
Da quando la crisi finanziaria ha toccato la Grecia prima e l’Euro poi, sulle testate giornalistiche straniere si sono moltiplicati i reportage sulla situazione economica del nostro paese: un fatto che abbiamo già notato nelle rassegne stampa estera degli scorsi 10 e 20 maggio.
E come ben sapete se avete seguito le puntate precedenti, gli osservatori d’oltralpe si dividono tra chi giudica il nostro paese estremamente a rischio di collasso finanziario e chi vede la situazione più rosea. Tra gli ultimi non può essere certo annoverata la svizzera Neue Zuercher Zeitung, che si è concentrata sull’affaire derivati:
Secondo fonti ufficiali, l’Italia potrebbe trovarsi ad affrontare rischi maggiori di quelli della Grecia travolta dalla crisi, a causa di complessi strumenti finanziari. “In Italia c’è un problema enorme e concreto”, ha avvisato il pubblico ministero Alfredo Robledo mercoledì, all’apertura del processo che si tiene a Milano contro quattro banche, tra cui UBS. Le città, le province e le regioni italiano hanno inserito nei loro bilanci dei derivati, prodotti finanziari con i quali prima o poi bisognerà fare i conti. “Perciò l’Italia corre un rischio maggiore della Grecia”
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Se la qualità di un paese si può valutare da quella del suo quotidiano più venduto, e quella di un giornale dalla caratura dei suoi editoriali, l’Italia ha probabilmente più di un motivo di essere preoccupata, in un frangente cruciale come quello dell’attuale crisi economica.
Prendiamo i fondi comparsi negli ultimi giorni sul quotidiano di via Solferino, con firme “pesanti” come quelle di Piero Ostellino e Angelo Panebianco: l’obiettivo in entrambi i casi è quello di giustificare i tagli alla spesa pubblica che si preannunciano anche nel nostro paese, dopo la crisi dell’euro. Quest’ultima è infatti, secondo Ostellino:
l’epifenomeno della crisi dello Stato sociale moderno. Se ciò che dà (col welfare) è più di quanto potrebbe, c’è squilibrio di bilancio che porta alla crisi finanziaria; se ciò che toglie (con le tasse) è più di quanto dovrebbe, la crescita del Paese si arresta
Continua a leggere: Tagli a welfare e spesa pubblica: il Corriere della Sera suona la carica

Oggi è proprio il caso di dire che l’ospite è servito su un piatto d’argento. Il deputato Pdl Marcello Dell’Utri è probabilmente l’esponente berlusconiano più chiacchierato e odiato in assoluto dai suoi avversari politici, e in molti casi tollerato a gran fatica anche dagli alleati. Sarà quindi molto interessante vedere cosa risponderà alle domande non certo compiacenti di Lucia Annunziata nel corso del programma In 1/2 h, in onda alle 14,30 su Rai3.
Report invece proverà a ripercorrere tutte le tappe della crisi finanziaria, con un’indagine accurata sul crac Madoff. La domanda che tutti ci poniamo è la stessa. Se tutti noi abbiamo imparato a diffidare delle tante catene di San’Antonio che ci sono state proposte da ben prima del raggiungimento della maggior età ad oggi, com’è possibile che il mondo intero sia cascato in questa trappola?
Bill Foxton era un ex soldato inglese con un solo desiderio: trascorrere una vecchiaia serena, senza dover dipendere da nessuno. Per farlo aveva investito tutti i suoi risparmi in uno dei fondi a rendimento sicuro più stabili del mondo: quello di Bernie Madoff. Quando l’enorme catena di Sant’Antonio messa in piedi da Madoff è crollata col suo arresto nel dicembre 2008, è crollato anche il mondo di Bill, che si è suicidato. William Foxton, l’autore della storia è il figlio di Bill che ha deciso di imbarcarsi in prima persona in un’inchiesta sulla frode di Madoff e sulla devastazione che ha prodotto. Madoff il 29 giugno scorso è stato condannato a 150 anni di carcere per la maxi truffa da 65 miliardi di dollari – almeno tre volte tanto l’ammanco del crac Parmalat. La truffa si basa sul modello conosciuto come Schema Ponzi: Madoff garantiva un rendimento costante - a prescindere dall’andamento del mercato - del 10% annuo, ma pagava in realtà gli interessi con i capitali dei nuovi clienti. Quando le richieste di rimborso hanno superato i nuovi investimenti, la piramide è crollata. L’inchiesta di “Report” ripercorre la vita di Madoff, il suo incredibile successo e la sua capacità di raccogliere consensi ovunque: dai miliardari di Palm Beach alle star di Hollywood, dalle associazioni filantropiche fino ai pensionati di tutto il mondo. Inoltre, come stanno andando i processi Parmalat? E quanto hanno ottenuto fino a oggi i circa 40 mila risparmiatori beffati nel crac di 14 miliardi considerato il più grande d’Europa?
Continua a leggere: Domenica in tv: Dell'Utri a In 1/2 h e Report sul crac Parmalat

Ieri si sono tenute - dopo una campagna elettorale da molti definita noiosa - le elezioni federali tedesche. Chi ha vinto? Un po’ tutti: la CDU, che è riuscita a contenere le perdite. La sinistra radicale (Linke) e i Verdi, che hanno cannibalizzato i socialdemocratici. Ma sopratutto i liberali della FDP di Guido Westerwelle, che vedete nella foto qua sopra.
Lo scenario più probabile è ora il seguente: Angela Merkel rimane cancelliere, ma sostituisce la grande coalizione con la SPD (i veri sconfitti, con un tracollo di oltre 10 punti) ad una più tradizionale alleanza con i liberali, il cui leader ambisce alla carica di ministro degli esteri.
C’è da aspettarsi una rivoluzione nella politica del più popoloso stato dell’Unione Europea? Non proprio. Ci sono infatti vari motivi - insiti nella struttura istituzionale tedesca - che rendono improbabili grossi cambiamenti. Vediamo perchè.
Continua a leggere: Risultati elezioni in Germania 2009: un commento

Ecco una notizia brutta: l’anno scorso i fallimenti di piccole e medie imprese sono raddoppiati. In cima alla classifica, Napoli e Roma. Se ne legge su RaiNews24:
si moltiplicano per sei i fallimenti della provincia di Napoli, in cima alla classifica nazionale, davanti a Roma. Scendono i protesti (1,4 milioni) e altre procedure concorsuali come le liquidazioni volontarie (13.400) e quelle coatte amministrative (318). Il maggior numero di fallimenti viene registrato tra le “piccole imprese contoterziste e prive di brand”
Si leggono i dati su Cribis.it. Scorrendo i commenti di polisblog, ho spesso notato che ci sono molti lettori che arrivano anche da quell’ambiente - chiamiamolo anche “tessuto produttivo” - quello della piccola e media impresa. E mi piacerebbe che dicessero la loro: soprattutto su come è partito il 2009.
Foto | Flickr
Molti italiani amano sapere che cosa si dice del nostro paese all’estero: una passione così diffusa che in rete c’è addirittura chi ha creato siti, come Italia dall’Estero e Che dicono di noi , in cui gli articoli che ci riguardano vengono tradotti nella lingua di Dante, per renderli comprensibili anche agli esterofili meno poliglotti.
Chi coltiva questa (insana) passione si sarà accorto che nelle ultimissime settimane del 2008 molti articoli si sono accaniti sullo stato precario dell’economia italiana, oltre che su quello indecente della nostra politica, sia essa targata maggioranza od opposizione.
Prendiamo ad esempio il quotidiano britannico “The Guardian”: il suo corrispondente da Bruxelles David Gow, ha sostenuto in un editoriale di fine dicembre che, con la crisi finanziaria che si aggrava ogni giorno di più, sarebbe opportuno trovare il modo di impedire che a presiedere il G8 nel 2009 sia, come previsto, Silvio Berlusconi, definito tra le altre cose un “playboy 72enne”.
Continua a leggere: Italia in declino: la stampa estera si accanisce

A partire dal momento in cui la vittoria di Barack Obama è stata ufficializzata, le forze politiche italiane hanno fatto a gara a saltare sul carro del vincitore, dichiarando il proprio sostegno all’ormai ex senatore dell’Illinois. Fenomeno bizzarro in un paese che si era già segnalato come il più pro-McCain di tutta l’Europa occidentale.
Sforziamoci però di ignorare questo indegno spettacolo e di guardare a quelle che potrebbero essere le principali conseguenze dell’imminente presidenza Obama sulla politica del governo italiano. Un primo esempio è sicuramente l’ambiente: Obama ha promesso di impegnarsi a fondo per contrastare il riscaldamento globale, con una sterzata a 180° rispetto alla linea seguita dagli USA durante gli otto anni di George W. Bush. Non a caso nel suo primo discorso il president-elect ha citato il “pianeta in pericolo” tra le più importanti sfide del suo mandato - addirittura prima della crisi finanziaria.
Un dettaglio forse, ma di quelli pesanti. E soprattutto una linea completamente opposta rispetto a quella seguita dal governo Berlusconi, che si è recentemente distinto per anti-ambientalismo minacciando il veto sull’accordo 20-20-20 sostenuto dai principali paesi europei.
Continua a leggere: La vittoria di Obama: le conseguenze sulla politica ambientale italiana
Professore ordinario di Economia Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino, Mario Deaglio affianca alla carriera accademica una parallela attività nel campo del giornalismo economico. E’ stato direttore de Il Sole 24 ore dal 1980 al 1983 e ha collaborato con varie testate tra cui The Economist, Panorama e Il Secolo XIX. Attualmente è editorialista economico del quotidiano La Stampa.
Professor Deaglio, quali possono essere a medio e lungo termine le conseguenze di questa crisi?
Intanto la crisi presenta diversi aspetti a seconda dell’ambito su cui concentriamo l’attenzione. A livello globale la situazione degli USA è abbastanza critica. Non ci sono uscite facili: si ha davanti sicuramente qualcosa che assomiglia a una recessione. Poi è difficile su questo dare dei termini esatti, ma, comunque la si voglia mettere, si tratta sicuramente di un momento di debolezza e instabilità dell’economia cui è probabile che segua qualche mutamento nella struttura dell’economia.
In che senso?
Mutamento della struttura significa qualcosa che ha che vedere con la dinamica di lungo termine, dinamica sin qui sempre caratterizzata da una grandissima duttilità ed elasticità, che in futuro potrebbe non più esserci.
Significa che il modello neoliberista propagandato da Friedman in poi è ormai superato?
Sì, è superato da un punto di vista tecnico nella sua parte squisitamente finanziaria. Il suo limite è stata una concezione dell’individuo che ha portato alla creazione di modelli di scelte razionali, tra l’altro molto belli e molto efficaci, ma che si basavano su premesse che si sono dimostrate insostenibili.
Possiamo dire che si è trattato di un’ideologia?
Sì, possiamo dire che alla base di questo ci sono degli elementi di ideologia, cioè elementi non dimostrati che vengono assunti come dati
Continua a leggere: Intervista: Mario Deaglio, "FMI e Banca Mondiale? Sono a fine corsa"
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Allarme recessione: colpite di più le famiglie. Mario Draghi: “Segnali negativi per i prossimi mesi: colpite le famiglie e le pm aziende per la restrizione del credito”. Emma Mercegaglia: “Le imprese soffocano, garantire il credito”. Silvio Berlusconi: “Convocherò aziende e Abi”. L’Fmi: “Tenere sotto controllo il deficit per sostenere l’attività economica. Tagliare i tassi perché l’inflazione cala”. Sarkozy: “Serve il governo europeo dell’economia”. Schifani: “Serve una nuova Bretton Woods”. Ocse: “In Italia c’è grandissimo divario ricchi-poveri”.
Il nostro commento
Anche se il premier Berlusconi aveva spergiurato che la crisi finanziaria non si sarebbe trasformata in crisi reale, adesso il governatore della Banca d’Italia Draghi lancia l’allarme per i prossimi mesi. E’ vero, ci sono paesi che stanno peggio di noi anche perché hanno un modello di banche meno sano di quello italiano. Ma la recessione è alle porte (dopo il calo del Pil nel secondo trimestre, i più recenti indicatori confermano segnali negativi per i prossimi trimestri) e, come sempre, pagheranno di più le fasce più deboli. La crisi è globale e, come dice lo stesso Draghi, “E’ maturo un ripensamento profondo dell’apparato istituzionale a livello internazionale”. Indietro non si torna, l’integrazione dei mercati internazionali va mantenuta. Ma il modello di sviluppo va ritoccato. E non solo in superficie.
Alessandro Leipold (Direttore dell’Fmi Europa): “Gli aiuti di Stato italiani non vanno nella giusta direzione. L’Italia deve procedere più velocemente con le liberalizzazioni. Anche perché il governo ha la maggioranza per farlo”.
Silvio Berlusconi: “Non è andando in piazza che si risolvono i problemi. Ridurremo la pressione fiscale appena i conti pubblici ce lo permetteranno. Manterremo l’impegno di ridurre il debito pubblico sotto il 100% entro il 2011”.
Alzi la mano chi sa che ieri è stata la Giornata mondiale dell’alimentazione.
Certo, anche in Italia è la bufera delle borse a dominare la scena. Ma la crisi alimentare è un’altra grave, pesantissima emergenza nel mondo. E gli italiani non possono lavarsene le mani. Anche perché l’impennata del prezzo del pane e dei cereali, facendo aumentare il costo della vita, colpisce tutti.
Pochi mesi fa il mondo fu scosso dalla estensione e dalla impennata della crisi alimentare che causò quasi altri 100 milioni di nuovi affamati: ci furono rivolte di massa in molti paesi e anche l’occidente fu coinvolto con un aumento indiscriminato dei prezzi.
Il vertice straordinario della Fao tenutosi a Roma a giugno 2007 è stato il solito festival delle promesse non mantenute. Dei 22 miliardi di dollari (comunque una goccia nel mare!) promessi dai cosiddetti Paesi ricchi, ne sono stati elargiti appena due. Una presa in giro.
Può far piacere o, all’opposto, dare fastidio: ma l’unico a lanciare un monito chiaro è il Papa: “Basta con le speculazioni sfrenate e basta agli egoismi di stato. I mezzi e le risorse di cui il mondo dispone al giorno d’oggi sono in grado di fornire cibo sufficiente per soddisfare le crescenti necessità di tutti”. Parole come macigni. Però parole al vento.
Continua a leggere: Ore 12 - Di crisi in crisi: dalla bufera finanziaria al dramma della fame