Mentre l’Idv di Antonio Di Pietro celebra dopo dodici anni il suo primo congresso in cerca di “democrazia”, il Pd è in uno stato di congresso “permanente”, sempre alla ricerca di identità, progetto, leadership.
Più che sui contenuti, ci si arrovella sui contenitori. Goffredo Bettini, già deus ex machina di Walter Veltroni, torna a gettare il suo “peso” per accusare il partito di “fare solo accordi di potere e di aver santificato il correntismo”.
Ma il Pidì è da quando è nato che è via via scivolato dalla deriva correntizia alla deriva personalistica, sprofondando nei club che si formano e si disfano attorno a capi, capetti, cacicchi di ogni risma. Il tutto “santificato” da primarie, plebiscitarie quanto bluff.
La diatriba interna è sempre sul sesso degli angeli, sul partito liquido o sul partito di tessere e apparati. In effetti il Pd è impegnato a guardarsi l’ombelico: è fuori della dura e complessa realtà del Paese, sballottato in un gioco delle alleanze in mano a Di Pietro, a Casini,a Vendola e persino alla Bonino, nel cono d’ombra ingombrante di Marco Pannella.
L’ex eminenza grigia di Veltroni, Bettini, sulla scia del sindaco di Torino Chiamparino, rilancia la nascita di un “nuovo cantiere politico, un nuovo Ulivo, da Vendola alla Bonino”. E’ la solita, stantia politica da salotto. Manca solo il thè con i pasticcini.
Intanto Di Pietro “sogna” la fusione dell’Idv con il Pd. Ma la somma fra “perdenti”, (nel senso di rimanere ancorati all’antiberlusconismo tout court e quindi condannati all’opposizione) produce solamente sconfitte. E sconfitti.
E’ proprio vero che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E che fra due numeri, un milione da una parte e diciottomila dall’altra, c’è un mare grande, un mare immenso.
Il milione di tessere era l’obiettivo del Cavaliere per il tesseramento del Pdl : “Raggiungeremo un milione di iscritti. Chi vota Pdl è di fatto tesserato e l’hanno votato otto milioni di italiani”.
Il risultato? Un flop totale: a tutt’oggi sono stati fatti … diciottomila tesserati! Quasi una presa in giro.
Non è solo la dimostrazione del marasma organizzativo del partito sul territorio, con mille galli e galletti in zuffa permanente, correnti e faide di ogni tipo. Il nodo è politico: parte dai vertici romani e tocca tutte le province, fino all’ultimo comune.
Riguarda la concezione del partito, usato come semplice strumento di potere personale e di gruppo.
Berlusconi è furioso e dopo le elezioni regionali giura di cambiare musica. Come? Innanzi tutto, facendo rispettare l’incompatibilità fra cariche istituzionali e incarichi di partito. Poi, “ripulendo” il trio della tolda di comando centrale, scomponendo l’asse La Russa-Gasparri sostenuto da Verdini e dando pieni poteri al fido Sandro Bondi, con l’ordine di rimettere in riga tutti.
Altrimenti si chiude bottega e si inventa in toto il partito del Presidente. Solo il carisma (più i soldi e i media) del grande capo, le poltrone da spartire e l’inconsistenza delle opposizioni permettono a un partito “sgangherato” come il Pdl di “comandare”.
Massimo D’Alema: burattinaio. Voto - 8. Nell’era del Pd di Bersani è Massimo D’Alema a fare la prima (inutile) mossa politica sul nodo “scissione” di Rutelli. Ancora dubbi su chi ha il bastone di comando nel Pd?
Dario Franceschini: frondista. Voto – 8. Sconfitto alle Primarie, l’ex segretario del Pd rifiuta l’offerta di capogruppo alla Camera fatta da Bersani. Meglio guidare “Area Democratica”. Vecchi spifferi e nuove correnti.
Rispetto a quelli del Pd, Penelope era una dilettante.
Sono questi i veri professionisti che da una parte cercano di tessere (male) la tela del partito e dall’altra, contestualmente, disfano e strappano quel poco che ancora c’è.
A questo punto si può dire che l’errore non sta (solo) nel “manico” o nell’applicazione della strategia (come diceva Togliatti: “La linea è giusta ma è applicata male”).
Ci sono voluti 80 anni per capire che il fallimento dei paesi del “socialismo reale” non derivava (solo) dalla mala gestione (il culto della personalità ecc.) bensì dalla radice, dall’ideologia stessa che non poteva che produrre quello che ovunque (un po’ più, un po’ meno) ha prodotto: miseria, dittatura, lutti.
Allora, come si fa a pensare di non perdere voti quando uno come Goffredo Bettini (deus ex machina del Pd fino a poche settimane addietro, l’ex Pci-Pds, Ds che ha rifiutato la candidatura alle Europee) dice del suo stesso partito: “Il Pidì nell’ultimo anno è stato ostaggio di correnti che portano all’indecisione, al calcolo identitario e di potere. Un partito che è stato un’alleanza, non una mescolanza, che è finito per risultare un grottesco mini-compromesso storico. Le liste per le elezioni europee sono figlie più di logiche di corrente che di spirito di innovazione”.
Nella vecchia Democrazia Cristiana, ma anche nel vecchio PCI, le riunioni della Direzione (a porte chiuse) finivano senza clamore.
Ma il giorno dopo cambiava tutto. Era facile capire, con promossi e bocciati, chi aveva vinto e chi aveva perduto. E soprattutto la gente capiva bene qual’era la linea del partito: prendere o lasciare.
Invece in questo Partito democratico degli “armistizi” fasulli, delle battaglie politiche fatte sui media o nei caminetti, partito dei grandi proponimenti sempre annunciati e mai realizzati, si vota come ai tempi del Centralismo democratico di leninista memoria e, come allora, si “approva la relazione del segretario con il contributo degli interventi”.
E’ un vecchio e logoro clichè. E’ la nuova “pax democratica”: nessuno è d’accordo con nessuno, i “distinguo” tratteggiano linee alternative che però non vengono mai proposte, non producono conseguenze politiche e organizzative.
Quindi tutti buoni, in marcia “uniti” per non andare a picco con la barca in cui si sta viaggiando. Sperando nella buona stella. Che cambi l’aria.
Un partito non è una azienda, né una questura. Conferire a Veltroni i poteri di “commissariamento” (seppure subordinati all’approvazione del parlamentino) significa creare caos nel territorio, anche laddove la situazione è normale. In ben altro modo si cura la mala pianta della “questione morale”, della degenerazione del “partito degli amministratori”.
Non un passo avanti la Direzione ha fatto sui nodi del rapporto con Berlusconi (avanti con il muro contro muro), della legge elettorale, delle alleanze, della collocazione del Pd a livello europeo, della riforma della giustizia.
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Calano in picchiata sul Pd gli “avvoltoi” di ogni colore per strumentalizzare la bufera giudiziaria che sta sconquassando il partito di Veltroni.
Come se la “questione morale” riguardasse solo una forza politica o solo uno schieramento, la sinistra.
Come se gli “altri”, a cominciare da Silvio Berlusconi e dagli esponenti del Pdl, non fossero stati mai coinvolti e non fossero coinvolti in situazioni simili o addirittura peggiori di queste. Tant’è.
Il tema della moralità pubblica è un grande tema politico ed è il fondamento centrale della politica.
Gli ultimi quindici anni, quelli della cosiddetta seconda Repubblica, sono stati caratterizzati da un vero e proprio strappo tra la dimensione etico-civica e l’attività politica.
Ciò detto, è però inaccettabile la posizione della direttrice de L’Unità, Concita De Gregorio: “Gli altri sono peggio”. Peggio in che cosa?
I casi giudiziari sono fatti che riguardano la magistratura, che non è né un covo di mestatori dediti al complotto, né un’isola felice super partes. I casi morali riguardano la coscienza dei singoli.
Qui stiamo parlando di politica. Della crisi di questa politica e di questi partiti. Specificatamente della crisi politica, gravissima, del Partito democratico.
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Il Partito democratico è stretto in una doppia tenaglia: quella giudiziaria e quella politica.
Sono nodi distinti ma anche legati fra loro. La debolezza politica genera altre debolezze. Dalla debolezza politica nasce la commistione fra potere, partito e affari.
Veltroni sbgalia nel vedere ancora “casi isolati” e a circoscrivere la “questione morale” ai singoli personaggi “traviati”.
La “bustarella” è personale. Ma i soldi della tangente sono intascati da esponenti di partito dove si sono smarriti il senso del dovere civico e l’etica della moralità politica e istituzionale.
Così la patente di moralizzatore se la prende Antonio Di Pietro, che incassa voti, sottraendoli però al Pd e non al Pdl.
Il direttore di Repubblica Ezio Mauro scrive oggi che “non si può pensare che il Pd sia un rifugio di faccendieri”. E Rosy Bindi sostiene che “gli elettori di Berlusconi sono diversi da quelli del Pd”. Come se non fossero tutti italiani.
Gli elettori del Pd voltano le spalle al loro partito perché non lo ritengono più “credibile” e si sentono traditi, addirittura sul fiore all’occhiello della sinistra, la “questione morale”.
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Nel suo discorso di ieri a Milano Walter Veltroni ha insistito nell’appello interno: “Smettiamola di farci male da soli. Basta correnti e correntine, il Pd si occupi della gente”.
Ciò significa rendere “ufficiale” che nel piddì c’è una lotta interna senza quartiere, che prolificano correnti e correntine, che il partito è rivolto a se stesso e non ai problemi del paese. Ma se l’appello è corretto e opportuno, chi porta le responsabilità di una situazione divenuta insostenibile?
Veltroni ha usato quel “colpo di frusta” sempre aborrito da Palmiro Togliatti nel Pci.
Il “Migliore”, per “rinnovamento” del partito non intendeva un semplice ricambio anagrafico ma nuovi uomini e nuove logiche in grado di portare avanti una “lotta politica per la linea del partito e per una via italiana al socialismo”. E denunciava i due ostacoli principali: “il settarismo massimalistico e il revisionismo riformistico” frutto dell’ “irrigidimento burocratico, della restrizione delle forme di attività e della vita democratica del partito”.
La critica e l’autocritica si basavano su una analisi dei fatti e al centro stava la nuova proposta politica, il progetto strategico della “via italiana”.
Era il 1956, dopo il XX congresso del Pcus, la destalinizzazione, dopo i carri armati russi a Budapest, la crisi di Suez, la guerra fredda: l’ottavo congresso del Pci rinnova nel profondo uomini, idee, strategia, mezzi. Una vera e propria rivoluzione.
Oggi, pur sotto i morsi di una devastante crisi economica mondiale, la situazione non è in una tenaglia così drammatica. Forse è per questo che Veltroni si gingilla fra rimbrotti e piagnistei; che D’Alema gioca al gatto col topo; che portaborse, vassalli e valvassori applaudono o fischiano dagli spalti o si nascondono negli antri bui per tresche e rese dei conti sempre rinviate. Dov’è la svolta?
Fra poche ore, per Il Pd l’ultima doccia fredda verrà dal voto in Abruzzo. E’ fin troppo facile pensare già alle (inutili) dichiarazioni di Veltroni.
Di fronte a una debacle annunciata (pur geograficamente limitata e particolare per la vicenda Del Turco) chissà se la Direzione del prossimo venerdì da “ordinaria” si trasformi in “straordinaria”.
Il Partito democratico si gioca in queste settimane la sua esistenza e il suo avvenire.
Fra dieci giorni si saprà dalla riunione della Direzione se i capi delle varie correnti interne, pur di mantenere il potere, continueranno a seguire la via della non belligeranza. O se la resa dei conti sarà anticipata affrontando apertamente la questione dello stato del partito e della sua leadership.
Il Pd è in uno stato pre fallimentare, incapace di svolgere la propria funzione di trasformare la società e lo Stato.
Soprattutto nella base serpeggia un malcontento diffuso contro il sottogoverno e la pratica della lottizzazione e ancor più contro la gestione pigra e rassegnata del partito che si addebita a Veltroni.
Pur governando il 70 per cento degli enti locali, il Pidì sta scadendo in una funzione subalterna, non avendo risolto problemi di ordine teorico, politico e organizzativo.
Sono venuti alla luce tutti i nodi della “natura eclettica” della sua formazione, dove sono confluiti, mai amalgamati, scuole e ispirazioni ideologiche diverse e rappresentanze di pragmatismo ideologico che il più delle volte danno origine a degenerazioni. Come dimostra la nuova “questione morale”.
Il partito delle primarie e del Lingotto è irrimediabilmente logorato e il “partito nuovo” non può nascere perché soffocato dall’attuale leadership.
C’è qualcuno pronto a gestire la nuova fase? A conferire una nuova linea generale, un nuovo assetto organizzativo e una rivoluzione dei suoi “quadri”, condizioni necessari per risorgere?
Il partito non ha altra strada se non quella della “rifusione”.
Di qua e di là, cioè nel Pdl e nel Pd, due personaggi s’aggirano nella calura estiva in cerca di una legittimazione verso la leadership dei rispettivi partiti. Se andasse male, i due passerebbero alla (piccola) storia come i “candidati”.
Due “giovani” talentuosi, dal tratto garbato e cardinalizio, esperti nelle “cose” di governo e di partito, ma sostanzialmente uomini “liberi”. L’uno, Roberto Formigoni e l’altro Enrico Letta.
Ore 12, oggi si occupa del secondo. Enrico Letta, scuole alte, già una prima volta ministro (governo D’Alema) a soli 32 anni, giuste frequentazioni a Londra, Parigi, Washington, New York e qui amico di un Giovanni Bazoli e di un Alessandro Profumo, non inviso ai piccoli e medi imprenditori del nord, sempre nei posti giusti e negli organismi che contano, un curriculum da enfant prodige della politica.
Il “nipotino di Ciampi” è meno suggestivo e problematico di Veltroni, meno supponente e acido di D’Alema, cura l’immagine e sta fuori (si fa per dire) da beghe, corridoi e correnti: corre “da solo” e da qualche anno “gioca” con tre-quattrocento 30-40enni di lusso e soprattutto bipartisan con il centro studi “VeDrò”, tra dibattiti e workshop su “sviluppo, riforme e meritocrazia”, per recuperare “Forze propulsive per modernizzare il Paese” .
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