No, non ci siamo. Se il capo dello Stato sente l’esigenza di “garantire” agli italiani che il capo del governo non “finge” e si dimetterà davvero dopo l’approvazione della legge di stabilità, vuol dire che siamo alla frutta.
C’è davvero il rischio che camminare sul binario costituzionale senza tener conto di chi sono i passeggeri sul treno in corsa porti a una stazione senza più via d’uscita. Le dichiarazioni istituzionali fin troppo felpate rischiano di lasciare le cose come stanno, cioè il Paese in mano ai giochi di palazzo, ignari o incuranti del bombardamento in atto da parte della speculazione finanziaria internazionale.
L’ultimo allarme viene dalla Confindustria: “Il paese ha bisogno di altro”. “E’ evidente che quanto fatto fino ad ora non è stato ritenuto nè credibile nè sufficiente”, dice la presidente Marcegaglia, “Non possiamo stare neanche per molte ore in questa condizione perchè questo vuol dire rischiare che l’Italia non abbia più la possibilità di finanziarsi e questo può avere conseguenze drammatiche”.
Infatti i numeri delle borse e dei mercati di queste ore sono da default. Se il nodo politico non si scioglie con il contributo responsabile di tutti, va reciso usando tutti i poteri del presidente della Repubblica. Le mediazioni e la ricerca di soluzioni condivise sono apprezzabili ma, in situazioni come questa, essere più realisti del re può essere fatale per l’Italia. L’accettazione da parte di Napolitano dello slittamento delle dimissioni di Berlusconi è comprensibile sul piano istituzionale ma può avere conseguenze drammatiche per il Paese.
All’Italia e al quadro politico ed economico internazionale non serve la disponibilità di uno come Berlusconi privo di ogni credibilità a fare il passo indietro: serve la certezza di una svolta politica, con un nuovo premier, un nuovo governo, una nuova maggioranza. O attraverso il parlamento o attraverso le urne. Adesso. Domani può essere troppo tardi.
La Confindustria torna all’attacco contro il governo. Inequivocabili le parole della presidente Emma Mercegaglia: “Facciamo bene e subito le cose che dobbiamo fare con il dl sviluppo piuttosto che farcele imporre dall’Ue”. Ad oggi “le cose di cui si parla sono deludenti”.
E, per non essere fraintesa ribadisce che: “il tempo è scaduto. È adesso che bisogna decidere. Non possiamo farci commissariare continuamente”.
Sul fronte politico, si rifà vivo Gianfranco Fini che in viste di leader di Fli prevede il ricorso alle elezioni politiche anticipate.
“Quando torneremo alle urne? Il momento potrebbe essere vicino”. Così il presidente della Camera in un comizio a Lecce, precisando che non e’ detto che il Terzo Polo sarà alleato del Pdl alle prossime elezioni. “Se andremo a votare è di tutta evidenza che il Terzo polo non ha nessuna alleanza precostituita”.
Un sasso nello stagno. Anzi un pietrone.
Dai toni trionfalistici di pochi mesi addietro Silvio Berlusconi è passato adesso al: “Non ci sono i soldi”.
Così il dl sviluppo senza risorse finanziarie e senza una strategia credibile di rilancio economico resta un pezzo di carta. Una scatola vuota tale quale l’ultimo dl sviluppo del governo varato a maggio come medicina capace di rivitalizzare il Belpaese in coma e tutt’ora privo dei decreti attuativi.
Con il premier rinchiuso nel suo bunker ad affrontare i suoi problemi personali, con la maggioranza che si regge in Parlamento solo con i voti di fiducia, con ministri, sottosegretari, deputati impegnati solo a tirare a campare, a non perdere lo scranno e cercare di mantenerlo in futuro, con tutte le cricche a spremere il limone fino all’ultima goccia, non desta meraviglia il declino del Paese, di fatto senza governo e con prospettive alquanto nebulose.
In ordine di tempo, l’iceberg del caos è dato dal continuo rinvio della nomina del governatore di Bankitalia, un incredibile e deleterio braccio di ferro, pessimo esempio da “basso impero” fra Berlusconi-Tremonti-Bossi.
Proprio domenica prossima il governo italiano sarà messo in croce dalla Ue per la mancata nomina del successore di Draghi che causa grandi difficoltà nei delicati e complessi equilibri dell’economia e della finanza europea e mondiale.
La sostanza è che questo governo è attaccato a un respiratore automatico, non è certo in grado di definire e gestire una strategia di politica economica innovativa.
Ecco perché il Paese va alla deriva, senza guida. Ed ecco perché, opposizione a parte, anche Confindustria, Rete imprese e addirittura l’arcipelago dei movimenti cattolici spronato dalla Chiesa, chiedono a Berlusconi un passo indietro e la nascita di un nuovo esecutivo.
Detto e fatto. Dopo la Fiat, un’altra azienda storica e importante abbandona Confindustria. Si tratta delle Cartiere Paolo Pigna Spa (quelle degli album da disegno) fondate nel 1870.
Lo annuncia Giorgio Jannone, presidente e amministratore delegato dell’azienda, deputato del Pdl che in questa veste presiede la Commissione Bicamerale di controllo sugli enti previdenziali. E’ davvero paradossale che la ragione del distacco sia … politica.
«Confindustria - spiega Jannone - deve rappresentare tutti gli iscritti, senza assumere posizioni marcatamente politiche e senza porre ultimatum al governo, senza avallare candidati politici o annunci a pagamento. Poiché mi trovo, unico in Italia, a essere nel contempo parlamentare di maggioranza e presidente di una grande industria iscritta a Confindustria da oltre un secolo, ritengo che la nostra uscita, dopo quella di Fiat, possa rappresentare un segnale non privo di significato».
Già, il significato è fin troppo chiaro ed è una copertura politica a Berlusconi. Vincenzo Boccia, presidente della Piccola industria di Confindustria, a margine dei lavori del Forum di Federexport in corso a Firenze non la manda a dire: “Jannone è parlamentare di maggioranza e presidente della Commissione bicamerale di controllo sugli enti previdenziali, il che la dice lunga”.
Dice Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera: “Si sta allegramente scherzando con il fuoco. Dopo Fiat, Pigna. Alcuni rappresentanti della Lega si sono spinti ad ipotizzare l’abbandono di Confindustria da parte della aziende di Stato”.
Si sta giocando con gli zolfanelli nel deposito di benzina.
La scelta (legittima?) di Marchionne di portar fuori la Fiat da Confindustria più che una via “americana” sembra una “americanata”. Meglio sarebbe dire un pasticcio tutto italiano.
Sembra banale, ma va ripetuto: anche questo è il frutto del berlusconismo, cioè di una società con la totale anarchia delle regole. Così avanza indisturbata la cultura della totale assenza di norme condivise. Per dirla meglio, l’esaltazione della vecchia logica della privatizzazione dei profitti e della collettivizzazione delle perdite.
Il governo del non fare, non fa. Assiste. Anzi ha sempre lisciato il pelo all’ad della Fiat sostenendolo nella filosofia di farsi le regole per conto proprio. E adesso?
La Confindustria è una libera associazione per cui non può che prendere atto della scelta fatta da Marchionne di tirarsene fuori. L’impressione è che questo sia l’ultimo atto per disimpegnare il gruppo automobilistico da ogni vincolo e impegno. Dov’è un piano di sviluppo industriale concreto? Anche Cisl e Uil, di fronte a un Marchionne che avanza sulla propria strada infischiandosene di tutto e tutti, avranno di che riflettere.
La scelta distruttiva e miope basata sull’anarchia delle regole e dei diritti porterà in un vicolo cieco.
Passata la festa gabbato lo santo. Finite le ferie, da domani gli italiani faranno davvero i conti con la manovra del governo che tapperà qualche buco ma non invertirà la tendenza negativa della nostra economia.
I malumori e i frondisti agostiani nella maggioranza svaniranno domani come neve al sole, con la solita sbicchierata di Arcore fra i due unici padrone del vapore. Berlusconi e Bossi, trovata la “loro” quadra, metteranno tutti a tacere. “Siamo pronti con una proposta unitaria di maggioranza - ha detto venerdì alla Berghém fest Calderoli - che verrà condivisa da Lega, Pdl e Responsabili, alla faccia di chi ci vuole male”. Cucinati a dovere.
Fuori dal recinto blindato della maggioranza, c’è chi si mette di traverso. La presidente di Confindustria Emma Mercegaglia, a margine del Premio Capalbio Europa 2011, stronca la manovra: “C’è la gara a chi si inventa nuove tasse, chi si inventa la tassa più esotica, mentre da nessuna parte si vede una riduzione di queste tasse. La manovra è fatta solo di aumento di tasse, mentre non c’è nulla per la crescita e quel poco di tagli ai costi della politica, come il taglio delle Province, verrà stralciata. Abbiamo sempre detto che in ambito di una riforma fiscale che abbassasse le tasse su lavoro e imprese eravamo disposti a ragionare su un aumento dell’Iva e sulla tassazione sui patrimoni - ha sottolineato la leader di viale dell’Astronomia - che in alcuni casi sono già tassati”.
Con la riforma fiscale “che spostasse il peso delle tasse dal lavoro alle cose potremmo essere disponibili. Ma non vedo - ha concluso la Mercegaglia - una riduzione delle tasse da nessuna parte”. Padroni (di Confindustria) e lavoratori (della Cgil) uniti nella lotta?

Aggiornamento ore 19:00: Susanna Camusso, al termine dell’incontro, ha espresso un giudizio molto duro sull’incontro stesso, definendolo Non all’altezza dei problemi che abbiamo e della trasparenza che sarebbe necessaria. Ha aggiunto anche che, qualora la manovra fosse diretta nuovamente verso ceti mediobassi la Cgil si mobiliterà.
C’è anche il premier Silvio Berlusconi, all’incontro con le parti sociali in corso dalle 17 di oggi, a sconfessare i maligni che lo volevano ancora in vacanza in Sardegna. Presente il Sottosegretario Gianni Letta, quasi tutto l’esecutivo (il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, del Lavoro Maurizio Sacconi, della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini, delle Infrastrutture Altero Matteoli, per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto, alle Politiche comunitarie Anna Maria Bernini, allo Sviluppo economico Paolo Romani, all’Agricoltura Saverio Romano, alla Pubblica amministrazione Renato Brunetta, all’Ambiente Stefania Prestigiacomo), i leader di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Emma Marcegaglia per Confindustria. L’incontro dovrebbe fornire un primo quadro di risposte - dopo le indiscrezioni di questi giorni - che il Governo ha in programma per fronteggiare la crisi del debito. Il tutto mentre a Milano la Borsa perde il 6,6%.
Consiglio dei Ministri
La prima novità è l’annuncio di un Consiglio dei ministri, probabilmente il 18 agosto, ma forse anche prima.
E’ lecito attendersi dunque che attraverso questa convocazione del CdM si arriverà a emanare l’ennesimo Decreto Legge di stampo governativo, questa volta per fronteggiare la crisi. Il Decreto Legge sarebbe pensato, nell’ordinamento politico italiano, per casi d’urgenza in cui non si possa passare attraverso il normale iter parlamentare. Probabilmente, la crisi lo è. Ma siamo sicuri che non si potesse procedere, nei lunghi anni di Governo di Berlusconi, attraverso una legiferazione tradizionale? I Governi Berlusconi hanno da sempre fatto un uso abnorme del Decreto Legge.
Modifiche alla costituzione
Berlusconi ha chiarito che tutte le voci e le speculazioni su possibili cambi alla Costituzione rispondono al vero.
I temi dell’agenda restano validi, anzi sulla modifica costituzionale dell’art. 41 e 81 ci stiamo già muovendo.
I quattro pilastri
Berlusconi e Tremonti ribadiscono come un mantra il pilastro del pareggio di bilancio, da inserire anche nella Costituzione. Tremonti ha confermato che la manovra economica va ristrutturata. Ancora nessuna conferma sulle indiscrezioni di ieri.
Nero su bianco, le imprese (le loro tante associazioni) rispondono a stretto giro di posta alle proposte avanzate ieri da Silvio Berlusconi nella improvvisa e improvvisata conferenza stampa preferiale.
Il premier ha sventolato la bandiera dell’art. 41, a dimostrazione della eccezionalità del momento, che impone di non guardare in faccia a niente e nessuno. Ma, a quanto pare, imprese e banche non ci stanno a fare da sponda e men che meno a reggere il moccolo al governo.
Tant’è ritengono “che non vi sia alcun motivo di attendere una modifica dell’articolo 41 della Costituzione, in sé positiva, per procedere alle liberalizzazioni e a quelle semplificazione della Pubblica amministrazione che possono ridurre gli oneri su imprese e cittadini e dare più spazio alla libera attività imprenditoriale e al mercato”.
Così scrivono Abi, Alleanza cooperative italiane (Confcooperative, Lega cooperative, Agci), Ania, Cia, Claai, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Reteimprese Italia (Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confesercenti) in un comunicato congiunto dopo le riforme annunciate ieri. “Ribadiamo - scrivono - che è necessario anticipare i tagli ai costi della politica; sarà altrimenti molto difficile chiedere sacrifici al Paese”. Chiaro?
Mentre il ministro Calderoli è impegnato a metter su il “campus” estivo per una sbicchierata fra i celoduristi leghisti e il premier Berlusconi torna domani in campo alla Camera e poi con le parti sociali per la foto di gruppo, la crisi vera non fa sceneggiate e non va in ferie.
Le borse ridotte a un colabrodo e la speculazione che volteggia come avvoltoi sull’Italia, fanno passare in secondo piano il morso della crisi “reale”, quella che ha già fatto chiudere altre centinaia di fabbriche e messo ko altre decine di migliaia di lavoratori.
La fotografia della Cgil non lascia spazio all’ottimismo. Ci sono attualmente 187 tavoli aperti ufficialmente con 223.608 lavoratori coinvolti, di questi circa 57 mila a serio rischio. Secondo la confederazione di Corso d’Italia, ci sarebbero inoltre 54 vertenze indirizzate al momento verso una “soluzione individuata” ma ne rimarrebbero ancora 133 da dirimere urgentemente. Oltre 500 mila lavoratori in cassa integrazione: le crisi si aggiungono a crisi, riguardano l’intero Paese e tutti i settori produttivi.
Non si intravedono né soluzioni positive né vie d’uscita. Dopo la pausa estiva il rischio di esplosioni della tensione sociale è reale. Il governo, fin qui inerte da una parte e con scelte sbagliate dall’altra, ha messo il paese al palo: serve una svolta in termini di politiche economiche e industriali che dia risposte certe ed efficaci. Dalla Confindustria il segnale è di allarme rosso: “Balliamo sul Titanic”.
Si dice che mercoledì alla Camera il “Ghe pensi mi” tirerà fuori il coniglio dal cappello. Si dice.
Berlusconi operato alla mano. Qualche maligno potrebbe pensare a usi impropri resi esasperati da noti motivi ormonali. Invece la verità è che il premier è un uomo di polso cui non tremano i polsi. E con polso fermo vuole uscire da questo stallo politico. Fuori dal tunnel…carpale
Il Cav, comunque, è politicamente nei guai fino al collo. Ha tanti di quei grattacapi da far venire l’emicrania. Meno male che c’è Alfano, il pupillo che lo mette di buonumore. L’unico che può alleviargli quel cronico mal di testa. Non ha Oki che per lui
Anzi, in estate il premier se la passa tutto sommato meglio perché sono in vacanza quei talk-show politici che lo angustiano durante l’inverno. Con l’autunno e il ritorno di gente tipo Floris e Lerner, il dolore di capoccia diverrà lancinante. EfferalGad
La recessione è come un vampiro che vuole succhiarci tutto il sangue. La politica non sa scacciare Dracula? Allora ci penseranno le parti sociali e soprattutto gli imprenditori illuminati di questo Paese. Emma Marceg-aglio