Nero su bianco, le imprese (le loro tante associazioni) rispondono a stretto giro di posta alle proposte avanzate ieri da Silvio Berlusconi nella improvvisa e improvvisata conferenza stampa preferiale.
Il premier ha sventolato la bandiera dell’art. 41, a dimostrazione della eccezionalità del momento, che impone di non guardare in faccia a niente e nessuno. Ma, a quanto pare, imprese e banche non ci stanno a fare da sponda e men che meno a reggere il moccolo al governo.
Tant’è ritengono “che non vi sia alcun motivo di attendere una modifica dell’articolo 41 della Costituzione, in sé positiva, per procedere alle liberalizzazioni e a quelle semplificazione della Pubblica amministrazione che possono ridurre gli oneri su imprese e cittadini e dare più spazio alla libera attività imprenditoriale e al mercato”.
Così scrivono Abi, Alleanza cooperative italiane (Confcooperative, Lega cooperative, Agci), Ania, Cia, Claai, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Reteimprese Italia (Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confesercenti) in un comunicato congiunto dopo le riforme annunciate ieri. “Ribadiamo - scrivono - che è necessario anticipare i tagli ai costi della politica; sarà altrimenti molto difficile chiedere sacrifici al Paese”. Chiaro?
Mentre il ministro Calderoli è impegnato a metter su il “campus” estivo per una sbicchierata fra i celoduristi leghisti e il premier Berlusconi torna domani in campo alla Camera e poi con le parti sociali per la foto di gruppo, la crisi vera non fa sceneggiate e non va in ferie.
Le borse ridotte a un colabrodo e la speculazione che volteggia come avvoltoi sull’Italia, fanno passare in secondo piano il morso della crisi “reale”, quella che ha già fatto chiudere altre centinaia di fabbriche e messo ko altre decine di migliaia di lavoratori.
La fotografia della Cgil non lascia spazio all’ottimismo. Ci sono attualmente 187 tavoli aperti ufficialmente con 223.608 lavoratori coinvolti, di questi circa 57 mila a serio rischio. Secondo la confederazione di Corso d’Italia, ci sarebbero inoltre 54 vertenze indirizzate al momento verso una “soluzione individuata” ma ne rimarrebbero ancora 133 da dirimere urgentemente. Oltre 500 mila lavoratori in cassa integrazione: le crisi si aggiungono a crisi, riguardano l’intero Paese e tutti i settori produttivi.
Non si intravedono né soluzioni positive né vie d’uscita. Dopo la pausa estiva il rischio di esplosioni della tensione sociale è reale. Il governo, fin qui inerte da una parte e con scelte sbagliate dall’altra, ha messo il paese al palo: serve una svolta in termini di politiche economiche e industriali che dia risposte certe ed efficaci. Dalla Confindustria il segnale è di allarme rosso: “Balliamo sul Titanic”.
Si dice che mercoledì alla Camera il “Ghe pensi mi” tirerà fuori il coniglio dal cappello. Si dice.
Berlusconi operato alla mano. Qualche maligno potrebbe pensare a usi impropri resi esasperati da noti motivi ormonali. Invece la verità è che il premier è un uomo di polso cui non tremano i polsi. E con polso fermo vuole uscire da questo stallo politico. Fuori dal tunnel…carpale
Il Cav, comunque, è politicamente nei guai fino al collo. Ha tanti di quei grattacapi da far venire l’emicrania. Meno male che c’è Alfano, il pupillo che lo mette di buonumore. L’unico che può alleviargli quel cronico mal di testa. Non ha Oki che per lui
Anzi, in estate il premier se la passa tutto sommato meglio perché sono in vacanza quei talk-show politici che lo angustiano durante l’inverno. Con l’autunno e il ritorno di gente tipo Floris e Lerner, il dolore di capoccia diverrà lancinante. EfferalGad
La recessione è come un vampiro che vuole succhiarci tutto il sangue. La politica non sa scacciare Dracula? Allora ci penseranno le parti sociali e soprattutto gli imprenditori illuminati di questo Paese. Emma Marceg-aglio
La presidente di Confindustria ci prova, stavolta con un video messaggio, ad alzare la voce per dire che c’è, per ridare fiato e dignità agli imprenditori italiani (delusi e smarriti) che “si sentono soli”.
Ma Emma Mercegaglia sa, o dovrebbe sapere, che non si fa la frittata senza rompere le uova. E sa anche, o dovrebbe sapere, che quando si suonano le campane, c’è chi sente e c’è chi non sente o non vuole sentire.
La Mercegaglia pare proprio aver abbandonato il suo aplomb per scagliare frecciate contro la politica e soprattutto per lanciare un’accusa pesante contro il governo.
«L’Italia di oggi è già un paese troppo diviso - ha aggiunto Marcegaglia nel video messaggio sul sito web degli industriali - dall’impresa può e deve venire un esempio per tutti, un esempio di come liberamente si possa convergere su poche scelte chiare e di priorità condivise per ridare all’impresa la capacità di crescere, la capacità di creare lavoro, coesione sociale e proiezione nel mondo. Facciamo sentire forte la nostra voce per dare al paese un messaggio chiaro e preciso delle cose da fare. Decidiamo insieme l’Italia da fare».
A dire il vero, la Confindustria dovrebbe chiedere scusa a Romano Prodi, che aveva concesso il cuneo fiscale. Chi non ricorda, infine, gli applausi, escluso Della Valle, al Cav imbonitore, da cui furono ammaliati e a cui concessero credito anche quando era evidente che si trattava di bufale?
Le esternazioni della Mercegaglia lascianoquindi il tempo che trovano: da sempre la presidente di Confindustria rileva l’inadeguatezza del governo ma, alla fine, alle urne chiamerà i suoi a votare Berlusconi. Tappandosi il naso.
Walter Veltroni: acchiappamosche. Voto 5-. L’ex leader del Pd tenta il rilancio con il Lingotto 2 proponendo un nuovo governo di … centrodestra, “ma anche” un governo di tutti. Cioè un governo “a’ la carte”, come al ristorante. Uolter: replay del fallimento.
Emma Mercegaglia: spaventapasseri. Voto 5-. Il presidente di Confindustria spara contro il Governo “insufficiente” e sponsorizza Giulio Tremonti premier. Ma tace sull’assenza dell’associazione degli imprenditori, al guinzaglio di Marchionne.
Ogni giorno ha la sua croce. E i lavoratori metalmeccanici (sì, non c’è solo Ruby e il troiaio della villa di Arcore …) ne sanno qualcosa.
Sull’onda della vicenda FIAT (tutta in alto mare) culminata con il referendum spartiacque pro Marchionne, la Federmeccanica esce allo scoperto (o allo sbaraglio?) rilanciando l’idea del contratto aziendale al posto di quello nazionale.
Questo perché: “Ci vuole flessibilità, bisogna decentrare le relazioni”. Tosto, la Confindustria, per bocca di Emma Mercegaglia, applaude e fa sua la linea di Federmeccanica che vuole dare un colpo di spugna al contratto collettivo. Proposta da sostenere, chiosa la Mercegaglia perchè “di modernizzazione”.
Ovvio che prima si parte con i metalmeccanici e poi, passo dopo passo, si smantella tutto il resto, invadendo tutte le categorie.
Il Governo, anche stavolta, brilla per l’assenza e il ministro (si fa per dire) Sacconi se ne lava le mani perché “Questa è materia delle parti”.
Persino la Cisl sente puzza di bruciato e Raffaele Bonanni prende tempo: “Abbiamo un contratto nazionale che vale ancora due anni: nessuno metta il carro davanti ai buoi”. Campa cavallo.
La Fiom, anche qui isolata, tira su barricate e Maurizio Landini preparando lo sciopero generale delle tute blu del 28 gennaio dice che si vuole: “Un modello inaccettabile, non ci sarebbero più due livelli contrattuali, nazionale e aziendale, ma uno solo, cioà una jungla”. E la Cgil? Lancia frecciate contro padronato e governo, va a rimorchio della sua categoria, ma è incerta sul da fare.
Giuseppe Di Vittorio ragionava diversamente: “Il padronato fa il suo mestiere, dobbiamo sempre chiederci se noi abbiamo fatto bene il nostro”. Sante parole.
La vicenda Fiat, invece di un punto di rilancio per l’industria e l’economia italiana, rischia di diventare un nuovo elemento di debolezza, l’ennesima occasione perduta.
La matassa si è ingarbugliata e cercare nella Fiom e nella Cgil (le cui responsabilità sono evidenti) il “capro espiatorio” serve solo a sprofondare nelle sabbie mobili.
Marchionne, criticabile per certi suoi atteggiamenti da padrone delle ferriere, porta acqua al proprio mulino, in una visione che punta a sviluppare la Fiat in un mercato “specifico” sempre più difficile, in profonda trasformazione, dove le regole sono imposte dalla globalizzazione, in cui a competere non è solo una singola azienda ma il sistema Paese.
Quel che è inaccettabile è l’assenza di Governo e Confindustria, semplicemente spettatori, o peggio, come l’esecutivo, interessato per motivi politici a isolare e colpire il più forte sindacato italiano. Un modo davvero irresponsabile, come se l’incendio delle relazioni sindacali, non interessasse poi l’intero Paese.
L’errore di fondo è che tutte le parti in causa spingono sulla vicenda impostandola e vivendola come una sfida, anzi come “la” sfida, dove chi vince prende tutto e chi perde viene cancellato. Così non si va da nessuna parte.
La Fiom e la Cgil non vanno “punite” ed escluse perché non sono d’accordo, ma nel contempo non possono pensare di uscire dall’angolo a colpi di “niet” e di scioperi generali. I risultati del referendum dei lavoratori devono pesare per tutti.
Silvio Berlusconi: (ri)bollito. Voto 4-. Il premier fa shopping in cerca di altri transfughi per puntellare la maggioranza ma Confindustria lo critica per la “bassa crescita” e la stampa estera, Nyt, FT, Economist, lo stronca: “Ha fallito”. Sos viagra.
Pierluigi Bersani: (ri)intronato. Voto 5-. Il leader del Pd, spiazzato dalla fiducia a Berlusconi alla Camera, è alla ricerca del fantomatico piano “B”. Non sa che treno prendere: a sinistra con Di Pietro e Vendola o col “Terzo Polo”? Sos bussola.
Emma Mercegaglia: sos. Voto 8+. Il presidente di Confindustria lancia l’allarme: “Serve una soluzione che permetta all’Italia di essere veramente governata: basta vivacchiare!”. Ma governo e partiti hanno ben altro in testa: le urne.
Walter Veltroni: 118. Voto 4. Lo tsunami delle primarie milanesi rilancia “Uolter” che dal Movimento democratico accusa Bersani: “Prima perdevamo le elezioni, ora le primarie”. Pd dominato dalle correnti dei “guastatori”.

Quanto è successo ieri in Afghanistan (di cui ci siamo occupati qui e qui) ha distratto le persone che aspettavano la pubblicazione del dossier Marcegaglia che il Giornale avrebbe confezionato contro la presidente di Confindustria.
Il dossier è uscito e lo potete leggere qui. Probabilmente si è trattato solo di un punto di partenza sul quale costruire una campagna contro la signora Marcegaglia che, a differenza di Boffo e Fini, ha le conoscenze giuste per bloccare le voci dissidenti.
Vittorio Feltri, direttore editoriale del Giornale, alle Invasioni Barbariche ha criticato proprio questo aspetto della donna. “Si è rivolta al padrone (Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, ndr) pur avendo il mio numero”, ha spiegato Feltri a Daria Bignardi.