Ci provano con l’evento-beatificazione di Giovanni Paolo II. Ma il problema è enorme: la Chiesa non sa più attrarre, non sa ‘vendersi’. I suoi ‘prodotti’ perdono appeal. Saldo subito
Il Pdl, con la proposta Ceroni, riafferma la centralità del Parlamento. Ma come?!? Non era proprio il Cav a dire che le aule sono per lui un impiccio e un impaccio? Lui nell’emiciclo ci va il meno possibile, per il premier è un posto dove si cazzeggia e non si produce. Candid…Camere
Il povero Remigio, tuttavia, è stato stroncato da (quasi) tutti, anche dentro il suo partito. Ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità e ora è pronto (forse) a tornarsene nell’ombra. Re-mogio Ceroni
Galan dà del socialista (in senso spregiativo) al Divo Giulio. La socialista Craxi dà il benservito al premier e sembra puntare su Giulio. Sacconi il socialista intanto trama per il post-Cavaliere, mentre il socialista Brunetta non ha mai potuto sopportare il Divo Giulio. Psi-codramma
Giorgio Napolitano: italiano. Voto 10. Il presidente della Repubblica apre in piazza del Quirinale le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia: “Auguri a tutti, divisi saremmo stati spazzati via dalla storia”. Italiano a testa alta che fa onore a tutti gli italiani, bandiera dell’Italia nel mondo.
Umberto Bossi: antitaliano. Voto 2. Il Senatur diserta il 150°. I leghisti non cantano l’inno nazionale e nemmeno vogliono ascoltarlo, però vanno a caccia di poltrone e presidenze … nazionali. E B&B hanno giurato sulla Costituzione e sulla bandiera: vergogna & cialtroni!
L’Italia non è l’Egitto, né la Tunisia, né nessun altro paese dove c’è tumulto di piazza, con i tank per le strade, con morti e feriti. Chi dice che quello è il nostro l’epilogo getta benzina sul fuoco. Le tradizioni democratiche, il tessuto sociale e la collocazione geopolitica dell’Italia non consentono quel tipo di deriva.
Però non uccidono solo le pallottole. E se quotidianamente, a cominciare dal capo dello Stato, c’è chi lancia pressanti appelli alla moderazione e al buon senso, di fatto la conflittualità politica sale fino a coinvolgere le massime Istituzioni, alimentando una tensione politica e sociale che può degenerare.
Il rischio, lo ripetiamo, non è la guerra civile. Anche se c’è sempre chi è pronto a giocare alla rivoluzione, e fazioni e “bande” contrapposte non vedono l’ora di attizzare il fuoco e spingere il Paese nel caos.
In verità, di fronte a questo gravissimo e misero spettacolo, la gente comune, cioè la stragrande maggioranza degli italiani, rifiuta questo tetarino della politica e ogni ipotesi di destabilizzazione. Ma sotto l’urto di questi strappi senza precedenti, perde la bussola, non crede più in niente e a nessuno, smette di “remare” e si rinchiude in se stessa.
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La denuncia parte dai deputati del Pd Ileana Argentin, Walter Verini e Maria Coscia, i quali hanno addirittura presentato un’interrogazione al Governo. Sulle dispense messe online sul sito Formez Italia e destinate alla formazione dei funzionari pubblici del Comune di Roma sarebbero comparse, secondo i tre parlamentari, “frasi discriminatorie nei confronti dei portatori di handicap”.
Nelle suddette dispense si leggono, tra l’altro, le seguenti frasi:
L’articolo 3 della Costituzione nella prima parte enuncia il principio di uguaglianza, formale in quanto esseri umani (assenza di norme discriminatorie). Non bisogna però considerare uguali a noi persone in condizioni inferiori alle nostre (handicappati).
Il dipartimento Risorse umane del Comune di Roma, tentando di correre ai ripari, in una nota ufficiale ha chiesto a Formez Italia di rettificare il passaggio incriminato e di “riformularlo in termini aderenti a quelli che sono i principi ispiratori della nostra carta costituzionale”.
Ma com’è possibile che sia successa una cosa del genere? Ebbene, dopo averci pensato un po’ su e aver fatto una rapida ricerca in rete, sono giunto alla conclusione che ci sia una sola plausibile (e piuttosto inquietante) spiegazione dell’increscioso incidente.
Non c’è solo l’Italia di uno come il ministro La Russa impegnato ad armare i nostri aerei di bombe e missili per bombardare l’Afghanistan e a far tornare in patria le salme dei Savoia.
C’è anche l’Italia della proposta e della protesta della grande pacifica piazza della Fiom-Cgil di ieri a Roma che anticipa un annunciato sciopero generale.
Non ci sono miti da rispolverare (il baluardo delle tute blu, l’egemonia della classe operaia ecc.): c’è solo da prendere atto di una volontà di risposta a chi in nome del mercato senza regole vuole cancellare diritti e conquiste storiche e a una destra che vuole togliere dignità “culturale” al lavoro, cancellare sindacati e partiti dei lavoratori, per un colpo decisivo alla Costituzione.
Lo scontro è fra un Paese che lascia le scuole senza insegnanti, matite e carta igienica, che invita i giovani laureati a mettersi in proprio per cercare fortuna e una Italia che vuole uscire dalla crisi con lo sviluppo, non una fotocopia dei paesi sottosviluppati.
La Fiom e la Cgil non sono privi di limiti ed errori, tutt’altro. Ma non si può addebitare a loro, come fa irresponsabilmente il ministro Sacconi, le colpe della crisi e non si può dire semplicisticamente che restano ancorati al secolo scorso, rottami in estinzione, frange isolate.
Non è così perché c’è un vento che soffia in Europa, con scioperi e proteste in Spagna, Francia, Grecia, Gran Bretagna che dicono no all’uscita dalla crisi colpendo i ceti più deboli. Si sente il bisogno di una nuova e più equa politica di sviluppo, di una società non più basata sulle furbate, sulle cricche, sull’economia finta, sui valori effimeri.
Persino la Banca d’Italia sconfessa le inutili trovate di Tremonti e le balle della politica di Berlusconi: in Italia non c’è ripresa, c’è una disoccupazione reale dell’11%, i consumi sono bloccati, c’è rischio per la tenuta sociale, abbiamo davanti un futuro molto incerto. Questo è il quadro.
I disfattisti non sono i lavoratori ieri in piazza San Giovanni. Disfattista è il governo e chi, irresponsabilmente, ancora l’appoggia.

Viviamo tempi difficili. E alquanto strani. Tempi di grande sviluppo dei mezzi di comunicazione, ma, nel contempo, di grande incomunicabilità. Tempi di disorientamento culturale, di crisi economica e politica. E la straordinaria complessità del contesto sociale, se non ci aiuta a capire del tutto, certo serve a comprendere l’enorme vitalità che simboli religiosi e politici di antica tradizione vanno acquistando giorno dopo giorno.
Intanto il crocifisso, per i credenti simbolo di infinito amore e supremo sacrificio, viene quotidianamente usato come emblema contro il diverso, lo straniero, e per affermare una non meglio precisata identità culturale cristiana. Ancora qualche giorno fa il Presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, contro il provocatorio invito all’islamizzazione dell’Europa espresso dal leader libico a Roma, tuonava: “Il Veneto non è interessato a progetti di islamizzazione, Gheddafi stia a casa sua. Nelle nostre scuole devono esserci i crocifissi a segnare il percorso”. Quale sia questo percorso non è, però, ben chiaro. E nella scuola leghista di Adro, della quale ci siamo già occupati, i crocifissi sono stati assicurati alle pareti di tutte le aule con robusti bulloni per evitarne la rimozione.
Ma il simbolo del Cristo non è il solo ad essere oggetto di contese (in verità un po’ blasfeme). Anche il tricolore vive una seconda, insperata giovinezza, tanto che esporlo pubblicamente a Venezia è oggi un atto pericoloso, quasi sovversivo, un po’ come nel XIX secolo, in pieno Risorgimento! A testimoniarlo la vicenda verificatasi domenica scorsa, durante la Festa dei popoli padani.
Terry Jones non si ferma: è di oggi la notizia che il pastore protestante non avrebbe rinunciato all’idea di bruciare pubblicamente il Corano. La notizia ha causato una nuova ondata di proteste: mondo musulmano, politici americani ed europei, cattolici ed ebrei:
“Il rogo del libro sacro dei musulmani è un atto moralmente ripugnante”, ha detto un portavoce del Simon Wiesenthal Center.”
Tutto il mondo sembra indignato. “Fermate quel pastore!”, “Impeditegli di compiere quel gesto!”. Anche Barack Obama è intervenuto (qui sopra un video in cui il Presidente ricorda i valori di libertà religiosa e di tolleranza religiosa). Il problema è che il Primo Emendamento della Costituzione americana garantisce, tra le altre cose, la libertà di espressione.
Continua a leggere: Terry Jones, il rogo del Corano e Obama: la libertà di espressione in USA
Nessuno aveva mai “smontato” così, pezzo dopo pezzo, Silvio Berlusconi e il “berlusconismo”, come ha fatto ieri sera Gianfranco Fini a Mirabello.
Non solo non c’è più il Pdl, non solo è definitivamente chiusa la stagione del partito del “predellino”: è stata colpita al cuore l’anima e tutta l’impalcatura della destra aziendalista, populista ed “eversiva” del Cavaliere (e del suo sodale Umberto Bossi).
Rispetto a una analisi lucida e impietosa (niente si salva del pensiero e dell’operato di Berlusconi) dell’ex leader di An, passano in secondo piano persino le pesantissime bordate contro il governo e contro i suoi ministri forzisti.
Adesso non ci sono più veli. Fini non è amico della sinistra. Fini è nemico di Berlusconi e di Bossi. Fini non sterza a sinistra. Fini sterza verso una destra moderna ed europea che non mette in discussione e anzi condivide i valori della Costituzione e i principi basilari della democrazia.
Qui il solco con Berlusconi (e Bossi) si fa incolmabile. Qui la rottura si consuma e diventa rottura storica, oltre che politica.
Ma da avveduto e consumato politico ora Fini non sbatte la porta, rilancia col “patto di legislatura” lasciando il cerino in mano a Berlusconi.
Cos’è l’annunciata “terza gamba” (del governo) di Fini, se non la “graticola” su cui bruciare a fuoco lento il premier, la trappola mortale per Berlusconi e il governo?
C’è solo un rischio, ed è pesante: non sarà solo Berlusconi ad esserne logorato, ma l’Italia tutta. Cosa aspetta ancora l’opposizione a scendere in campo?
Dal piano inclinato, la politica italiana non si schioda. Anzi, pare proprio sprofondare verso un fondo inquietante.
I “nemici” non sono più identificabili nella destra contro la sinistra, o viceversa e combattuti ideologicamente e politicamente.
Il Pdl ha inaugurato una nuova era, quella della guerra interna a colpi di dossier, guerra senza quartiere, tipo gli ultimi giorni di Berlino, per snidare e annientare anche l’ultimo resistente.
In un anem, il miglior amico alleato di ieri diventa il peggior nemico traditore di oggi: una battaglia sorda e buia, di colpi bassi, dove non si fanno prigionieri.
Lo sfarinamento del partito del “predellino” riporta ai periodi più tetri della storia d’Italia, facendo cadere maschere sotto le quali si intravedono loschi figuri.
L’uso dei dossier contro Gianfranco Fini e le controaccuse dei finiani contro Silvio Berlusconi non rappresentano solo il fallimento dell’ex Partito della libertà ma sono il lascito della pianta velenosa del berlusconismo.
Visto il peso (e il ruolo) del Cavaliere, la rissa politica si è ben presto trasformata in rissa istituzionale.
Continua a leggere: Ore 12 - Berlusconi e Fini, basta! A che gioco giochiamo?

Dopo lo scambio di battute con il Sindaco di Roma sui riferimenti alla secessione contenuti nello statuto della Lega Nord, ecco un nuovo spumeggiante botta e risposta tra il vulcanico Ministro per le riforme per il federalismo e il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro.
“Voglio Irpef e Iva ai comuni”, ha dichiarato ieri sera Bossi, alla festa della Lega Nord di Soncino (Cremona). “La Lega ha già portato a casa 15 miliardi per i Comuni, ma bisogna trovare l’accordo con Tremonti e vedrete che ce la farò. Potrebbero girare nelle casse dei nostri Comuni l’Irpef e anche l’Iva, anche se in questo caso la situazione è più difficile” ha promesso.
Infine ha concluso: “Questo è l’obiettivo di questa estate: il federalismo fiscale, non vado nemmeno in ferie se non chiudo la partita e sapete che io sono un uomo di parola: piano piano porteremo a casa quello che si può. Tranquilli fratelli padani: il federalismo è alle porte”. Immediata la risposta di Antonio Di Pietro, in quella che assume i tratti di una simpatica gag di altri tempi: “Una volta che Irpef e Iva vengono incassate dai Comuni, quali soldi vanno allo Stato? È un’affermazione senza senso e senza logica”. Obiezione del tutto legittima. Ma i proclami del Senatùr suscitano qualche altro inquietante interrogativo.