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Tutti gli articoli con tag crisi di governo

La riforma universitaria sarà votata al Senato dopo il dibattito sulla fiducia

pubblicato da Alessandro

Palazzo Madama

Nonostante le minacce del Ministro Gelmini di bloccare tutti i concorsi e gli scatti stipendiali per gli universitari, il disegno di legge contro cui da mesi studenti, ricercatori e precari stanno protestando furiosamente non verrà votato prima della discussione della fiducia del prossimo 14 dicembre.

La conferenza dei capigruppo ha così deciso dopo una dura battaglia, come ha commentato il presidente dei senatori del Pd Angela Finocchiaro. Lo stesso 14 dicembre una conferenza dei capigruppo del Senato deciderà la calendarizzazione della discussione sulla riforma universitaria.

O sarebbe meglio dire: avrebbe dovuto decidere, visto che le sottoscrizioni della mozione di sfiducia presentata ieri alla Camera da Udc, Fli, Api, Mpa e Libdem, sommate a quelle della mozione già proposta da Pd e Idv, raggiungono la maggioranza assoluta. In sostanza, sulla carta il Governo è già caduto. Perché allora il Presidente del Consiglio non rassegna le dimissioni?

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Il sipario sta calando: la crisi è alle porte

pubblicato da Alessandro

Berlusconi

La crisi non si è ancora formalmente aperta. L’uscita dal Governo del ministro Ronchi, del viceministro Urso e dei sottosegretari Buonfiglio e Menia ne costituisce il preludio, ma perché l’esecutivo venga meno occorre una sfiducia formale da parte del Parlamento o le dimissioni spontanee del Presidente del Consiglio (ipotesi quest’ultima ormai remota).

Ma cosa succederà ora? Due i possibili scenari. Il primo: il Governo incassa la fiducia da entrambi i rami del Parlamento e così rimane in carica, sostituendo i componenti dell’esecutivo dimissionari, mentre Futuro e Libertà gli assicura il proprio sostegno esterno.

Il secondo: il Governo viene sfiduciato da Camera e Senato o anche solo dalla prima. La situazione non cambia. Lo scioglimento di una sola camera, anche se tecnicamente possibile, è una soluzione del tutto impraticabile.

Gli scioglimenti dimezzati che si sono svolti prima del 1963 servivano a consentire l’elezione contestuale di Camera e Senato (quest’ultimo, infatti, durava in carica un anno in più della prima). E non, come si vorrebbe ora, l’elezione della sola Camera.

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La mozione della maggioranza e la stabilità di governo

pubblicato da Alessandro

La Russa

Una mossa disperata quella della maggioranza. In reazione alla presentazione della mozione di sfiducia alla Camera da parte delle opposizioni ecco arrivare una mozione anche al Senato, questa volta di appoggio al Governo. Si immagina evidentemente di poter incassare un voto favorevole nel ramo del Parlamento presieduto da Schifani. E si tenta di farlo prima che si voti la mozione alla Camera.

Nella serata di ieri il Ministro La Russa ha chiarito il senso dell’operazione: “Ci sarà un voto al Senato - ha spiegato - e lì si capirà se il governo ha la maggioranza, poi il presidente della Repubblica Napolitano ha naturalmente tutte le prerogative, anche quella di sciogliere solo una Camera, e non il Senato. Questo è possibile, ma libero il Presidente di esercitare tutte le prerogative contenute nella Costituzione, nessuno può immaginare che chi ha vinto le elezioni sia all’opposizione”.

Napolitano potrebbe decidere di sciogliere una sola camera, è vero. E si potrebbe andare anche solo alle elezioni di questa. Ma se dalle consultazioni elettorali uscisse una maggioranza politica diversa da quella già presente nell’altra camera, cosa succederebbe?

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Ore 12 - Quasi caos: o "tregua" bipartisan o elezioni!

pubblicato da Massimo Falcioni

altroL’ultimo sondaggio (Emg) toglie il respiro: l’area del non voto e degli indecisi è attorno al 45%. C’è da scommettere che le inandescenti vicende del “bunga bunga” fanno schizzare la cifra verso il fatidico 50%.

In altre parole, oramai metà degli elettori non crede più nella politica e non vuole esprimere il diritto-dovere del voto.

Il Paese reale, stretto dalla crisi, deluso dalle false promesse, irritato dai continui scandali di vario tipo e dalla politica muscolare, è stufo e mette in atto la più eloquente delle proteste: l’abbandono delle urne.

A questo punto, le alternative sono poche: o si raggiunge un accordo bipartisan che congeli pro tempore le guerre trasversali e intestine impegnandosi concretamente sui nodi di fondo dell’Italia, o si va, dopo una crisi di governo da aprire subito, quanto prima al voto.

Tutto il resto è irresponsabile manfrina: tempo perso che incancrenisce ancora di più la situazione già pesantissima e crea uno strappo lacerante alla democrazia.

Ma, oggettivamente, credere a un accordo trasversale fra maggioranza e opposizione è utopia. Non resta che l’opzione del voto anticipato. E’ Berlusconi per primo, a dover dimostrare un atto di “responsabilità” politica e istituzionale, rassegnando le dimissioni. Poi il capo dello Stato potrà agire di conseguenza.

L’attuale agonia porta al caos. E ognuno, prima o poi, dovrà risponderne.

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Le pagelle del martedì

pubblicato da Massimo Falcioni

Gianfranco Fini: picconatore. Voto 8. Sulla giustizia il leader di Fli minaccia la crisi di governo: “Piaccia o no la legge è uguale per tutti”. Terreno minato. Colpo in canna. Chi stacca la spina?

Silvio Berlusconi: picconato. Voto 3. Il premier è alle corde, teme un accordo Pd, Udc, Fli per un governo tecnico e cerca di evitare di cadere nella “trappola” di Fini. Ultimo gong. Poi il ko.

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Senza fili e senza rete: il Governo si schianterà sul Wi Fi?

pubblicato da paganini


Il libero accesso alla rete e il gravissimo, eterno, imminente rischio di attentati terroristici potrebbero portare alla prima convergenza politica tra opposizione e Futuristi della libertà. A breve dovrà infatti essere prorogato il decreto Pisanu sull’accesso alla rete, quello che rende obbligatoria l’identificazione di ogni utente che acceda al web.

Stando a Wired lo stesso Pisanu ha definito questa norma “anacronistica” (insomma una porcata alla Calderoli) ma questo non ha evitato la sua reiterazione dal 2005 ad oggi. Però. Però ora sembra che Pd, Idv e Fli siano sulla stessa lunghezza d’onda e abbiano intenzione di votare contro questo provvedimento, mettendo in minoranza le truppe governative.

Ne nascerebbe una singolare situazione in cui il Popolo della libertà vuole mantenere delle limitazioni ridicole basate sui perenni allarmi legati al terrorismo mentre Futuro e libertà appoggerebbe i Democratici per garantire il libero accesso alla rete senza fili. Su una cosa immateriale e fuggevole come il wi fi si fonderanno dunque le velleità dell’opposizione di mettere in crisi l’esecutivo, andare alle elezioni e magari vincerle. Magari….

Foto | Flickr

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Per il senatore Ciarrapico i finiani, nel nuovo partito, porteranno le kippah

pubblicato da Alessandro

kippah

L’intervento del senatore Ciarrapico oggi, in occasione delle dichiarazioni di voto della fiducia al Governo, ha giustamente suscitato l’indignazione di molti. Dopo aver chiamato “rinnegati” e “traditori” i finani, l’ex presidente della Roma ha aggiunto, infatti, riferendosi al Presidente della Camera: “Fonderà un partito, speriamo che abbia già ordinato le kippah con le quali si presenteranno, perché di questo si tratta: chi ha tradito una volta tradisce sempre, l’onorevole Fini può darsi pure che svolga una missione, ma è una missione tutta sua personale, se la tenga. Quando andremo a votare, perché andremo a votare, vedremo quanti voti prenderà il transfuga Fini”.

Il riferimento è chiaramente al viaggio a Gerusalemme nel 2003, quando Fini, indossando la kippah (il copricapo usato dagli ebrei osservanti nei luoghi di culto), affermò che il fascismo fu parte del “male assoluto” e condannò duramente le leggi razziali adottate dal Duce. A questo tradimento allude il sen. Ciarrapico. Al tradimento che il Presidente della Camera avrebbe perpetrato nei confronti della “causa fascista”.

Ciarrapico accusa inoltre i parlamentari di Futuro e Libertà di ingratudine, essendo stati eletti questi ultimi ed avendo assunto le cariche istituzionali che occupano, a suo parere, grazie alla generosità del Cavaliere. Il riferimento al voto popolare si traduce, nelle parole dell’anziano senatore, nella speranza di un’investitura plebiscitaria del Premier da parte di una maggioranza tirannica (la sola cosa che sembra contare è, infatti, servire fedelmente un tiranno, sia egli un singolo o una maggioranza poco importa..).

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Per Berlusconi i problemi della maggioranza sono soltanto questioni "aziendali"

pubblicato da Alessandro

Berlusconi

Il contesto nel quale sono state rese le ultime esternazioni del Presidente del Consiglio ha qualcosa di simbolico: il Forum sulla democrazia in Russia. Qui il Cavaliere ha manifestato tutta la sua estraneità (per non dire insofferenza) nei confronti dei principi basilari della democrazia medesima.

Tra le altre cose, egli ha dichiarato che le accuse “inventate” dalla magistratura mettono a rischio la “governabilità del Paese”, che gli attacchi di Fini e dei finiani sono solo “piccole questioni di professionisti della politica che vogliono avere la loro aziendina”, che in Italia purtroppo i governi sono “fragili” a causa di un’architettura costituzionale che impone all’esecutivo di sottoporre all’approvazione del Parlamento tutta la propria attività e che ciò deriva dal fatto che i padri costituenti, essendo molto preoccupati di un ritorno al regime fascista, “ripartirono il potere tra le assemblee parlamentari, il capo dello Stato e la Corte costituzionale”. Il che determinerebbe, a suo dire, “enormi difficoltà”.

Cominciamo da quest’ultima affermazione. Posto che le assemblee parlamentari sono organi di indirizzo politico liberamente e democraticamente eletti dal popolo e che il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale esercitano, invece, funzioni di controllo e di garanzia, la preoccupazione dei costituenti fu più che legittima, poiché ispirata dall’esigenza di assicurare il rispetto del principio di separazione dei poteri.

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L'insostenibile leggerezza della fiducia: Bossi pronto a far cadere il Governo pur di andare a votare?

pubblicato da Alessandro

Berlusconi e Bossi

Le minacce di Bossi e l’apparente disaccordo con Berlusconi sulla gestione del difficile momento politico paiono delineare il più classico del gioco delle parti. Il Senatùr mostra i muscoli, affermando che non ci sono alternative alle elezioni anticipate e prospettando due possibili soluzioni, entrambe funzionali all’apertura di una crisi di governo: la presentazione delle dimissioni da parte del Presidente del Consiglio o l’approvazione di una mozione di sfiducia da parte di una delle Camere. Mozione che potrebbe avere anche l’appoggio diretto o indiretto della Lega.

Fin qui un’asserzione ovvia: le crisi di governo si aprono o quando il Capo dell’Esecutivo rassegna le proprie dimissioni (in questo caso si discorre di crisi “extraparlamentare”) o quando viene votata una mozione di sfiducia nei confronti del Governo o ancora quando si ha il voto contrario su una questione di fiducia posta dallo stesso Esecutivo (e in questi casi si parla di crisi “parlamentari”).

Per la verità, Bossi non prende in considerazione la seconda specie di crisi parlamentare: quella che origina dalla bocciatura di una questione di fiducia. Proprio quest’ultima eventualità, paradossalmente, toglierebbe le castagne dal fuoco sia al Presidente del Consiglio che al leader della Lega, poiché le altre due soluzioni, a ben vedere, non risulterebbero affatto convenienti per entrambi. Vediamo il perché.

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Rassegna stampa estera: l'Italia tra Berlusconi, Fini e le elezioni anticipate

pubblicato da Giulio Mattioli


A più di un mese di distanza dall’espulsione di Gianfranco Fini e dei suoi sodali dal PdL, i riflettori della stampa estera rimangono saldamente puntati sulla crisi di governo data ormai per certa, e sull’eventualità sempre più probabile di una fine prematura della legislatura.

In Germania l’autorevole Suddeutsche Zeitung ha ad esempio titolato “Il sistema Berlusconi implode“:

Berlusconi vacilla? Barcolla? Cosa accadrà nell’Italia “del dopo”? L’imprenditore milanese dei mezzi di comunicazione condiziona la politica del paese da oltre sedici anni. Anche negli anni in cui non hanno avuto le redini del governo in mano, lui e i suoi seguaci sono riusciti a condizionare il clima politico. Per non considerare poi che hanno governato ininterrottamente dal 1995 nelle regioni economicamente più forti come Lombardia e Veneto

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