nel Collegio Elettorale derivante da tale consultazione (come ha insegnato l’elezione del 2000, con Gore vincente nel voto popolare di oltre mezzo milione di voti, e Bush eletto Presidente grazie a cinque Grandi Elettori in più).
La cerimonia, presieduta da Dick Cheney (il Vice-Presidente è anche Presidente del Senato), si è svolta nella Camera dei Rappresentanti e ha - come sempre negli Stati Uniti - un suo fascino in un cerimoniale sobrio ma efficace. Chi volesse vedere l’elezione di Obama a Presidente degli Stati Uniti (dopo quella a supereroe), può avvalersi della registrazione presente sul sito di C-SPAN.
Immagine: hlkljgk su Flickr
Barack Obama: svolta. Voto + 9. Il presidente eletto degli Usa presenta a Chicago la sua squadra “doc” multi pensante, priva di “nani, veline e ballerine” e con Hillary Clinton segretario di Stato. “Per l’America – dice Obama – è tempo di un nuovo inizio per affrontare le sfide globali del mondo, per primo terrorismo e crisi economica”. Incalza Hillary: “ Usa mai più soli: l’America ha bisogno del mondo e gli altri paesi hanno bisogno dell’America”. E il presidente uscente Bush si confessa alla rete Tv Abc: “La caccia alle armi di distruzione di massa in Iraq, il più grande rammarico della mia presidenza”. L’America è davvero lontana, sia per Berlusconi che per Veltroni.
Gordon Brown: ambientalista. Voto + 9. Arriva dalla Gran Bretagna la richiesta di un tribunale internazionale per la tutela dell’ambiente. Si tratta di un organismo come la Corte internazionale di giustizia dell’Aja per diventare la suprema autorità giuridica sui temi riguardanti l’ambiente. La proposta è dell’ex presidente del Bar Council (Consiglio dell’ordine degli avvocati) Stephen Hockman che, come primo atto del nuovo organismo, chiede di “far rispettare gli accordi internazionali sulla riduzione delle emissioni di gas serra”. Il primo ministro britannico Gordon Brown ha accettato l’idea di Hockman, impegnandosi a sostenerla in tutti i livelli istituzionali internazionali. Per l’Italia, anche l’Inghilterra è lontana.
C’è voluta tutta la diplomazia del presidente Al Maliki per guadagnare un’intesa di massima con le componenti sciite del suo governo e presentare un piano condiviso alla controparte americana, ma alla fine l’obiettivo è stato raggiunto. L’accordo ratificato dagli Usa, prevede il ritiro di tutte le truppe entro il 31 dicembre 2011, in base a una serie di tappe che vedranno il disimpegno graduale dei soldati.
Già entro l’anno prossimo si prevede infatti che i 150.000 effettivi liberino le strade e rimangano a solo presidio delle caserme, restituendo all’autorità irachena il pieno controllo del territorio (fatte salve le caserme stesse). Sarà formata una commissione congiunta per giudicare eventuali reati dei militari e per coordinare le operazioni miste dei due eserciti. Anche i più di 16.000 prigionieri iracheni attualmente detenuti nelle prigioni Usa passeranno sotto la giurisdizione dei tribunali locali, che potranno finalmente giudicarli.
La chiave dell’accordo è la cosiddetta prima fase, vale a diro il ritiro dei soldati entro le caserme, la cui data limite è il 30 giugno 2009. Sarà soprattutto interessante vedere la reazione del neo-presidente, che avrà pieni poteri a partire da gennaio, all’ultimo regalo di Bush, visto che Obama sembrava più intenzionato a ritirare tutti i militari entro 16 mesi. Probabile dunque un compromesso sui tempi che consentirà ad entrambi di uscirne bene; il primo con l’aura di pacificatore del paese, il secondo come colui che ha in qualche modo “forzato” il ritiro.
Continua a leggere: Iraq: firmato l'accordo. Ritiro Usa entro il 31 dicembre 2011

A partire dal momento in cui la vittoria di Barack Obama è stata ufficializzata, le forze politiche italiane hanno fatto a gara a saltare sul carro del vincitore, dichiarando il proprio sostegno all’ormai ex senatore dell’Illinois. Fenomeno bizzarro in un paese che si era già segnalato come il più pro-McCain di tutta l’Europa occidentale.
Sforziamoci però di ignorare questo indegno spettacolo e di guardare a quelle che potrebbero essere le principali conseguenze dell’imminente presidenza Obama sulla politica del governo italiano. Un primo esempio è sicuramente l’ambiente: Obama ha promesso di impegnarsi a fondo per contrastare il riscaldamento globale, con una sterzata a 180° rispetto alla linea seguita dagli USA durante gli otto anni di George W. Bush. Non a caso nel suo primo discorso il president-elect ha citato il “pianeta in pericolo” tra le più importanti sfide del suo mandato - addirittura prima della crisi finanziaria.
Un dettaglio forse, ma di quelli pesanti. E soprattutto una linea completamente opposta rispetto a quella seguita dal governo Berlusconi, che si è recentemente distinto per anti-ambientalismo minacciando il veto sull’accordo 20-20-20 sostenuto dai principali paesi europei.
Continua a leggere: La vittoria di Obama: le conseguenze sulla politica ambientale italiana