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Ore 12 - Pd alle corde, "impiccato" dalle primarie

pubblicato da Massimo Falcioni

altroA questa corda … “salvifica” delle primarie, prima o poi il Pd ci resta impiccato. Errare umanum est ma perseverare …

Anche da Milano le primarie dimostrano una impostazione populista (con deriva a sinistra) del partito di Bersani che sa tanto di autolesionismo. Il fine di un partito politico non è un demagogico esercizio di democrazia, ma l’affermazione di un progetto capace di creare partecipazione e consenso e arrivare a governare.

La bassa partecipazione ai gazebo e soprattutto gli strascichi derivanti dal risultato che premia Pisapia, ottimo, ma non il candidato del partito e né tanto meno il candidato in grado di togliere voti al corpaccione del centrodestra, senza i quali si ringhia contro la Moratti e Berlusconi, ma da … “fuori”, impongono la riflessione.

Domanda. Se le primarie sono del Pd, perchè sono fatte per una coalizione e un programma inesistenti? Perchè il Pd, che nelle primarie ci mette la faccia e tutto il resto, fa il portatore d’acqua, deve sempre giocare di rimessa, col risultato prima di perdere “dentro”nei gazebo, poi buscarle “fuori”, nelle elezioni vere?

A Milano vince ancora il modello Vendola. Cui prodest? E’ questa la strada per fare un Pd forte e vincente, costruire una coalizione di governo per quella città e per il Paese?

Lo schema, sbagliato quanto perdente, è l’esaltazione dell’antipolitica, tradotto in una paradossale semplificazione: Pisapia il nuovo, Boeri il vecchio. La società civile che sconfigge la nomenclatura dei partiti. La teoria dei vasi comunicanti elettorali con il voto che passa da destra a sinistra in funzione del leader di turno. Quindi, basta con i partiti, considerati solo zavorra. O, come anche ieri a Milano, solo “utili idioti”.

Bene. Anzi male. Molto bravi a farsi male, da soli. Importante che alla fine vincano. Gli altri.

Ore 12 - E a sinistra del Pd? Le foglie secche del fallimento comunista

pubblicato da Massimo Falcioni

altroE quelli a sinistra del Pd? Stanno peggio di quelli del Pd.

Quella miseria del 2,74% (dal 3,5% delle Europee) è come un chiodo nel costato della storia dei “comunisti” italiani, dal 1921 ad oggi. Quei comunisti, fuorilegge e braccati per 20 anni dal fascismo, erano paradossalmente più forti allora di oggi. Come mai? Allora rappresentavano una speranza, il nuovo mondo, oggi sono solo l’ombra di se stessi, ultime foglie appese di una pianta che è morta da tempo.

Nemmeno il governo del (non) fare di Berlusconi e la società di cartapesta del “berlusconismo”, la crisi mondiale del capitalismo, riporta in auge i comunisti italiani.

Tutta colpa del “destino cinico e baro” di saragattiana memoria? Ognuno è libero di dare la propria risposta. Ma i fatti sono una sentenza di liquidazione di una esperienza irripetibile perché fallita. Tutti i “se” e i “ma” sono un contorno inutile, per allungare una agonia che aiuta solo il “nemico”.

Il rimedio non sta nella disponibilità degli ultimi comunisti di una alleanza con le altre forze del centro sinistra che, attorno ad una proposta di salvaguardia della democrazia e della Costituzione, si impegni fin da oggi a battere Berlusconi alle prossime elezioni politiche. Questa è solo propaganda cui non credono più nemmeno gli ultimi compagni che cuociono le salsicce nelle feste sempre più misere della falce e martello.

Il Pd non vuole i comunisti loro alleati. Non li vuole non perché brutti e cattivi, ma perché li fa sprofondare fino in fondo. La famosa chiamata alla “resistenza” delle forze “democratiche” contro Berlusconi è per il Cavaliere una polizza a vita.

Gorbaciov voleva riformare l’irriformabile comunismo sovietico. Ma Eltsin fece saltare Gorbaciov e il comunismo. E’ la storia. E le lancette della storia non si possono rimettere indietro. Allora?

Allora bisogna avere l’umiltà (e il coraggio) di capire gli errori e la lezione della storia. Dopo si ricomincia. Ma solo dopo.

Ore 12 - Regionali: per Berlusconi, colpo di "striscio" o colpo "mortale"?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroChi l’ha visto? Dov’è il Governo? Dove sono i ministri? Chi guida questa Italia agitata, traballante, in preda a miasmi velenosi?

Con la coda di una crisi economica che sprofonda l’Italia nelle retroguardie fra i Paesi occidentali e spezza le reni a un popolo sempre più deluso, apatico e diviso, a dominare è il silenzio assoluto e assurdo dell’esecutivo nazionale.

Ministri, vice ministri, sottosegretari, l’infinita equipe del potere messa in piedi dal centrodestra, tutti tacciono: passivi, inutili, impietriti per le sorti del grande “capo”. Tutti trattengono il respiro e oramai sperano solo nel miracolo. Temono il “botto”. Berlusconi è su un piano inclinato: se cade, tutti a casa!

Mai come in questi giorni, l’alleanza voluta e guidata dal Cavaliere, dimostra la propria inconsistenza ideale, progettuale, politica. Adesso anche il partito del “predellino” appare per quello che è: una bolla d’aria, un bluff.

Da una facile e travolgente cavalcata, le imminenti elezioni regionali si stanno trasformando per il centro destra in un passaggio drammatico. Da un “cappotto” annunciato contro il centro sinistra, il Pdl teme ora di portare a casa un pugno di mosche.

La politicizzazione del voto imposta dal Premier si trasforma in un boomerang. Al di là dei risvolti penali delle ultime vicende sollevate dalla procura di Trani è oramai diffuso il senso di un Premier nella tenaglia di una arroganza e di un malcostume deprecabili e indifendibili.

L’astensionismo non punirà solo e tanto i “ras” locali del territorio, ma colpirà nel cuore l’impalcatura del potere berlusconiano. Per la prima volta il “popolo azzurro” ha perso la fiducia nell’Unto del Signore. . E la prova di forza di sabato prossimo a Roma non cambierà nulla. Un bidone di benzina sul falò. Una ammissione di impotenza politica.

A questo punto solo le urne diranno se il colpo, per Silvio Berlusconi, sarà di “striscio” o, invece, “mortale”.

Le pagelle del martedì

pubblicato da Massimo Falcioni

Pier Luigi Bersani: antinebbia. Voto + 8. Il leader del Pd protesta: “E’ da pazzi spegnere la luce della tv prima del voto. Il centrodestra non vuole che si parli della situazione reale del Paese”. Orwell o Huxley?

Pierferdinando Casini: cerchiobottista. Voto – 8. Il leader dell’Udc è convinto che “Le intercettazioni, i conflitti di potere, l’eterna lotta tra Berlusconi e i magistrati non interessano gli italiani”. Convinto lui.

Ore 12 - "Piccoli" leader crescono. Ma non è tutto oro quello che luccica

pubblicato da Massimo Falcioni

altroLa sinistra, Pd in testa, è in balia degli umori del momento. E’ sempre così, quando la crisi morde e non si sa che pesci pigliare.

Adesso, dopo l’exploit pugliese di Nichi Vendola, (quasi) tutti a puntare sulle primarie, ritenute lo strumento di maggior legittimazione democratica e l’arma vincente, quanto meno nella scelta del “migliore” candidato interno. Ma è proprio così?

Anche il “bipolarismo”, tanto osannato quale panacea dei mali della politica, sta mostrando la corda (è in crisi anche dove impera da sempre, a cominciare dalla Gran Bretagna).

E per vincere le elezioni e per poi governare ci vogliono le “coalizioni” (non certo a marmellata come quelle di Prodi …), di norma guidate dal leader del partito più forte della coalizione stessa.

Fu così anche nella Prima repubblica dal 1945 al 1981 con il premier sempre targato Dc. Quando a Palazzo Chigi l’inquilino cambio “marca”, prima con un premier repubblicano (Giovanni Spadolini), poi con due socialisti (Bettino Craxi con la famosa “alternanza” e Giuliano Amato), non fu per la magnanimità dello Scudo crociato ma perché la Dc andò in crisi e quello era l’unico modo – stante la conventio ad excludendum verso il Pci - per rimanere al potere e dare un governo all’Italia.

Diventando premier il leader di un partito “minore” saltava però il rapporto fra consenso, potere e responsabilità su cui reggono le democrazie rappresentative. Idem nella Seconda repubblica, almeno nel centro sinistra: vedi i governi diretti da Romano Prodi. Che centra con oggi?

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Il "gioco dell'oca" del Pd. Si torna a cercare ...l'identità

pubblicato da Massimo Falcioni

La candidatura di Emma Bonino alla presidenza della regione Lazio passa nel Pd all’unanimità. Ma è un en plein di facciata. Tutte quelle mani alzate all’Hotel Aran Mantegna di Roma nascondono i volti della delusione e del malumore di dirigenti e militanti che non sanno più “che pesci pigliare”.

Quel che succede nella regione della capitale è la cartina di tornasole di un partito “vuoto” . “spiazzato”, e “a rimorchio” di chiunque.

E Bersani? Accerchiato, criticato, sobillato. Il segretario sbanda, ora cercando di rimettere in riga gli “agitati”, come un “kapò”, ora subendo gli umori di chiunque dica la sua, “prigioniero” di amici (in forte calo) e nemici (in forte crescita).

Situazione peggiore di quella già vissuta dal Pd di Veltroni e di Franceschini? Sì. Come allora, pur se a parti invertite, c’è chi rema contro e addirittura “tifa” per la sconfitta del Pidì alle Regionali. Un errore politico perseguito per tre volte di seguito non può che portare alla disfatta.

Le primarie, previste per statuto e obbligatorie per le cariche pubbliche, sono oramai solo un ricordo. Alleanze senza strategia, alla giornata, imposte da convenienze e dalle circostanze, più che altro “subite” per non perire. Nel Lazio costretti a prendersi la Bonino, ma non c’è uno straccio di accordo con i radicali; l’Udc sta con la destra (se Berlusconi non pone il suo veto…) nelle regioni che contano e dice sì al Pd in Calabria (prendendosi il candidato presidente) e in Puglia, dove il Pd è nel caos, idem in Umbria. Con la sinistra radicale ecc. è frattura quasi ovunque. Con l’Idv è un continuo stop and go.

Per la prima volta, la componente cattolica ex Margherita (“figli di un dio minore”) è con le valige in mano, pronta dopo le elezioni di marzo, a sbattere la porta.

Il nodo è l’identità. Ancora nessuno sa cos’è il Pd: se un partito di sinistra che si allea con un centro costituito dall’Udc o un partito di centro sinistra in un assetto bipolare. Si “sbanda” sulle alleanze perché non è ancora definita la vera natura del partito.

A poco più di due mesi dalle elezioni, il Pd è senza rotta. E Bersani è nella bufera. Sarà il “tutor” Massimo D’Alema a salvarlo?

Ore 12 - Scintille fra Pdl e Udc. Chi "rischia" è Casini

pubblicato da Massimo Falcioni

altroIl Pdl “minaccia” di non volere l’Udc come alleato in quelle regioni dove il partito di Casini si era mostrato disponibile alla coalizione di centro destra.

E Casini ribatte che: “Se giovedì prossimo l’ufficio di presidenza del Pdl ci impedirà di appoggiare i suoi candidati, se rifiuterà il nostro sostegno, vorrà dire che non glielo daremo”.

La matassa è intricata. Per il Pdl, che senza i centristi rischia di mancare l’en plein. Per l’Udc, che privato di uno dei “due forni”, rischia di essere costretto ad accettare il “pane” del Pd, a prezzo alto e, magari, ammuffito.

Ma a rischio è l’intera impalcatura strategica su cui Casini imposta le Regionali come tappa di una svolta degli assetti politici nazionali: cioè quella di non allearsi con nessun partito in queste elezioni, di fare patti con i presidenti e non con le coalizioni.

C’è chi in questo vede la reiterata volontà trasformista e di potere dell’Udc e chi invece ritiene un passo necessario per smantellare questo bislacco e fallimentare bipolarismo.

Forse galvanizzato dalla corte spasmodica di cui è stato ed è oggetto nelle ultime settimane, Casini ha teso e tende a rilanciare l’Udc in quanto tale, quasi dimenticandosi delle promesse per la costruzione del nuovo grande partito di Centro: non una Udc riverniciata, ma un soggetto politico tutto nuovo, con l’apporto di altri segmenti della Costituente di centro (come la Rosa Bianca di Pezzotta, i Liberal di Adornato, i Popolari di De Mita, l’Unione popolare cristiana di Antonio Satta ecc.) e di forze nascenti come quella dell’IpI di Rutelli e Tabacci.

Affievolire il messaggio sul nuovo partito di Centro, indebolisce di molto l’Ud, partito con più “incrostazioni” e che ha esaurito la propria funzione.

Qualcosa che non quadra deve pur esserci se, dopo tante aspettative potenzialmente positive, gli ultimi sondaggi danno l’Udc non più elettoralmente in rilancio, ma addirittura in discesa, ben sotto il 7 per cento.

Per Casini è un segnale d’allarme. Furbizie e ambiguità non reggono a lungo.

Ore 12 - Bersani "calabrache", Casini "pigliatutto"

pubblicato da Massimo Falcioni

altroL’affaire delle candidature per le prossime Regionali dimostra lo stato di salute del Pd.

Più o meno, ovunque, il partito di Bersani si consuma in una sorda lotta intestina, incapace di egemonia e di sintesi nel centro sinistra.

Senza l’alleanza con l’Udc, il Pd rischia alle Regionali una debacle storica, ghettizzato al massimo in due/tre regioni, peraltro non più compatte e aperte persino agli assalti della Lega.

Per questo Bersani, senza dare alcun peso ai contenuti programmatici, gioca tutte le carte in una unica direzione, facendo una corte spasmodica a Casini, che si trastulla, si gongola, compiaciuto di essere l’ago della bilancia fra i due schieramenti.

Bersani va “a rimorchio” di Casini e pende dalle decisioni del leader centrista. E Pierferdi ha buon gioco nella sua strategia delle “mani libere”: non solo alza la posta, certo di fare il pieno di poltrone, ma rompe il sistema bipolare basato su Pdl e Pd, dimostrando che il bipolarismo non c’è più.

Insomma, le Regionali come test e incubatoio di un nuovo progetto politico nazionale per battere Berlusconi. Casini, più che lanciare un’Opa sul Pd, si candida (fondando un nuovo partito di centro) a guidare una inedita coalizione di governo. Per governare il cambiamento o per rispolverare il gattopardismo?

Per ora, a leccarsi i baffi, è “la volpe del Tavoliere” Massimo D’Alema …

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Ore 12 - Il Pd cerca il "centro": ma quello di Casini o quello di Berlusconi?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroLetta Enrico, quello del Pd, precisa, ma la sostanza dell’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera non cambia.

Il numero due del Partito democratico “apre” di fatto a Silvio Berlusconi quando afferma: “E’ legittimo che il Premier come imputato si difenda nel processo e dal processo”.

Sembra una banalità. Invece è un segnale politico. Che tradotto, significa che il Cavaliere non si faccia “fregare” dal furore dei giudici e si appresti a confrontarsi con il Pd per fare le riforme costituzionali.

Chissà come l’avrà presa Berlusconi, costretto a navigare in acque molto agitate, con previsioni di grandi burrasche.

Insomma, pare proprio che al Pd non dispiaccia un Berlusconi “tosato” dagli eventi (guai giudiziari e famigliari, fibrillazioni nel Pdl e nella maggioranza) ma disponibile, ad orecchie abbassate, a riaprire un rapporto “preferenziale” con il Pd socialdemocratico di Bersani.

Prove di dialogo che erano già state avviate con l’assist del Cavaliere alla candidatura agli esteri EU di Massimo D’Alema, poi “fregato” dai compagni socialisti del PSE.

Il Pd vuole uscire dall’angolo e intende aprire un dialogo con il “centro”. C’è da capire se ci si rivolge al centro di Casini o a quello di Berlusconi.

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Le pagelle del giovedì

pubblicato da Massimo Falcioni

Bruno Tabacci: centro xxl . Voto + 8. Il cofondatore della Rosa Bianca alza il tiro: “Bersani? Segna il fallimento della fusione fra ex Pci e ex Dc e lo schema bipartitico. Il nuovo centro? Casini non basta. Rutelli e altri, indispensabili per ricongiungere la diaspora centrista e creare l’alternativa col Pd”. Aria nuova?

Romano Prodi: pulpito stonato. Voto – 8. L’ex premier liquida l’addio di Rutelli dal Pd a fatto personale e ininfluente: “Se Francesco se ne va, non succede niente”. Il Prof, ancora, è ingeneroso e miope politicamente. Al Pd di Bersani, per tornare al governo, serve il centro. Romano, altra occasione persa per tacere.