
Potrebbe sembrare il solito “colpo al cerchio e colpo alla botte” ma, a ben guardare, l’intesa tra Franceschini e Martin Schulz per l’ingresso del PD nel PSE rischia di essere molto di più.
Certo, il nuovo gruppo avrà, probabilmente, un nome più altisonante “Alleanza dei socialisti e dei democratici” che dovrebbe garantire i più moderati del PD, ma la sostanza sembra un’altra.
A guardarla bene, l’intesa con il leader dei Socialisti Europei, ha tutta l’aria di una sconfitta per il segretario del PD. Una sconfitta nei confronti di quella parte del suo partito che, fin dalla notte dei tempi, ha continuato a vedere il PD non come qualcosa di nuovo - come una forza riformista simile ai democratici Americani e lontana dall’ideologia socialista - ma come l’opposto, l’ideale continuazione della transizione tra PC, PDS, DS.
Continua a leggere: Il PD ha scelto la collocazione europea, entrerà nel PSE. Mugugni dai cattolici.
“Bocche cucite” è l’ordine dato da Silvio Berlusconi sui sondaggi.
Dati che fanno tremare i polsi e che per la prima volta tolgono il sonno al Cavaliere.
La fedeltà nelle intenzioni di voto per il Pdl era sempre stata, fino a un mese fa, superiore all’80 per cento. Le dichiarazioni di fedeltà per il Pdl sono in netta discesa: pari al 70 per cento una settimana fa, al 60 per cento nelle ultime ore.
Meno di 2 elettori su 3 dichiarano dunque di voler continuare a votare per il partitone di Berlusconi. Un appeal tipo quello del Pd, partito da mesi in crisi profonda.
Detto in altro modo, il 20 per cento degli elettori del Pdl non è più convinto di continuare a votare Pdl.
Colpa dell’affaire Noemi? Sembra proprio di sì.
In particolare la componente cattolica che vota Pdl è scossa dalle ultime vicende personali del premier. In una settimana, il 35 per cento dei cattolici dice che non voteranno più Pdl.
Un segnale da non sottovalutare. Poi, nell’urna, tutto può succedere. Anche che i delusi ritornino alle antiche certezze e votino compatti per il Pdl.
Ma tutti questi elettori scontenti, ci andranno davvero alle urne? O, con l’astensione, lanceranno a Berlusconi un inequivocabile segnale?
Le imminenti elezioni provinciali di Milano avranno una certa importanza per la politica nazionale, per più di un motivo: perché si tratta di una delle più popolose e ricche d’Italia, innanzitutto, ma anche perché costituisce un’eccezionale anomalia. In una Lombardia ormai quasi completamente feudo di Lega e PDL, è infatti governata da 5 anni da una coalizione di centrosinistra.
Per farsi un’idea di come stia andando la campagna elettorale, è sufficiente dare un’occhiata ai manifesti dei principali candidati (che trovate in gallery). Cominciamo dal presidente uscente Filippo Penati (PD): il suo slogan, “la Provincia e oltre”, sembrerebbe a prima vista una formula pretenziosa e senza molto senso, tipica per il Partito Democratico.
In realtà quell’”oltre” potrebbe nascondere più di quanto sembra: un’eventuale riconferma di Penati, infatti, renderebbe l’ex sindaco di Sesto San Giovanni, massimo esponente della linea securitaria del PD, un possibile candidato per il congresso autunnale, in quanto capace di sbaragliare la destra in casa sua. Per molti nella sinistra milanese, una ragione sufficiente per disertare le urne. Sceriffi in cerca di promozione.
Continua a leggere: Le elezioni Provinciali di Milano in 3 cartelloni elettorali
A preoccupare “fidi” e “devoti” non è tanto il calo di popolarità del Premier.
Più dei tre punti secchi e pesanti in meno, si teme il “nervosismo” crescente di Silvio Berlusconi.
Un umore fra (pochi) alti e (molti) bassi, non tanto conseguente dall’affaire con la “signora Veronica” ma dall’estenuante braccio di ferro con la Lega e soprattutto dalle fibrillazioni e dai malumori interni.
I più “esposti” sono Gianfranco Fini e Giulio Tremonti, due galletti nello stesso pollaio che, pur così diversi e con responsabilità differenti, puntano allo stesso obiettivo: la futura leadership del Pdl e del governo del Paese.
I due non incrociano più le lame fra di loro, ma le puntano sempre più spesso e sempre più decisi “verso” il Premier, anche se non proprio contro in modo diretto.
L’elenco è lungo ma sia Fini che Tremonti sono impegnati quotidianamente in un’opera di “smarcamento” nei confronti del governo e dello stesso Berlusconi. Questo crea fibrillazioni che non fanno presagire nulla di buono.
I malumori interni vengono invece da aree di cattolici ex diccì, sempre più insofferenti di un Pdl e un governo piegati ai ricatti della Lega.
Continua a leggere: Ore 12 - Il Cavaliere è nervoso: nel Pdl crescono fibrillazioni e malumori
Roberto Biorcio è professore associato di Sociologia Politica all’Università di Milano-Bicocca, ed é stato tra i primissimi in Italia ad occuparsi della Lega Nord, fin dall’inizio degli anni ’90. Avendo io dedicato in questi mesi una serie di post ad esplorare il fenomeno Lega e le sue contraddizioni, ho pensato di discutere con lui alcune delle mie riflessioni.
In questo primo anno di governo la Lega Nord, se escludiamo la questione sicurezza, su cui ha imposto la propria linea, ha dovuto subire anche parecchie sconfitte: Malpensa, Expo 2015, federalismo fiscale che va per le lunghe.. eppure tutti i sondaggi la danno in forte crescita. Com’é possibile?
Bisogna fare una distinzione: un conto sono le politiche di redistribuzione a favore del Nord, che sono solo una parte delle rivendicazioni della Lega; un altro sono i provvedimenti ad alto valore simbolico, come quelli su sicurezza ed immigrati.
Gli insuccessi che indichi tu si riferiscono più al primo filone, alla capacità della Lega di condizionare efficacemente le politiche pubbliche a favore del Nord e di tutelare i suoi interessi. Anche il federalismo dovrebbe essere questo in fondo: un meccanismo per trattenere più risorse fiscali nel settentrione. Tuttavia queste politiche hanno dei vincoli economici rilevanti: e dunque un conto è fare proclami, un altro è intervenire davvero, e avere le risorse per farlo.
Con un pezzo di Andrea Romano, sempre attento e acuto, il Riformista boccia di fatto la candidatura alla segreteria del Pd di Pierluigi Bersani “persona perbene … ma non sarà il prossimo presidente del Consiglio, non avendo né il profilo né il carisma …”.
In sintesi, Romano dice che bisogna cercare il futuro leader del Pd fra i “dirigenti” nati nell’era berlusconiana e non più fra quelli vissuti nel Pci.
Tant’è, rincalza l’opinionista, che “Palmiro Togliatti, tornato in patria dopo il ventennio di Benito Mussolini, scelse di puntare sulla generazione cresciuta nel fascismo per costruire una forza politica capace di rappresentare una nazione del tutto diversa da quella che aveva lasciato per l’esilio”.
Il rinnovamento di un partito si pone sempre come problema “politico”, come necessità urgente e non come “esigenza permanente”. Sotto la spinta della necessità si rinnovarono profondamente il Pci, ma anche la Dc e il Psi.
La prima grande sterzata di Togliatti (nel 1946 la “svolta di Salerno” per la creazione di un governo provvisorio con tutti i partiti antifascisti, rivalutando la monarchia e Badoglio; la costruzione di quel “partito nuovo” capace di “aderire alle pieghe della società”) fu il frutto di una attenta e profonda analisi politica del partito, dei partiti avversari, della società italiana (soprattutto dei ceti medi), del mondo dopo la seconda guerra mondiale.
Il capo del Pci mise in guardia il partito dal pericolo “di chiudersi compiaciuto in posizioni di autosufficienza e di settarismo”.
Togliatti puntava ad orientare forze nuove, rivolgendosi direttamente a coloro (in particolare i cattolici) che simpatizzavano per i partiti di centro e di destra, ed estendendo il fronte di lotta. Non scelse il Di Pietro di allora ma cercò per primi gli scontenti e i delusi del fascismo, attento a come si muoveva la Chiesa.
Continua a leggere: Ore 12 - Pd, cercasi leader doc. A "misura" di Berlusconi
Esattamente 90 anni fa, il 19 gennaio 1919, nasceva il Partito popolare Italiano, il Ppi. Da quella costola, una ventina di anni dopo, prendeva forma la Democrazia cristiana, la Balena bianca.
Fondatore e animatore del Ppi è stato Luigi Sturzo, un prete di Caltagirone, teologo, sociologo, organizzatore politico.
Il 24 ottobre 1924, quattro mesi dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, Sturzo fu costretto ad emigrare a Londra su “ordine” del Papa per volontà di Mussolini: oramai non c’era più posto per il fondatore del Partito popolare, formazione politica sempre più interessata alla collaborazione tra cattolici e fascisti in nome dell’Ordine, della Patria, della Fede, dell’anticomunismo.
Sturzo rivoluzionò la politica italiana, riuscì a inserire le masse popolari cattoliche (e non solo) nella vita politica, amministrativa e culturale del Paese.
Organizzazione sottratta all’ingerenza diretta della gerarchia ecclesiastica e con suo programma democratico e riformista orientato, in polemica con l’accentramento dello Stato sabaudo, sulle autonomie locali e sul decentramento amministrativo.
Come si vede, non è stato il vento del Nord e non è stato Bossi a “inventare” il federalismo.
Card. Tarcisio Bertone: cristiani in … campo. Voto + 8. Il segretario di Stato vaticano Card. Bertone chiama i cristiani a scendere in campo: “Il Concilio Vaticano II, sul modo di porsi della Chiesa nel mondo contemporaneo, afferma il diritto-dovere dei cristiani di esprimere la loro opinione quando sono in gioco i diritti della persona e i valori fondamentali, anche per correggere o migliorare le proposte di legge. Questo mi sembra sia un diritto legittimo in un regime democratico”. Prove tecniche di “trasmissione” per tornare al partito unico dei cattolici? Tutto legittimo: basta non mettere in discussione la laicità dello Stato e la pari dignità di tutte le confessioni religiose.
Silvio Berlusconi: discarica … to. Voto – 9. Il premier giunge oggi a Napoli per la nona volta per fare il punto sulla (ex?) emergenza rifiuti. Mentre Berlusconi si vanta di aver risolto il grave problema, le proteste popolari sono ripartite. Ieri a Chiaiano un corteo spontaneo contro l’allestimento di una discarica in una cava. Oggi i comitati civici di Chiaiano promettono una protesta organizzata al centro di Napoli. I comitati annunciano “prove tecniche di guerriglia urbana indossando provocatoriamente scolapasta come caschi e stelle filanti come oggetti contundenti. Così la Questura di Napoli avrà altri facinorosi sui quali indagare”. Belpaese sempre al limite fra farsa e tragedia.

“Si allontana sempre di più, e non solo nel tempo, dallo spirito della lettera di quei diritti umani che trovarono possibilità di essere espressi perché si proveniva forse dagli orrori di una guerra mondiale. Eppure l’uomo e la donna sono gli stessi, hanno bisogno di protezione, specialmente nei casi in questione”.
Così parla monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti. “Purtroppo - aggiunge il prelato - la tendenza è al ribasso rispetto agli impegni internazionali a suo tempo assunti in favore della protezione di persone perseguitate, e i cui diritti umani non sono stati rispettati”.
Il rapporto tra Chiesa e Stato non finirà mai di far discutere e provocare controversie. In questo caso però è palese come il governo Berlusconi senta la voce della Chiesa a giorni alterni, quando fa comodo. Se si tratta di misure restrittive come divorzio, eutanasia, aborto vediamo i ministri in pectore mostrare tutta la loro religiosità presunta con conseguenti tradizioni cattoliche. Può capitare quindi di sentire personaggi della Lega Nord esultare per il ritorno della messa in latino.
Continua a leggere: La voce della Chiesa: il Governo la sente solo alcune volte

La notizia è di quelle che rischiano di passare inosservate, ma che possono celare fenomeni politici di grande interesse. Per la prima volta quest’anno, dopo una decade di crescita ininterrotta, la percentuale di italiani che ha scelto di devolvere l’otto per mille alla chiesa diminuisce. Certo, si parla sempre di percentuali ben più che bulgare: quasi il 90% l’anno scorso, “solo” l’86 quest’anno. Una riduzione che significa comunque 35 milioni di euro in meno, drenati quasi tutti verso lo Stato, che vede la sua (striminzita) quota aumentare dal 7 all’11%.
Quali le ragioni di questo improvviso calo? In assenza di studi specifici, è azzardato fare qualsiasi ipotesi. Tuttavia, c’é già chi sostiene che potrebbe avere influito l’intervento sempre più radicale ed incisivo della chiesa nella politica italiana, che ha raggiunto il suo apice con la polemica sui Dico, sotto il governo Prodi. Una battaglia vinta clamorosamente dalla CEI, con il ritiro del provvedimento e un’effetto diretto sulle opinioni degli italiani che, inizialmente in maggioranza favorevoli alle unioni civili, si sono poi, mano a mano che lo scontro si inaspriva, schierati sempre più sulle posizioni tradizionaliste della chiesa.
Tuttavia questa crescente presenza nell’agone politico, spesso in prima persona, potrebbe avere alienato al clero le simpatie di molti progressisti, non necessariamente cattolici ma abituati a devolvere l’otto per mille alla chiesa, nella convinzione di contribuire ad “opere benefiche” a favore dei più demuniti. Un gruppo minoritario certo , ma che potrebbe aver deciso di votare contro la chiesa sull’unica scheda in cui si presenta col proprio nome: la dichiarazione dei redditi.
Foto: zarpynho, Flickr.