Mentre sfogliavo il mio giornale preferito, Il Secolo d’Italia, mi sono imbattuto in un pezzo di Annalisa Terranova (Ci mancava soltanto l’egiziano) che spara ad alzo zero sulla scelta di candidare Magdi Allam e Attilio Romita alle prossime regionali sotto le bandiere del Popolo della libertà.
La stroncatura, che rientra sicuramente nella guerra per bande che contrappone berluscones di osservanza feltriana a progressisti finiani, mette in evidenza con crudezza la vacuità politica di certe decisioni: la candidatura di Magdi Allam in Basilicata (ammesso e non concesso che l’uomo conosca qualcosa del territorio che si candida ad amministrare, mentre siamo certi che gli abitanti della Basilicata non sanno nemmeno della sua esistenza) rappresenterebbe pertanto un errore politico e una leggerezza. […] Allam, eletto eurodeputato nelle fila dell’Udc, è diventato un simbolo di un certo modo di intendere la politica: il suo è uno stile che induce al conflitto, alla diffidenza, alla difesa di identità sclerotizzate. […] La candidatura di Allam avrebbe come conseguenza immediata quella di riportare il centrodestra, in tema di immigrazione, integrazione e diritti, su posizioni più retrive di quelle leghiste, che almeno si ammantano solo di slogan propagandistici e non della pericolosa aureola fideistica da neoconvertito con cui Allam circonda le sue interessate antipatie per l’Islam e il mondo arabo.
Una cannonata niente male! A cui si aggiunge quella verso il mezzobusto del Tg1, Attilio Romita: Il discorso va a parare dritto dritto su un problema già affrontato quando si discusse delle candidature alle elezioni europee e delle famose “veline”. Con una pletora di “nominati” un partito, anche se ha una leadership forte e indiscussa, non va da nessuna parte. Non produce politica, non produce idee. Dopo l’incidente-veline si era sperato che si corresse subitaneamente ai ripari. Invece il vizietto antico torna a mordere…

Nella serata di ieri si è riunito l’ufficio di presidenza del Pdl che avrebbe dovuto ufficializzare i nomi degli ultimi candidati governatori (per Basilicata, Marche, Toscana, Umbria e Puglia) e soprattutto definire una volta per tutte i rapporti con l’Udc nell’ottica delle elezioni regionali.
Come tutti sanno negli scorsi giorni Berlusconi ha più volte criticato la politica dei due forni che l’Udc sta mettendo in atto in tutta Italia, alleandosi con una o l’altra coalizione in base alla convenienza (nello specifico le poltrone). D’altronde al momento i centristi stanno attuando una politica ondivaga nelle varie regioni: in Veneto, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna correranno probabilmente da solo mentre nelle Marche, Liguria, Puglia (solo se vince Boccia le primarie), Piemonte e Basilicata dovrebbe correre con il Pd. Mentre con il Pdl sono in piedi i discorsi solamente nel Lazio e in Campania (e forse Calabria).
Ma la riunione ha portato all’ennesimo rinvio, Silvio Berlusconi era piuttosto intenzionato a una specie di diktat (”O con noi con un accordo nazionale o niente”) non pare aver ottenuto larghissimo consenso nell’ufficio politico. Troppi i membri del partito (non solo finiani) che non vogliono rompere con l’Udc, avendo probabilmente paura di veder svanire la possibilità di vincere in alcune regioni. In ogni caso sembra sempre più probabile che alla fine un mezzo accordo ci sarà, nonostante le accuse incrociate.
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