Giornata campale oggi. Il Governo sta mettendo a frutto una serie di provvedimenti e tocca commentarli. Qualcosa è sacrosanto, come le riforme strutturali alla pubblica amministrazione promesse da Brunetta; in particolare l’informatizzazione e l’uso sempre più esteso di internet. Qualcosa è una presa in giro, come il cosiddetto sconto Irpef di novembre, fatto passare come un alleggerimento fiscale mentre di fatto non lo è. Vediamo perché.
Innanzitutto è bene chiarire che alla manovra non sono interessati i lavoratori dipendenti nè le grandi aziende, ma solo e unicamente le imprese personali e gli autonomi. In parole povere, il cosiddetto popolo delle partite Iva. Costoro compilano il modello Unico e pagano due rate di acconto, per una percentuale del 40 e del 60% (del 99%). L’acconto viene calcolato sulla base del reddito precedente e vale per l’anno successivo. Per questa ragione la terza rata (minima, ovvero nella misura del restante 1%) può anche trasformarsi in un rimborso.
Lo sconto Irpef prevede dunque uno sconto del 20% sulla seconda rata, ma in realtà… non è affatto uno sconto. In pratica la seconda rata passerà dal 40 al 20% (sempre del 99% complessivo), portando la terza dall’1 al 21% circa. Sì, avete capito bene. Ciò che risparmiate ora (se rientrate nelle categorie interessate) lo dovrete ugualmente pagare a giugno 2010. La beffa - perché tale appare - è aggravata dal fatto che tutti gli interessati hanno ormai calcolato le due rate, per cui in molti casi chi glielo fa fare di ricominciare daccapo? Lo faranno solo quelli che dichiarano una cifra tale da valere la perdita di tempo.
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Domani PolisBlog seguirà in diretta i risultati del secondo turno delle amministrative e del referendum. Ricordiamo che si vota oggi fino alle 22 e lunedì fino alle ore 15. La partita del referendum si gioca interamente sul raggiungimento o meno del quorum, dato che tra coloro che si recheranno alle urne è scontata la vittoria del sì.
I quesiti sono tre. I primi due (schede viola e beige) riguardano la cancellazione del concetto di coalizione di liste alla Camera e al Senato; nel senso che il premio di maggioranza non sarà più attribuito alla coalizione ma solo alla lista che riscuote il numero più alto di voti. Questo concetto nelle ultime elezioni politiche era stato alla base delle aggregazioni Pdl-Lega e Pd-Idv.
La terza scheda (verde) mira a cancellare la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni.
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Del referendum Segni-Guzzetta abbiamo sentito parlare più che altro in chiave di lotta politica, ma i reali contenuti sono passati un po’ in sordina. Questo post si propone pertanto di sviscerare il corpo reale dell’iniziativa e le conseguenza che potrebbe determinare in caso di approvazione da parte dell’elettorato.
Cominciamo dicendo che le firme raccolte sono state più di 800.000, una cifra dunque ben superiore alle 500.000 richieste, mentre è ancora incerta la data della consultazione. In queste ore si discute se accorparla o meno alle europee/amministrative, fatto che favorirebbe l’eventuale raggiungimento del quorum richiesto, ovvero il 50% più un voto.
I quesiti sono tre, così come le schede che verranno presentate agli elettori. La prima (verde) e la seconda (bianca) pongono la stessa domanda, suddivisa tra i due rami del Parlamento. La terza (rossa) propone l’abolizione delle candidature multiple, o per meglio dire il malcostume di imporre lo stesso candidato forte in innumerevoli collegi, affinché possa poi decidere a quali rinunciare, favorendo i secondi arrivati di sua scelta.
Si fa sempre più aspro il confronto tra Cgil e governo e appare ormai difficile scongiurare l’annunciato sciopero del 12 dicembre che, lo ricordiamo, è stato indetto dalla sola sigla sindacale di Epifani. Sulla singolarità di un atto di forza unilaterale di tal sorta in tempi di crisi nera dell’economia si sono già sprecate illustri parole, ma come sempre noi cercheremo di guardare all’insieme della situazione provando a fornirne un quadro il più possibile obiettivo.
Per questa ragione partiamo proprio dal punto di vista della Cgil e dalla sua controproposta. Epifani chiede infatti un intervento strutturale suddiviso in due punti: restituzione del fiscal drag ai lavoratori, quantificato in 13 miliardi circa, e detassazione delle tredicesime. Gli introiti derivati da quest’ultimo provvedimento andrebbero interamente utilizzati in forme di aiuti al precariato. In assenza di risposta positiva del governo a queste istanze, che in campo politico hanno incassato il solo appoggio incondizionato dell’estrema sinistra, lo sciopero si farà.
La posizione del governo. Giudicata improponibile per evidenti motivi di bilancio la parte del fiscal drag, è invece allo studio una forma di detassazione delle tredicesime, anche se difficilmente potrà configurarsi in qualcosa di più di un brodino. I provvedimenti concreti per ora sono social card e proroga della detassazione degli straordinari per la sola parte relativa ai bonus, ma probabilmente con innalzamento del tetto da 30.000 a 35.000 euro annui.
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