Si discute ancora della geniale proposta di Calderoli di ridimensionare gli stipendi ai calciatori. Il presidente Abete ha fatto notare che gli ingaggi dei giocatori sono una certezza per il Fisco. Perché Calderoli non pensa ai suoi colleghi che aprono conti segreti o possiedono addirittura banche alla luce del sole? Tiferanno Svizzera ai mondiali? I soldi sotto al Materazzi
Il premier ungherese Viktor Orban aveva promesso tagli fiscali. Ora Budapest fa retromarcia e stringe i cordoni della borsa per evitare scenari di tipo greco. Come cambiano le cose in poche settimane. Botte da Orban
Cinema, spettacolo e cultura in genere sono in subbuglio per i tagli del governo. Si sa, al Cav interessa poco di questi cineasti disfattisti, pessimisti e anti-italiani. A lui piace solo la tv. Strunziker
Lutto anche in Italia per la morte di Gary Coleman. Tanto che si pensa a una mini-serie celebrativa, un remake de ‘ll mio amico Arnold’. Nei panni del protagonista, Renato Brunetta. L’interessato: “Io preferivo impersonare Shirley Temple a Hollywood”. In ogni caso, ispira sentimenti di tenerezza. Mitra Goldwyn Mayer
Secondo Il Giornale della famiglia Berlusconi il ministro Calderoli avrebbe imbracciato la celtica scure per tagliare - brutalmente come l’immagine suggerisce - gli stipendi di ministri, parlamentari e castari vari. Addirittura una riduzione del 5% per i magri redditi di ministri, deputati e senatori. Di questa accettata sugli stipendi dei politici nazionali non troviamo invece traccia sulla prima pagina del Fatto, che ieri ha titolato significativamente Il ministro lascia la mancia. Il senso del titolo, ben spiegato nel pezzo di Paola Zanca, è drammaticamente semplice: questa sparata del taglio del 5%, ammesso che divenga mai realtà, è il solito spot del Governo per contare sull’effetto annuncio senza che poi accada nulla di rilevante.
Facendo due conti, Paola Zanca mette in evidenza che questa drastica riduzione porterebbe deputati e senatori a rinunciare a circa 800 euro al mese, a fronte di uno stipendio di 13 mila, mantenendo peraltro tutti gli altri benefit, come i viaggi gratuiti.
Per uno che di euro ne guadagna 15.000 al mese, non è proprio un cambiamento epocale: è poco più di un decimo della sua indennità mensile, a cui però vanno sommati i 4 mila euro di diaria che gli spettano per vivere a Roma, altrettanti per il rimborso forfettario delle spese elettorali, i 1.200 euro per le spese di viaggio, e altri 258 per il telefonino. Lo stesso vale per un senatore: ai 13 mila euro che porta a casa ogni trenta giorni (una parte del suo rimborso elettorale viene erogata al gruppo parlamentare) dovrà togliere 650 euro. Nemmeno la metà di quanto prende al mese per il rimborso delle spese di trasporto.
Non sarà che questa ridicolata del 5% serve per mettersi la coscienza in pace prima delle misure draconiane che già si annunciano per la prossima finanziaria? Voi che dite?

Da tre giorni infuria la polemica sulle dichiarazioni di Calderoli, astutamente estortegli dalla conduttrice di In 1/2 h Lucia Annunziata. Alla domanda se parteciperà alle prossime celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia il ministro ha risposto in modo sibillino, dimostrando - come prevedibile - ben poco entusiasmo per la ricorrenza.
Ora, al di là del fatto che Calderoli ha semplicemente anteposto la concretezza dei fatti di governo, soprattutto intorno all’annosa riforma federalista, alla celebrazione pura e semplice, cerchiamo di vedere al di là delle sue parole. La Lega viene da antiche posizioni secessioniste che non ha mai completamente abbandonato. Una buona fetta dell’elettorato (e della dirigenza) padane vede il federalismo come una tappa del percorso e non come un punto d’arrivo.
Una volta varata questa riforma la strada per ottenere di più potrebbe aprirsi, e tutto dipenderebbe dalla contingenza politica. Stiamo chiaramente ragionando in senso futuribile. Chissà quanti anni ci vorranno ancora per partorire un sistema federalista vero, ben lontano dai fantocci di sinistra e di destra che abbiamo visto nel passato…
Continua a leggere: Calderoli e l'Unità d'Italia. Cosa c'è dietro una vecchia polemica
La Francia è vicina e l’effetto del boom dell’astensione agita i vertici dei partiti Made in Italy. I più preoccupati, quelli del Pdl, temono una ripercussione in Italia, proprio a danno del partito del Premier.
Il venti per cento e passa di elettori che hanno già dichiarato di disertare le urne il 28 e 29 marzo è “niente” se paragonato al 53,6% di estensioni in Francia, ieri. L’onda lunga negativa dei cugini transalpini potrebbe valicare le Alpi e … allagare le Regionali di fine marzo.
Lo staff del Cavaliere è sguinzagliato per mettere alla frusta i (recalcitranti) gruppi dirigenti territoriali. Non tira aria buona per il Pdl, “gelato” da un vento di insoddisfazione crescente che terrà molti suoi elettori (specie i giovani) lontani dalle urne.
Oramai Berlusconi, politicizzando il voto, non può più tirarsi indietro: ha anzi l’”obbligo” di battere la piazza per rinserrare i ranghi e riaccendere un elettorato deluso, sfiduciato e … incazzato.
Sabato prossimo in piazza ci sarà il primo responso sull’attuale stato di salute del partito del “predellino”. Berlusconi lancia il suo (ultimo?) “O con me o contro di me”.
Fini è in altre faccende affaccendato, con il lancio di “Generazione Italia”, cavallo di Troia nella maggioranza. Bossi invia in piazza una … delegazione e spara bordate bellicose con Calderoli: “Dopo il voto, nella maggioranza faremo i conti”.
Bossi lancia i tre squilli di tromba. E se la Lega fa il pieno di voti, Berlusconi e Fini si diranno addio.

La riunione di ieri nella casa del Premier Silvio Berlusconi ad Arcore ha sancito quello che ormai appariva certo, e cioè la candidatura alla Regione Veneto di Luca Zaia. Salvo grandi sconvolgimenti l’esponente della Lega Nord andrà così a rimpiazzare Galan su una delle poltrone amministrative più ambite. Cosa farà il presidente uscente è ancora da vedersi, mentre più chiaro sembra il futuro del dicastero.
In seguito agli accordi presi in prima persona da Calderoli con La Russa e altri colonnelli del Pdl, l’Agricoltura passerà di mano. Il principale partito della coalizione di governo potrà così vantare un seggio in più nel CdM, ma soltanto se la Lega vincerà la corsa in entrambe le regioni in cui si candida.
Se infatti il successo veneto appare scontato, ben più dura sarà la partita in Piemonte, e il Carroccio ha voluto così cautelarsi. Ancora aperta (e prematura) invece la questione del nome che succederà eventualmente a Zaia. Ma i candidati non mancano.

Ieri è stato reso pubblico il rapporto “Transatlantic Trends” sull’immigrazione, curato da German Marshall Fund e Compagnia di San Paolo. I risultati, per quanto riguarda il nostro paese, raccontano in parte una situazione ben nota: gli italiani sono molto preoccupati dai clandestini, e tendono a sovrastimare brutalmente il numero di stranieri (pensano che siano il 23% della popolazione, mentre in realtà sono il 6).
Tuttavia, quando si parla di immigrati regolari, gli atteggiamenti degli italiani non corrispondono del tutto all’immagine che spesso e volentieri ne da la Lega Nord: il 57% è a favorevole a dar loro “gli stessi diritti di partecipazione politica dei cittadini”, il 53% il voto alle amministrative (come proposto a più riprese da Fini).
Guardate i grafici riportati in gallery se non ci credete. C’è addirittura un 87% (la percentuale più alta tra i paesi esaminati) che sostiene l’opportunità di estendere anche agli immigrati regolari le stesse misure di sicurezza sociale previste per gli italiani. E il contrasto non potrebbe essere più stridente con la recente proposta di Bossi&co. di ridurre la Cassa Integrazione ai lavoratori stranieri.
I grafici del rapporto Transatlantic Trends: Immigration


Continua a leggere: Italiani pro voto agli immigrati: sbugiardata la Lega Nord
Era il capo della propaganda nazista Joseph Goebbels a ricordare a Hitler che una “menzogna ripetuta almeno tre volte diventa una verità”. Non per fare arditi paragoni ma Silvio Berlusconi, gran comunicatore, in questa arte antica della … bugia, è gran maestro.
A forza di raccontare la storiella che lui ha vinto le ultime elezioni politiche e ha la maggioranza degli italiani, oramai tutti (o quasi) ci credono.
Alle elezioni del 2008, per la Camera dei Deputati, su 36.452.286 elettori (circa l’80% degli aventi diritto) per il Pdl (Forza Italia più Alleanza Nazionale) hanno votato 13.628.069 e per la coalizione di centro destra (FI più AN più Lega ed MPA) 17.064 per un totale pari al 34 per cento.
Solo il premio di maggioranza dato grazie alla legge “porcata” di Calderoli determina gli attuali rapporti di forza fra maggioranza e opposizione. E’ matematicamente chiaro che la maggioranza degli elettori (compresi gli astenuti), non hanno votato per Berlusconi né i suoi alleati.
L’invocazione del popolo sovrano ed arbitro del nostro Paese non regge sotto nessun profilo: è solo un espediente fuorviante utile al Cav per tentare irresponsabilmente il colpo gobbo della deriva peronista.
E’ inoltre tutto da dimostrare, con l’aria (nuova) che tira, che Berlusconi (“ferito” e “fuso”) e il centro destra (in contenuta ma forte fibrillazione interna) riescano a riportare a casa almeno quel risultato del 2008. Le minacce di Berlusconi alla fin fine possono risultare un boomerang politicamente fatale per se stesso e per il centro destra.
O con me o contro di me. O sudditi o nemici.
E’ l’editto imperiale di Silvio Berlusconi che si sente minacciato nella solidità della leadership, teme che il “dopo Berlusconi” si realizzi a breve. E sia già in corso, proprio dal Pdl, la “deberlusconizzazione”.
Ma è fuori strada chi pensa che abbia perso la testa.
Il Cav, per reagire all’attacco di nemici vecchi e nuovi e di alleati scomodi, ha una sua strategia, chiara e inquietante: è pronto “a rovesciare il tavolo”.
Di fronte all’inconsistenza del Governo (impegnato solo a sistemare i guai del Presidente), a un Paese alla deriva, a un Pdl (partito militarizzato e ambiguo) a rischio implosione, Berlusconi spara sul mucchio e tira la corda per giocare l’ultima carta: la crisi di governo e le elezioni politiche anticipate da tenersi a marzo con le regionali.
Solo così, ripetendo una operazione già brillantemente compiuta, può salvare se stesso.
Con una sola fava, il Cav può prendere più piccioni: scrollarsi definitivamente di dosso Fini il “cosacco”e i suoi ultimi “apaches”, ribadire chi è il vero padrone nel Pdl e dintorni, stroncare sul nascere ogni velleità di rilancio del Pd, annientare nella culla il nascente nuovo partito centrista di Casini e soci, dare l’out-out alla Chiesa, aprirsi definitivamente il varco verso il Colle.
Fantapolitica? Basta un accordo blindato con Bossi e le elezioni con la legge “porcata” di Calderoli possono diventare un plebiscito per il Cav, il “salvatore” della patria.
Viva l’Italia. E gli italiani stanno a guardare. L’opposizione non va oltre un gioco di risulta. Basterà la “vigilanza” costituzionale del presidente Napolitano?
Giorgio Napolitano: c’azzecca. Voto +9. Il capo dello Stato difende la sua posizione sul dl sicurezza:”La lettera è una prerogativa della Carta: promulgazione piena. Meglio una piuma che un inutile rotear di scimitarra”. Così Napolitano “zittisce” il tribuno Di Pietro, di fatto accusato di non conoscere (oltre l’italiano) la Costituzione italiana.
Governo: stracci volanti. Voto – 8. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianfranco Miccichè commenta le “parole meschine e volgari” di Calderoli: “Questo signore leghista è da sempre un provocatore, personaggio con la p minuscola, purtroppo è ancora ministro della Repubblica”. Maggioranza unita con “stile” e … cerotto.
Al di là dei giochi di convenienza politica, dopo tante parole in libertà è davvero giunto il tempo di fermarsi a riflettere, mettendo un punto fermo. Il tema è quello della lotta all’immigrazione clandestina in relazione a ciò che è stato fatto e alle posizioni dei partiti sulla vicenda. Prima di tutto i fatti: i primi (pochi) giorni di efficacia del trattato Italia-Libia hanno prodotto 1.500 respingimenti nei porti di partenza. Ovvero molto più di ciò che si era ottenuto in anni di (tentativi) di rimpatri forzati nei paesi d’origine; pratica che come sappiamo necessita di singoli trattati con ciascuno dei paesi di nascita dei clandestini.
Il Governo è stato più volte accusato si essersi fatto prendere in giro da Gheddafi, regalando soldi in cambio di niente. Noi stessi abbiamo descritto tutti i passaggi del patto con la Libia con un certo scetticismo, temendo l’ennesimo gigantesco buco nell’acqua. Ma ora che i primi risultati si vedono bisogna anche avere il coraggio di dire le cose come stanno; ovvero che il trattato sta funzionando benissimo. Il che non significa non tener conto del fatto che siamo solo all’inizio e che in futuro Gheddafi potrebbe buggerarci, ma per ora sta funzionando.
Detto questo, e chiarito che la Lega ha ottenuto un successo d’immagine spaventoso su un tema che sta a cuore a tutti o quasi, vediamo di analizzare le posizioni “contro”. Innanzitutto la Chiesa. Si sa che un certo buonismo ecclesiale, condito da indubbi vantaggi economici per la Caritas, non poteva dirsi entusiasta dei respingimenti. È tuttavia un fatto che non vi sia stata una presa di posizione ufficiale contro, segno che nemmeno il Vaticano se la sente di rendersi impopolare del tutto, ma preferisce una posizione ondivaga.
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