Daniela Santanché ha definito il profeta dell’Islam Maometto, un “pedofilo”: mi vergogno di appartenere alla stessa razza della Santanché, quella umana, come credo chiunque abbia un briciolo di buonsenso. Più che per le idee, che per quanto non condivisibili, si possono sempre discutere, per la brillantezza con cui ha lanciato un’autocisterna di benzina su un incendio che andrebbe domato con intelligenza.
Non berciando la domenica pomeriggio in tv, come ha fatto la Sig.ra Garnero in Santanché, una che ha tanto a cuore l’emancipazione femminile - “Le donne musulmane! I loro diritti!” - da essersi tenuta il cognome del marito, una volta finito il loro matrimonio. Ma in fondo, è la Santanché: è la stessa che ci spiegava che “Le donne di sinistra? Sono brutte“, oppure che aveva quasi ottenuto una fondamentale palestra a Montecitorio, la stessa persona che affermava
«Sono orgogliosa di essere fascista»
Nel 2008, non nel 1948.

L’uccisione di Sanaa, la ragazza diciottenne sgozzata dal padre a causa del suo fidanzamento con un italiano di religione cattolica, come sottolineato ieri dal Passator Cortese è giusto che diventi un caso politico.
La sua storia, come quella analoga di Hina sulla quale molto si spese Daniela Santanché, fa parte di tutti i dibattiti che sull’integrazione degli immigrati devono essere fatti nel nostro paese.
A sottolineare il silenzio, imbarazzante, di tutta (Antonio Di Pietro incluso) la minoranza politica ci ha pensato la spesso contestabile Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità, che in una nota ha fatto sapere di volersi costituire parte civile nel processo che da qui a breve verrà avviato.