Ben altri momenti peggiori di questi ha vissuto l’Italia: solo nel ‘900, due sanguinose e distruttive guerre mondiali e la ventennale dittatura fascista.
Ma gli italiani di oggi, questa Italia vivono: con il terrore di Brindisi al Sud, il terremoto al Nord, l’astensione elettorale dei ballottaggi, ovunque la malapolitica. Un vecchio adagio ricorda che “le mosche vanno dai cani magri”, che equivale a raccordare atti e situazioni diverse fra loro ma con un comune denominatore. Insomma, piove sul bagnato.
E gli italiani, già da molto tempo in affanno, stentano a credere che da questo tunnel sia possibile uscirne. Il segnale di fiducia e di recupero non può che venire dalla politica. Ma dov’è la politica?
Il calo record di votanti dimostra che il solco fra cittadini e casta (caste) è incolmabile. Non è vero che questi politici sono il frutto di questi italiani. Sono i partiti (con eccezioni solo marginali) che hanno tradito la fiducia degli elettori e dei cittadini tutti. Anche il governo tecnico di persone perbene annuncia molto e produce poco: scure sui ceti più deboli, riforme inesistenti, debito pubblico che non diminuisce di un euro, tasse in crescita.
La politica è latitante e la ricostruzione annunciata a destra, a sinistra, al centro è solo una riverniciatura di facciata. Gli italiani invocano una svolta reale. I partiti rispondono cambiando le insegne alle loro botteghe, in cui discutono lontani dal popolo, come consorterie. Di questo passo, presto il tappo della bottiglia salterà.
La tassa (annunciata poi ritirata) sui messaggini non è stato solo l’ennesimo scivolone del governo, ma anche la dimostrazione di volere raschiare il barile. Ma a vanvera. Ora tocca all’Imu, rateizzata.
In poche parole, Monti ha fatto un buon lavoro (pur facendo calare la scure sui soliti noti) nella fase uno, quella del risanamento, ma nelle ultime settimane annaspa, non riuscendo ad innestare la seconda marcia, quella della ripresa. Anzi, il cambio del prof “gratta”, il motore non gira e si surriscalda, il mezzo (cioè il Paese) procede a sussulti e rischia di rimanere impantanato in mezzo alla palude.
Silvio Berlusconi e i suoi governi hanno fatto danni incalcolabili. Ma non si può incolpare a vita il Cavaliere. L’Italia riuscì a risorgere dopo 20 anni di fascismo e la seconda guerra mondiale. Perché oggi non accade?
E’ mutato il quadro generale internazionale ma soprattutto oggi in Italia i partiti invece di rappresentare una risorsa per la democrazia e per lo sviluppo economico sono una palla al piede, una corda al collo degli italiani.
Il quadro è fosco: tasse, corruzione, crisi. Imprenditori, lavoratori e pensionati che si tolgono la vita, partiti (non tutti, ma quasi) in mano a clan, pieni di soldi e italiani con le tasche vuote, il Parlamento di nominati più costoso e inutile d’Europa, il terzo debito pubblico del mondo, fughe di cervelli e di aziende, un giovane su tre senza lavoro, mafia e camorra quasi ovunque. Non c’è da stare allegri.
Il Paese è a un bivio. Quasi più nessuno crede nei partiti e non sono pochi a chiedere l’uomo forte. Si rischia di cadere dalla padella alla brace.
Ma urge la svolta: Monti più deciso e svincolato davvero dai partiti, chiamati a rendere conto. Dalle urne del 6-7 maggio la prima risposta.
Mario Monti: inchiodato. Voto 5- Il governo “tecnico” non basta, Moody’s declassa ancora l’Italia: il debito pubblico, il quadro macroeconomico e il “significativo rischio” sul risanamento. L’outlook resta negativo. (Dura) salita continua.
Marta Vincenzi: sbroccata. Voto 4- La sindachessa di Genova “suonata” alle primarie dall’outsider Doria “sbrocca” su Twitter sparando a zero sul “suo” Pd, su don Gallo e sul maschilismo della politica. Psicodramma primarie. A laurà!
Bastano pochi blitz contro presunti evasori fiscali delle Fiamme Gialle a Cortina e a Portofino per scatenare un putiferio. Non solo da destra, si grida contro lo Stato con gli artigli, dimenticando semplicemente, al di là di giudizi etici, che non pagare le tasse è un reato e che proprio il lassismo e l’inefficienza dello Stato ha prodotto la voragine dei conti pubblici e anche l’esercito degli evasori.
I blitz sono esercitazioni dimostrative, solo un segnale, o l’iceberg di una strategia tesa a fare pagare tutti i cittadini in base al loro reddito e alla loro ricchezza?
Chi oggi protesta contro i blitz è contro l’ingerenza dello Stato e chiede di affidarsi totalmente al mercato, dimenticando che proprio la degenerazione del “liberalismo”, l’ideologia del mercato, ha prodotto l’attuale crisi internazionale.
Oggi, ovunque, pur con stili, metodi e tempi diversi, l’obiettivo è il risanamento dei bilanci con il loro pareggio, con la riduzione del deficit e con la riduzione, anno per anno, del debito pubblico. Questo perseguono gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Banca Europea e i singoli stati. Il pareggio del bilancio è un impegno che deve entrare nella Costituzione dei paesi europei e deve essere perseguito con tasse e tagli delle spese che saranno accompagnate da misure di rilancio, promesse ma finora non decise.
“Così – scrive oggi sul Riformista Giovanni Pieraccini - nella Costituzione Italiana la centralità della persona umana sarà sostituita dalla centralità del Bilancio”.
Lo stesso governo Monti, con ben altra autorevolezza e credibilità del governo Berlusconi, di fatto opera sul binario del risanamento basandosi su molti sacrifici (per lo più dei soliti noti) e su poche (per ora) riforme per la ripresa. Il rischio è che la svolta non arrivi e che si piombi nella più nera delle recessioni. Allora perché “criticare” e “pungolare” Monti ma evitare di farlo cadere?
Risponde Pieraccini: “Non è una contraddizione poiché se cadesse avremmo dinanzi a noi il vuoto e sarebbe catastrofico per l’Italia con gravissime conseguenze per l’Unione Europea. Allora che senso ha denunciare la restaurazione senza proporre nessuna politica alternativa credibile? È talmente grave il fallimento della sinistra insieme a quella del mercato che si è costretti a subire le norme proposte”.
Qui siamo. Berlusconi è immerso nel suo letamaio dorato. Ma Bersani (e anche Casini) è in mezzo alle sabbie mobili. La casta difende coi denti se stessa. La politica giace in letargo. Solo Napolitano resiste e chiama alla “resistenza”. A quando una “primavera” italiana?
Se non fosse riduttivo e irriguardoso (per il Presidente) si potrebbe ben dire che oggi in Italia il vero leader della sinistra (o del centrosinistra) è Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato non solo ha gestito magistralmente il cambio di guardia a Palazzo Chigi con lo sfratto del Cavalier Berlusconi e l’ingresso del professor Monti, ma “orienta” e sostiene il difficile equilibrio nel delicato e complesso passaggio fra risanamento e rilancio del Paese.
Il tutto con una dose di forte autocritica (anche sua personale) e di sano ottimismo, ribadendo sempre: “Ce la faremo”.
Ieri a Napoli, nel Salone della Fondazione Mezzogiorno Europa, Napolitano ha incontrato i “suoi” compagni operai di un tempo e, come ricorda Federico Geremicca sulla Stampa, “Con il Presidente ricordano gli anni della ricostruzione e delle lotte in fabbrica”. A parte i cenni personali: “Da giovane funzionario del Pci in una stanza della federazione napoletana senza neppure una finestra”, Napolitano fa autocritica: “Negli anni 80, come opposizione, non vigilammo sul debito pubblico che cresceva perché la riduzione del debito non era una nostra priorità”. E insiste: “Noi avevamo una certa abitudine a drammatizzare”.
Poi sull’attualità: “Oggi siamo in condizioni di enormi difficoltà, c’è qualche responsabilità collettiva, mi auguro che il movimento dei lavoratori dia di nuovo prova di saper guardare agli interessi generali e non stia sulla difensiva”. Da lì l’accostamento critico all’analisi del segretario della Fiom: “ Landini dice che la situazione degli anni ’50 era meno drammatica di oggi. Mi sembra un giudizio poco fondato”.
Infine l’analisi sull’oggi: “Siamo in salita, una salita faticosa, ma quaranta giorni fa la strada era in precipitosa discesa. Io dico che è sempre meglio faticare per salire, piuttosto che precipitare. E’ una salita dura, ma tutti insieme ce la possiamo fare”.
Niente da aggiungere? Che le storture sono ancora una montagna, che l’equità nei sacrifici è un miraggio, che non si vede ancora traccia di riforme vere, che i privilegi della politica e l’ottusità dell’anti politica sono due facce della stessa medaglia. Oggi, sopra tutto e tutti, c’è da salvare l’Italia. Ecco perché c’è solo da sperare che il Presidente Napolitano regga. Per non fare affondare la barca e riportarla in porto. Poi si penserà all’equipaggio. Partendo dalla ciurma. Dov’è la politica? Nelle suite delle Maldive?
Si chiude la “fase uno”, quella dei sacrifici per evitare il fallimento del Paese di fronte a una crisi internazionale devastante e si tenta di aprire la “fase due”, quella – si dice – della risalita dal pozzo e della ripresa.
Fin qui, sostanzialmente, a pagare sono stati i soliti noti, cioè i ceti più deboli, senza dimenticare che è in arrivo un altro milione di disoccupati e già oltre un milione di anziani (il 10% del totale) è costretto a fare la dieta del “frigo vuoto”, con danni alla salute e poi alle casse dello Stato per gli ospedali pieni. E’ vero che qualche sforbiciatina è stata data anche “sopra”, ma patrimoni, ricchezze e privilegi prosperano indisturbati e soprattutto i grandi evasori e i grandi speculatori non sono stati minimamente toccati.
Ora, per spingere la fase due, - già si prevede una nuova pesante manovra in primavera - si può ancora spremere il limone dei pensionati, dei redditi fissi e dei piccoli imprenditori? No. Perché da quelle parti si è raschiato il barile. E non è pensabile nessuna vera riforma strutturale senza incidere i grandi interessi costituiti, caste comprese, a cominciare da quella politica.
A quel punto, più Monti spingerà sull’acceleratore delle riforme e più i parlamentari e i partiti della maggioranza inizieranno a frenare e a franare, fino a farlo saltare. Di fronte a questa possibilità, molti partiti, non solo della ex maggioranza, pensano solo ai propri interessi e alle elezioni.
Non a caso il giudizio di Vendola (che invoca una patrimoniale pesante) sulla manovra è uguale a quello di Di Pietro: “Socialmente sbagliata, inutile per il contenimento del debito pubblico, spinge il paese dentro una voragine recessiva”. Sbagliano?
Ci si accorgerà presto che il refrain: “ per il governo tecnico è più facile fare le riforme perché non ha esigenze di consenso elettorale” si scioglierà come la neve al primo sole di primavera. Allora? Serve il ritorno in campo della politica, forse ancor prima del 2013.
Serviranno scelte decisive e non indolori sulle quali dovranno essere solo i cittadini a decidere. Non subendo decreti ma accettando la maggioranza degli italiani, stabilita attraverso il voto. Giusto affrontare l’emergenza. Ma non si può vivere sempre nell’emergenza rimettendosi alla “clemenza” dei professori.
Dalla sua discesa in campo, ogni giorno Silvio Berlusconi aveva pigiato sul tasto del debito pubblico della Prima repubblica, la palla al piede che ostacolava il presente e il futuro dell’Italia.
Secondo il Cavaliere, ovviamente, la colpa era tutta dei comunisti che avevano “costretto” la Dc al governo per oltre 40 anni ad allargare i cordoni della borsa per la pace sociale. Insomma, Pci e Dc, d’accordo a spolpare le casse dello Stato per dividersi il potere. A dire il vero, né gli ex diccì e né gli ex piccì, hanno mai ribattuto con fermezza agli attacchi dell’Unto del Signore. A fare un po’ di chiarezza, in ritardo, ci ha pensato Oscar Giannino, ex economista del Foglio, poi di Libero e ora al Sole 24 Ore a ricostruisce l’escalation del debito sovrano italiano.
Secondo Giannino, dal 1946 al 1992, la Prima Repubblica ha accumulato un debito pubblico pari a circa 6-700 miliardi di euro. Tutto il restante, ossia i 1300 miliardi di euro che hanno portato il debito pubblico italiano a quasi 2 milioni di miliardi di euro, lo ha fatto la Seconda Repubblica, e in ordine i governi Berlusconi, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi.
Mentre la Prima Repubblica accumulava una media giornaliera di 47,5 milioni di euro di debito al giorno, la Seconda è arrivata a oltre 200 milioni di euro al giorno, quasi quintuplicando la cifra. Significativi i raffronti tra governi di centrodestra e centrosinistra. In assoluto, il record di debito pubblico accumulato da un governo sono stati i 330 milioni al giorno accumulati dal governo Berlusconi I. Che nell’ultimo governo non è sceso di molto: 207 milioni di euro al giorno di debito.
Molto, anzi moltissimo se si pensa alla campagna contro la spesa pubblica su cui il governo Berlusconi ha fatto campagna per vent’anni. E se si pensa - come ricorda l’Unità - che “quelli della spesa pubblica”, ossia “i comunisti”, hanno invece portato avanti un percorso molto più virtuoso: con Prodi il debito pubblico è aumentato di circa 96 milioni di euro al giorno (ricordate: governo Berlusconi I = 330 milioni al giorno!), con D’Alema è arrivato addirittura a 76 milioni di euro al giorno.
Al netto degli scandali, bunga bunga a parte, è Berlusconi ad aver affondato l’economia italiana. E la perdita … della “faccia” per colpa del “ghe pensi mi”? E’ un altro conto. A parte.
Il clima si surriscalda, si va ben oltre le sceneggiate della Lega in Parlamento. Dieci buste con proiettili e un volantino di minacce firmato dal Movimento Armati proletari, rivolte al premier Monti, all’ex premier Berlusconi e ai direttori di alcuni quotidiani nazionali sono state intercettate nella serata di ieri al Centro meccanografico di Poste Italiane di Lamezia Terme.
Sono segnali da non sottovalutare, scintille che possono degenerare. Oggi la Camera otterrà, non senza sussulti, la fiducia sulla manovra “Salva Italia”.
Il presidente Napoltano si prodiga negli appelli per far ingoiare agli italiani le pillole dei sacrifici. Ma la gente è sfiduciata, dubbiosa, poco convinta che la stangata sia equa e che sia utile. Il risultato di ben tre manovre è a dir poco sconsolante: l’Italia è ormai in recessione, come affermano il ministro Passera e Confindustria. Le stangate non sono quindi servite a niente?
Il premier Monti dice che senza, saremmo in condizioni ben peggiori. Ma una lobby tira l’altra e pare proprio che anche stavolta, in buona sostanza, pagano i “soliti noti”. Il quadro è fosco. Anche il debito pubblico è cresciuto, l’occupazione è stata falcidiata, l’inflazione colpisce i redditi medio bassi. Gli aumenti maggiori riguardano il cibo e i carburanti e altri generi di prima necessità.
Mario Draghi annuncia nuovi “temporali”, per le prospettive economiche dell’area euro ci sono “considerevoli rischi di ribasso nel contesto di elevate incertezze, esigenza di un nuovo patto di bilancio per il ripristino del normale funzionamento dei mercati”. L’inflazione resta su “livelli elevati. Per il Pil di Eurolandia si prevede una crescita insignificante: nel 2011 tra l’1,5 e l’1,7%, nel 2012 tra lo 0,4 e l’1%, nel 2013 tra lo 0,3 e il 2,3 nel 2013.
Peggio ancora in Italia. Le previsioni del Centro studi Confindustria dicono che sull’eurozona cade ” l’inverno della recessione che in Italia è iniziata prima e risulterà più marcata”. Tra la scorsa estate e la prossima primavera è previsto un crollo del Pil di due punti. Per il 2012 le stime sono state tagliate da +0,2% al -1,6%, per l’anno che se ne va dal +0,7% al + 0,5%.
Continua a leggere: Ore 12 - Manovre e stangate in aumento. Anche la crisi ...

Standard & Poor’s l’agenzia di rating che aveva declassato il debito degli U.S.A., si è ripetuta pochi minuti fa con l’Italia: declassato il debito sovrano del nostro paese, da A+ ad A. Accade di notte (causa il fuso orario con gli States), ma è una notizia destinata a far molto rumore.
Nel comunicato in cui l’agenzia spiega la decisione si legge che
[il declassamento] riflette la nostra visione di prospettive di crescita indebolita […] la fragile coalizione di governo e le differenze politiche all’interno del Parlamento continueranno probabilmente a limitare l’abilità dell’esecutivo a rispondere con decisione a un contesto macroeconomico interno ed esterno difficile.
E’ un giudizio duramente politico, quello che giustifica l’analisi di S&P, che ci ritiene meno solventi di prima e che, di fatto, boccia la manovra Tremonti e l’operato del Governo in questo momento di crisi (se vi incuriosisce, questo intrecci di finanza e politica, vi rimando a un non troppo vecchio cosa sono le agenzie di rating).
E secondo il Wall Street Journal ci sarebbero già voci di una possibile nuova tornata di misure per fronteggiare la crisi da parte del Governo, sebbene non ci sia stato alcun annuncio ufficiale. Gli analisti del Telegraph sono molto pessimisti in merito a questa notizia, che interesserà da vicino tutta l’Eurozona. I mercati regnano, la manovra Tremonti non è servita a fermare lo strapotere politico delle agenzie di rating.
E’ il neoliberismo, bellezze.

Giulio Tremonti avrebbe fatto pressing sulla Cina per favorire un acquisto dei bond italiani da parte di Pechino. E la Cina stessa avrebbe in mano già un 4% del debito pubblico nostrano. Lo scrivono i colleghi di Finanzablog, citando il Financial Times, in un pezzo molto articolato in cui il corrispondente da Roma, Guy Dinmore, si concede anche il sacrosanto lusso di fare dell’ironia sulla questione.
Perché, ricorda Dinmore, Tremonti in passato si è più volte espresso contro il pericolo cinese. Qui sotto, per esempio, un emblematico titolo del Corriere della sera del 2006: «La Cina ci sta mangiando vivi».

Come cambiano le posizioni, dopo 5 anni. Nel 2006 ci mangiavano vivi, ora gli si offrono addirittura quote di partecipazione in ENI ed ENEL, purché si prendano un po’ del nostro debito pubblico: lo dice sempre il Financial Times, ma nel frattempo, per i malfidati, il Tesoro conferma l’incontro con una delegazione cinese. E’ una mossa che ci salverà?
Difficile commentare la notizia senza tirare in ballo questioni che vanno ben oltre il singolo evento. Perché di fatto, in queste settimane, anche se non siamo più abituati a questo tipo di discorsi approfonditi, c’è di mezzo una vera e propria visione del mondo: dell’economia, della politica, di quale delle due debba prevalere sull’altra.
Continua a leggere: La Cina ci salverà? Il debito pubblico vola in oriente