Se non fosse riduttivo e irriguardoso (per il Presidente) si potrebbe ben dire che oggi in Italia il vero leader della sinistra (o del centrosinistra) è Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato non solo ha gestito magistralmente il cambio di guardia a Palazzo Chigi con lo sfratto del Cavalier Berlusconi e l’ingresso del professor Monti, ma “orienta” e sostiene il difficile equilibrio nel delicato e complesso passaggio fra risanamento e rilancio del Paese.
Il tutto con una dose di forte autocritica (anche sua personale) e di sano ottimismo, ribadendo sempre: “Ce la faremo”.
Ieri a Napoli, nel Salone della Fondazione Mezzogiorno Europa, Napolitano ha incontrato i “suoi” compagni operai di un tempo e, come ricorda Federico Geremicca sulla Stampa, “Con il Presidente ricordano gli anni della ricostruzione e delle lotte in fabbrica”. A parte i cenni personali: “Da giovane funzionario del Pci in una stanza della federazione napoletana senza neppure una finestra”, Napolitano fa autocritica: “Negli anni 80, come opposizione, non vigilammo sul debito pubblico che cresceva perché la riduzione del debito non era una nostra priorità”. E insiste: “Noi avevamo una certa abitudine a drammatizzare”.
Poi sull’attualità: “Oggi siamo in condizioni di enormi difficoltà, c’è qualche responsabilità collettiva, mi auguro che il movimento dei lavoratori dia di nuovo prova di saper guardare agli interessi generali e non stia sulla difensiva”. Da lì l’accostamento critico all’analisi del segretario della Fiom: “ Landini dice che la situazione degli anni ’50 era meno drammatica di oggi. Mi sembra un giudizio poco fondato”.
Infine l’analisi sull’oggi: “Siamo in salita, una salita faticosa, ma quaranta giorni fa la strada era in precipitosa discesa. Io dico che è sempre meglio faticare per salire, piuttosto che precipitare. E’ una salita dura, ma tutti insieme ce la possiamo fare”.
Niente da aggiungere? Che le storture sono ancora una montagna, che l’equità nei sacrifici è un miraggio, che non si vede ancora traccia di riforme vere, che i privilegi della politica e l’ottusità dell’anti politica sono due facce della stessa medaglia. Oggi, sopra tutto e tutti, c’è da salvare l’Italia. Ecco perché c’è solo da sperare che il Presidente Napolitano regga. Per non fare affondare la barca e riportarla in porto. Poi si penserà all’equipaggio. Partendo dalla ciurma. Dov’è la politica? Nelle suite delle Maldive?
Dalla sua discesa in campo, ogni giorno Silvio Berlusconi aveva pigiato sul tasto del debito pubblico della Prima repubblica, la palla al piede che ostacolava il presente e il futuro dell’Italia.
Secondo il Cavaliere, ovviamente, la colpa era tutta dei comunisti che avevano “costretto” la Dc al governo per oltre 40 anni ad allargare i cordoni della borsa per la pace sociale. Insomma, Pci e Dc, d’accordo a spolpare le casse dello Stato per dividersi il potere. A dire il vero, né gli ex diccì e né gli ex piccì, hanno mai ribattuto con fermezza agli attacchi dell’Unto del Signore. A fare un po’ di chiarezza, in ritardo, ci ha pensato Oscar Giannino, ex economista del Foglio, poi di Libero e ora al Sole 24 Ore a ricostruisce l’escalation del debito sovrano italiano.
Secondo Giannino, dal 1946 al 1992, la Prima Repubblica ha accumulato un debito pubblico pari a circa 6-700 miliardi di euro. Tutto il restante, ossia i 1300 miliardi di euro che hanno portato il debito pubblico italiano a quasi 2 milioni di miliardi di euro, lo ha fatto la Seconda Repubblica, e in ordine i governi Berlusconi, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi.
Mentre la Prima Repubblica accumulava una media giornaliera di 47,5 milioni di euro di debito al giorno, la Seconda è arrivata a oltre 200 milioni di euro al giorno, quasi quintuplicando la cifra. Significativi i raffronti tra governi di centrodestra e centrosinistra. In assoluto, il record di debito pubblico accumulato da un governo sono stati i 330 milioni al giorno accumulati dal governo Berlusconi I. Che nell’ultimo governo non è sceso di molto: 207 milioni di euro al giorno di debito.
Molto, anzi moltissimo se si pensa alla campagna contro la spesa pubblica su cui il governo Berlusconi ha fatto campagna per vent’anni. E se si pensa - come ricorda l’Unità - che “quelli della spesa pubblica”, ossia “i comunisti”, hanno invece portato avanti un percorso molto più virtuoso: con Prodi il debito pubblico è aumentato di circa 96 milioni di euro al giorno (ricordate: governo Berlusconi I = 330 milioni al giorno!), con D’Alema è arrivato addirittura a 76 milioni di euro al giorno.
Al netto degli scandali, bunga bunga a parte, è Berlusconi ad aver affondato l’economia italiana. E la perdita … della “faccia” per colpa del “ghe pensi mi”? E’ un altro conto. A parte.
Brutto risveglio di inizio settimana per il premier Mario Monti, con Piazza Affari a picco e il differenziale Bund-Bpt sopra 480. Insomma le Borse sembrano poco rassicurate dalla novità politico-istituzionale e lanciano segnali negativi in attesa del primo consiglio dei ministri del nuovo esecutivo sui primi interventi su Ici e Iva, a fronte di sgravi fiscali sui privati e le imprese.
Il messaggio di Monti è stato chiaro ed è un messaggio politico: “rigore, crescita, equità”. Si tratta ora di valutarne i contenuti, sapendo che la coperta è corta e quindi c’è chi resterà scoperto. Di fronte a tali obiettivi, tutt’altro che “tecnici”, sale la convinzione – da Ore 12 già espressa - che Monti sia il portatore della prima pietra di un inedito e ambizioso progetto politico.
Scrive Alfonso Gianni su Paneacqua: “L’obiettivo è quello di ridisegnare il quadro politico italiano, frantumando tanto gli schieramenti di centrodestra, quanto quelli - esistenti fin qui più in potenza che in atto - del centrosinistra, facendo emergere una nuova aggregazione politica centrista con il beneplacito dell’altra parte del Tevere e di tutti i poteri reali - visto che quelli forti secondo Monti non esistono - che si annidano nella finanza, nell’economia, nella superclass manageriale che amministra il sistema capitalistico globalizzato”.
Quel progetto, fatte le dovute differenze fra due realtà così diverse, pare aver ricevuto anche una spinta dai risultati elettorali in Spagna con la vittoria del “popolare” Rojoy a danno del socialista Zapatero che ha privilegiato gli aspetti sociali a discapito di quelli economici e finanziari, penalizzando la crescita.
In Spagna ha vinto non un leader populista alla Berlusconi ma un politico senza fronzoli, proprio alla Monti, accreditatosi come forza credibile per far uscire il Paese dalla crisi, coi sacrifici. Ha vinto quella “inclusione” della politica di matrice liberale e figlia del cattolicesimo politico di alto profilo laico.
Forse anche gli italiani hanno bisogno di un premier “rassicurante”, sereno e provvisorio, lontano dai partiti. Ecco Monti. Per compiere il miracolo di fare uscire l’Italia dalla crisi e per rivoltare la politica come un calzino. E i partiti acconsentiranno?
Mentre in queste ore il braccio di ferro fra Berlusconi e Bossi rischia di far saltare definitivamente il governo, prosegue la moria elettorale del centrodestra.
L’’ultimo sondaggio di Emg commissionato da La 7 conferma infatti il continuo calo dei consensi nel centrodestra dove il Pdl questa settimana perde lo 0,8% attestandosi al 26,2%. Stabile invece il dato della Lega Nord al 9% e quello di Grande Sud che resta allo 0.7%. Piccolo incremento di consensi solo per La Destra di Storace che guadagna uno 0,1% attestandosi all’1,5%. Centrodestra quindi al 37,4%.
Guadagna invece il Terzo Polo, che intercetta voti dal centrodestra: il partito più forte continua ad essere l’Udc con il 6,9% (+0,5%), segue Fli con il 4,1% e l’Api con l’1%. Con lo 0,7% del Movimento per le Autonomie il Terzo Polo raggiunge il 12,7% con un aumento dei consensi rispetto alla scorsa settimana dello 0,7%.
Nel centrosinistra il Pd aumenta dello 0,7% raggiungendo il 26,8% di consensi mentre Idv si attesta sul 6,7 con un + 0,4% rispetto alla scorsa settimana. Sel sconta l’onda negativa delle violenze a Roma e perde lo 0,7% scendendo all’8,6%. Invariato il dato dei Radicali al 0,4%, stessa percentuale dei Verdi che però perdono lo 0,1%. Sale invece dello 0,1% il Psi che raggiunge l’1,2%. In totale il centrosinistra si assesta al 44,1% dei voti.
Ma il partito più numeroso rimane sempre quello degli astenuti che sono il 28,6% degli italiani, alta anche la percentuale degli indecisi ad oggi il 17,4%.
In Italia, pur con Berlusconi “regnante”, c’è (ancora) la libertà di dire ciò che si vuole. Vale per tutti, ovvio.
Quindi anche per Paolo Ferrero, che in una intervista su Liberazione esce dal letargo e rilancia il messaggio del suo partito Rifondazione -questo il titolo- “Attualità e utilità del comunismo (spiegata ai ventenni)”.
Dice Ferrero: “Non ci troviamo di fronte a una crisi ciclica, ma del capitalismo in quanto tale. Si ripropone l’attualità del comunismo in quanto il capitalismo non è in grado di garantire lo sviluppo sociale e civile. Uscire quindi dal capitalismo e comunismo come gestione democratica delle potenzialità che già oggi ci sono per costruire una società senza classi sociali che veda il libero sviluppo di ogni essere umano”.
Sulla crisi del capitalismo e sulle sue responsabilità della crisi non ci piove. Ma la cura è il comunismo? Quale comunismo?
L’unico conosciuto, di matrice marxista-leninista, che ha governato i paesi del “Socialismo reale”, non ha concluso il suo ciclo storico con un inequivocabile e inappellabile fallimento? E anche la “via italiana” e l’”Eurocomunismo” non sono state cancellati dalla caduta del Muro di Berlino?
Anche fatti più recenti, alla prova del governo della “res pubblica”, non lasciano spazio alle velleità dei … “rifondatori”. Il tentativo di dare all’Italia un governo riformista, con una coalizione di centrosinistra, quello di Romano Prodi, è fallito proprio (e soprattutto) per le velleità del partito di Bertinotti (e del delfino Ferrero) che nemmeno hanno mai voluto comprendere la lezione di Lenin: “Estremismo, malattia infantile del comunismo”.
Il resto è minestra riscaldata. E oramai rancida. Utile solo al rilancio delle crociate di Berlusconi.
I sondaggi vanno sempre presi con le pinze ma non si possono sottovalutare. I risultati del sondaggio di Emg per il TgLa7 sulle intenzioni di voto alla Camera, diffuso nel corso del telegiornale condotto da Enrico Mentana, evidenziano un dato di fondo decisivo: il centrodestra dietro al centrosinistra. Inoltre anche la crescita del Terzo Polo (+0,3%), decisivo fra i due schieramenti.
Dunque, in calo il centrodestra (Pdl, Lega, La Destra, Partito del Sud), che totalizza il 37,4%, ovvero la percentuale che aveva ottenuto il Pdl da solo alle politiche del 2008. Stabile il centrosinistra, cresce fortemente l’astensione.
Pdl 26,5% (-0,3%, rispetto alla settimana scorsa); Lega Nord 9,3% (+0,2%); La Destra 1,2% (-0,1%); Partito Del Sud 0,4%(=%).
Fli 3% (=); Udc 7,4% (+0,2%); Api 1,3% (+0,1%); Mpa 0,6% (=).
Pd 27 % (=); Idv 6,4 % (+0,2%); Sel 8,9% (+0,2%); Psi 1,1%(=); Lista Bonino 0,6% (-0,2%).
Astensione 30,6%, schede bianche 2,9%; indecisi 16,1%.
Alle cinque della sera del giorno dopo, la “sorpresa” brucia ancora e lascia tramortiti Pdl e Lega. Bisogna avere la faccia tosta di un Verdini per dire che: “A parte Milano, il risultato è di parità”.
Già, “a parte” Milano, roccaforte del berlusconismo e scelto come test dal Premier per celebrare il referendum su se stesso e il governo, tramutatosi in una debacle, con le preferenze di Silvio Berlusconi addirittura dimezzate.
Milano ha “creato” Berlusconi imprenditore e poi politico e Milano lo sta inghiottendo. Il populismo e la demagogia imperanti da quasi due decenni si sono inceppati, aprendo la crisi politica vera nel Pdl, nella Lega e nella prospettiva del centrodestra. Da Milano, e non solo, il segnale di svolta c’è e l’occasione non va persa, a cominciare dai ballottaggi, passaggio decisivo per sancire la vittoria di Milano e aprire la crisi nella maggioranza.
Per adesso, è stato battuta la volontà di Berlusconi di chiamare gli italiani al giudizio universale su se stesso e sulla sua impresa politica, la scelta di spaccare il Paese con la radicalizzazione dello scontro, la certezza che con il “Ghe pensi mi” si risolvono i problemi di una nazione. Il vuoto berlusconiano è stato scoperto.
Ma di quello stesso vuoto porta responsabilità non da poco anche la sinistra, il centrosinistra, Pd in primis, e il cosiddetto Terzo polo. Non c’è niente da festeggiare. Spetta al centrodestra trovare una via d’uscita oltre il berlusconismo e spetta al centrosinistra trovare almeno quella unità d’azione per vincere i ballottaggi e indicare all’Italia una nuova proposta.
Ma nel Pd c’è chi festeggia troppo e chi non festeggia per niente. E fra i possibili alleati iniziano i distinguo per alzare la posta. Le lezioni della storia anche stavolta sono inutili?
Non sale sui palchi ad arringare la folla ma si limita a prendere carta e penna Romano Prodi per dire dire alla fine: “C’ero anch’io”. L’ex Premier sostiene in una lettera Virginio Merola, candidato sindaco del centro sinistra alle amministrative di Bologna lanciando un appello nazionale, marcatamente politico.
Per risollevare le sorti dell’Italia si parta dal buon governo di citta’ come Bologna, Torino, Milano, Napoli: “Caro Virginio - scrive il Professore - la mia vita assai “vagabonda” mi terra’ lontano da Bologna nei giorni della chiusura della campagna elettorale. La mia lontananza e’ pero’ solo geografica perche’ non ho mai cessato, neppure un giorno di fare il tifo per la vittoria del centrosinistra e del PD, nella mia citta’ come in tutto il Paese. Pochi giorni ancora e i cittadini saranno chiamati alle urne per decidere chi dovra’ governarla per i prossimi cinque anni. Bologna vuole e deve rinascere, ricca come e’ di risorse che attendono solo di essere messe in rete. Bologna deve recuperare quel respiro internazionale che merita, lontano da derive populistiche e da paure che spingono solo a chiudersi senza peraltro risolvere i problemi. Mi auguro che i bolognesi vadano a votare numerosi e votino per una citta’ solidale e sicura, una citta’ aperta e all’avanguardia con un governo capace e autorevole.Per risollevarne le sorti, si parta allora dal buon governo di citta’ come Bologna, con Virginio Merola, come Torino, con Piero Fassino, Milano con Giuliano Pisapia, Napoli con Mario Morcone e in tutti quei paesi o citta’ dove un nostro candidato si batte per vincere”.
Bene? Benino. Prodi ha già cancellato il “pupillo” Del Bono, ex sindaco travolto dallo scandalo dei soldi alla sue ex segretaria/compagna? La solita mela bacata nel cesto di mele buone? A Bologna, e non solo lì, (e non solo a Napoli) il Pd ha dimenticato quei valori del “buon governo”, etici, programmatici e politici, che avevano onorato la sinistra riformista nel governo locale.
E lo stesso Prodi, da Premier, non è stato vittima dello stesso male che corrode il Pidì e il centro-sinistra? Che gli altri (partiti e candidati) siano anche peggiori, non cambia la … “degenerazione” del Pd e zone limitrofe.
Oggi alla Camera il voto sulla Libia sancirà l’intesa ritrovata fra Pdl e Lega. Solito copione. Tutto, almeno nel Belpaese, tornerà come prima, con buona pace dell’opposizione che sperava in uno strappo decisivo e conseguente crisi di governo.
L’obiettivo principale di Berlusconi è sempre lo stesso: tenersi stretta la poltrona di Palazzo Chigi, costi quel che costi. Ecco perchè il Premier si piega agli umilianti e irragionevoli dictat di Umberto Bossi, impegnato solo a coltivare il bacino elettorale del Carroccio.
Come già ribadito ieri su Ore 12, riconfermiamo quanto scritto da Emanuele Macaluso sul Riformista: “La crisi Libica ha messo in risalto l’esistenza di un vuoto politico che riguarda tanto la maggioranza quanto le opposizioni”.
E’ vero, la politica estera rappresenta la cartina del tornasole dello status politico-istituzionale del Paese: se ci si divide e ci si lacera anche su questo, la credibilità internazionale dell’Italia va a carte quarantotto. Così è. Ma non solo per responsabilità pesanti ed evidenti del “gatto e la volpe”, Berlusconi e Bossi.
Il centrosinistra sbraita ma dimostra ancora una volta di non “esserci”. Pd e Udc, pur con distinguo da voltastomaco, sono responsabilmente sul versante pro Onu e pro missione Nato, mentre l’Idv, memore delle urne fra dieci giorni, spinge per il suo documento iper-pacifista, anti interventista, a favore dell’immediato ritiro unilaterale dell’Italia, le cui conseguenze porterebbero il nostro Paese fuori dalla Nato.
Quindi oggi il Pd voterà contro l’Idv, con sommo gaudio di Silvio Berlusconi che può gridare contro “la sinistra dalle mille sigle, pasticciona e inutile”. Ne ha ben donde, il Cavaliere!
Giuliano Pisapia: lanciato. Voto 7+. Il candidato sindaco del centrosinistra a Milano: “La Moratti è in caduta libera e Berlusconi cerca la rissa, vuole trasformare il voto nel solito referendum su di lui”. Cav, “capolista” taroccato. Bel colpo: con una fava due piccioni.
Alessandra Mussolini: capottata Voto 5- . Le critiche mosse al presidente del Consiglio dall’ex Bond girl Caterina Murino: “Berlusconi è un imbarazzante zimbello nel mondo” mandano su tutte le furie la nipote del “Duce”: “Boicottate i suoi film”. Starace dixit.