Facciamo un’ipotesi. Il titolo dell’Unità, quotidiano rinnovato e da qualche mese su posizioni che si sovrappongono al Partito democratico, descrive in maniera precisa l’eredità lasciata dalla giornata di ieri. Un blocco di primati che si autodefiniscono camerati di Blocco studentesco arriva tranquillamente in piazza con un camion pieno di bastoni.
La testimonianza di Curzio Maltese (sopra nel video) e di tanti insegnanti converge nel giudizio sulle forze dell’ordine: assolutamente indecente. Risposte come “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra” sarebbero quasi in-credibili se non ci fossero riportate da un’insegnante cattolica che aggiunge “era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.
Ed è questo il primo punto: dopo il G8 di Genova la polizia è rimasta la stessa, i capi accusati di violazione di diritti umani sono stati addirittura promossi, per non parlare di De Gennaro, un’impunità bipartisan, condivisa anche dall’Italia Dei Valori. Cosa ci si può aspettare dunque se non questo tipo di gestione della piazza quando l’intera schiera parlamentare presente da sei mesi ha affossato la commissione d’inchiesta sul G8? Caso vuole che la polizia intervenga quando arrivano i”temibili facinorosi” dei centri sociali, loro si che sono pericolosi, mica i valorosi quarantenni con passamontagna, mazza e pinocchio che hanno cercato ieri di rompere la testa a dei quattordicenni e a delle insegnanti.
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In questo video per par condicio vi presentiamo la versione degli scontri del Blocco Studentesco
29 ottobre 2008. E’ la data di ieri, e va ben rimarcata visto che son passati trent’anni e spiccioli dall’epoca degli scontri di piazza. Eppure ancora i media si crogiolano nella teoria degli opposti estremismi, del movimento degli studenti al bivio tra violenza e non-violenza, in una sciarada di antichi luoghi comuni e linguaggio pseudo-impegnato anni settanta. E’ come vivere su un pallone aerostatico nella stratosfera, per citare atmosfere alla Edgar Allan Poe, e guardare la realtà da lontano con un lungo cannocchiale (appannato).
La realtà è che il decreto è passato al vaglio del Parlamento e che è allo studio un secondo provvedimento, questa volta incentrato sulle università, il cui contenuto sarà probabilmente reso noto la settimana prossima. In attesa di conoscerlo, e preso atto anche della posizione di Umberto Eco contro la protesta studentesca (che a suo dire favorirebbe le baronie universitarie) proviamo a capire che cosa è successo ieri in piazza Navona e soprattutto alla stazione Lambrate di Milano.
Roma. Di colpo ai margini del corteo si fronteggiano due gruppi, uno del cosiddetto Blocco Studentesco, estrema destra, uno apparentemente più spontaneo, ma in realtà composto in buona parte da gente dei centro sociali e dei Collettivi. Si prendono a bastonate, agitano manganelli e usano qualsiasi cosa capiti loro a tiro (avrete notato l’enorme pinocchio di legno rubato a un negozio) per menarsi. Poi in serata quelli del Blocco addirittura finiscono in televisione, a Matrix, e si fanno una bella pubblicità. I centri sociali invece non sono stati invitati, per cui se ne saranno tornati a casa con le pive nel sacco.
Non poteva che arrivare anche a Ballarò lo scontro sulla Legge 133 che in questi giorni ha visto protagonisti studenti e forze politiche in un braccio di ferro feroce.
Dopo la consueta apertura di Maurizio Crozza, Giovanni Floris imbeccherà sull’argomento “Lo scontro sul Decreto Gelmini” il presidente dell’IdV Antonio Di Pietro, Pierluigi Bersani del PD, il ministro per l’attuazione del programma Gianfranco Rotondi, il vice-presidente della Camera Maurizio Lupi, l’imprenditore Diego Della Valle e il filosofo della “Luiss” Dario Antiseri.
Dal comunicato stampa Rai:
Una puntata in cui si cerchera’ di capire cosa sta avvenendo nel mondo della scuola, dove continuano le manifestazioni degli studenti ed è in arrivo lo sciopero di giovedì. Il tutto al centro di un rinnovato scontro politico tra centrodestra e centrosinistra già alle prese con le tante crisi dell’Italia.
In questi giorni di ferventi polemiche sui vari aspetti della Riforma Gelmini uno degli argomenti più dibattuti è il famoso e ormai pressoché mitologico maestro unico. Ci siamo occupati più volte in queste settimane del problema, cercando di spiegare che il maestro che scaturirà dalla riforma non è affatto unico ma prevalente; infatti sarà affiancato da 3 altri docenti “minori” ovvero gli specialisti di informatica, educazione civica e religione. Appurato questo rimane tuttavia la posizione di chi si oppone al dimezzamento dell’insegnante di riferimento.
Può allora essere di qualche utilità indagare sui motivi che portarono la classe politica pre-tangentopolitana ad adottare l’attuale sistema, smantellando di fatto la struttura educativa che aveva servito il paese dalla nascita della scuola dell’obbligo fino alla fine degli anni 80. Fu proprio nel 1990 infatti che l’allora governo Andreotti, appoggiato dal PSI che infatti aveva in Claudio Martelli un influente vice-presidente del Consiglio, decise di adottare un provvedimento di profonda riforma della scuola primaria italiana.
Ed è proprio Claudio Martelli, in un’intervista di oggi al Giornale, a rievocare quei tempi e cosa spinse la classe politica dirigente della Prima Repubblica a moltiplicare i docenti con la riforma firmata da Sergio Mattarella:
“Fu solo una questione di soldi. Quando si fanno queste riforme non è tanto in discussione la pedagogia. Si tratta più di questione di bilancio.” spiega l’ex-delfino di Bettino Craxi.
Continua a leggere: Miti della Riforma Gelmini: il maestro unico
In tempo così convulsi di manifestazioni contro la riforma Gelmini e i tagli all’istruzione previsti da Tremonti molti si sono chiesti se non ci sia una regia politica dietro il movimento studentesco, se così vogliamo chiamarlo. Che molti abbiano interesse a fomentare o comunque ingrandire la portata reale della protesta è indubbio, ma quel che ci si chiede è che cosa sarebbe successo a parti invertite. In altre parole, se i tagli li avesse annunciati un governo di centro-sinistra ci sarebbe stata la stessa mobilitazione?
Qualche distratto penserà trattarsi di domanda pleonastica, dato che la sinistra per sua stessa natura non può operare tagli in un comparto strategico come la scuola, e invece purtroppo si sbaglia. Il Ministro dell’Istruzione dell’ultimo governo Prodi, Fioroni, dopo essersi occupato di smontare la precedente riforma Moratti, nel Cap. III art. 65 - 68 della legge finanziaria 2006 prevede tagli per un importo complessivo non inferiore a 448,20 milioni per l’anno 2007, euro 1.324,50 milioni per l’anno 2008 ed euro 1.402,20 milioni a decorrere dall’anno 2009, per un importo complessivo di 3.174,90 milioni di euro.
Oltre alla parte economica ci sono anche diversi interventi strutturali, in particolare l’innalzamento del rapporto alunni/classe e la riduzione del numero degli insegnanti specialisti di lingua inglese nella scuola primaria. Il primo punto prevede che il rapporto alunni/classe aumenti mediamente dello 0,4. Un aumento che secondo le stime qui riportate doveva portare a risparmiare 189 classi nella scuola per l’infanzia, 2.925 classi nella scuola primaria, 1.443 nella scuola media, 3.124 alla scuola superiore: totale 7.682 classi che portano a 19.032 docenti risparmiati, cui aggiungere 7.000 unità di personale ATA (Ausiliari Tecnici Amministrativi). Risparmio complessivo stimato: 243.854.790 euro.
Continua a leggere: Riforma Gelmini e riforma Fioroni: i tagli alla scuola del governo Prodi
Non poteva che essere la protesta degli studenti il tema di fondo della puntata odierna di Annozero. Il titolo, per la verità un po’ ambiguo, sarà Le mani sul futuro. E viene così spiegato dal comunicato stampa Rai:
Gli studenti delle Università, delle scuole superiori e i genitori delle scuole elementari scendono in piazza in tutta Italia per protestare contro le riforme e i tagli all’istruzione. Lo slogan della protesta è: Noi la crisi non la paghiamo. Mentre vengono stanziati miliardi per la crisi finanziaria, si tagliano i fondi per l’istruzione e la ricerca.
Ospiti in studio con Michele Santoro il segretario del Partito democratico Walter Veltroni e il capogruppo della Lega Nord alla Camera Roberto Cota. Rivedremo poi Margherita Granbassi, ormai pressoché disoccupata, poverina, e naturalmente Travaglio, un po’ attapirato dopo la recente condanna, ma sempre combattivo.
Lo spazio di PolisBlog sarà come sempre a disposizione per seguire e commentare insieme la serata.
Ieri in una conferenza congiunta con il ministro Gelmini, il premier Berlusconi ha sparato una bomba delle sue, annunciando che avrebbe mandato la polizia negli atenei per far rispettare la legalità e che a breve avrebbe convocato il ministro degli interni Maroni per illustrargli il da farsi. Tutto questo per garantire il sacrosanto diritto a frequentare della stragrande maggioranza degli studenti che non partecipa alle manifestazioni.
Al di là delle discussioni di merito di un’iniziativa così roboante vi diciamo subito che non si può fare. La polizia nelle università non può entrare per legge a meno che venga chiamata dal rettore stesso (o per eccezionali motivi di emergenza). Quindi già il discorso viene parzialmente a cadere e riprende le sue vesti di “avvertimento” senza colpo ferire. Ma ammettiamo per un momento che la cosa diventi fattibile, e domandiamoci a chi gioverebbe. Se le sole immagini dei mini-scontri di Cadorna hanno rievocato in qualche vecchio nostalgico il fantasma del sessantotto/77, quando si era più giovani e gli anni, per citare il vecchio Capanna, erano “formidabili”, figuriamoci cosa accadrebbe se qualche sparuta decina di okkupanti venisse sgomberata dalle forze dell’ordine.
Già nelle interviste di questa mattina sui vari giornali radiotelevisivi si notava nei (pochi) ragazzi in sciopero la voglia di farsi notare, tradotta nella speranza di un intervento (possibilmente all’acqua di rose) della polizia. “Che vengano, noi resisteremo!” Ma resisteremo a che? Non siamo più in guerra, ragazzi, e nessuno rischia la pelle come nel 1944-45 sui monti e nelle valli del nord. Il rischio semmai è un altro, e cioè di assurgere uno sparuto gruppo di protestatari a martiri dell’antiriforma, quando la maggior parte di loro non sa nemmeno cosa sia il FFO, e che i tagli allo stesso non fanno parte della cosiddetta Riforma Gelmini, bensì del decreto di riordino economico deciso da Tremonti.
Continua a leggere: Proteste anti Gelmini: non facciamo degli okkupanti dei martiri
Lo chiameranno l’Autunno caldo della scuola, vogliamo scommettere? I paralleli col passato, 68 o 77 scegliete voi, già si sono sprecati da tempo, e una legge giornalistica non scritta non vede l’ora di creare il caso per sostituire momentaneamente il razzismo che non tira più tanto. E allora quale migliore occasione di strumentalizzare i disordini di ieri per inventare una generazione protestataria che non esiste?
Ma prima i fatti. Ieri due cortei a Roma e Milano, partiti dalle rispettive Università La Sapienza e Statale, hanno cercato di occupare i binari della ferrovia per impedire la partenza dei treni. Ora, a parte la furiosa reazione dei pendolari che giustamente lavorano e di ragazzini sfaccendati che rovinano loro la giornata non vogliono sentir parlare, si è registrata ovviamente anche quella delle forze dell’ordine che hanno fatto muro e alla stazione Cadorna FN di Milano non hanno lasciato entrare nessuno. Qualche facinoroso ha tentato di forzare il blocco (si fa per dire) nonostante il tentativo di parlamentare da parte del capo della polizia e si è beccato qualche manganellata. Il bilancio finale parla di tre feriti e tre contusi, 4 dei quali se ne sono andati tranquillamente senza farsi medicare, il che già la dice lunga.
E questo sarebbe il nuovo sessantotto? Ma per favore. E’ dagli anni 80 che si cerca disperatamente di accreditare i giovani di chissà quale rabbia repressa nei confronti delle istituzioni quando la realtà è una soltanto. Fare casino tanto per fare. Me li ricordo bene i cortei della famosa Pantera griffata 1989, che i giornali (soprattutto di sinistra) incensavano, mentre non erano che un’occasione per farsi due allegri passi in centro e sfoggiare i muscoletti alle studentesse, dimostrando che si era capaci di fare un picchetto.
Continua a leggere: Riforma Gelmini, ma quale 68... la parola d'ordine è fare casino

Da giorni la scuola italiana è in fermento, e durante le manifestazioni di piazza si sono sentite innumerevoli bestialità, ma in qualche caso anche affermazioni corrette. Dal momento che a noi piace andare in fondo alle questioni dicendo le cose come stanno, vediamo cosa dice il famoso Decreto legge 112 e come si incrocia con la Riforma Gelmini. Anche stavolta procediamo per punti, per facilitare la comprensione del testo e delle critiche che ad esso si muovono.
Punto primo: la privatizzazione degli atenei. C’è chi parla di scomparsa dell’università pubblica, ma è davvero così? Il Dl ne parla all’art.16, che citiamo:
In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e’ adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e’ approvata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione della delibera.
Come vedete il passaggio è facoltativo e serve la maggioranza assoluta; appare quindi molto difficile che la decisione venga presa senza fondati motivi, e di fatto ne sono escluse tutte le grandi università. Mai e poi mai la Statale di Milano o la Sapienza potrebero avere il 51% del Senato accademico a favore.
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Non è un mistero che l’attuale scenario di battaglia politica abbia luogo intorno al pianeta scuola, per via della strana congiuntura che ha incrociato le manifestazioni di piazza contro la riforma Gelmini e il voto parlamentare a favore della proposta leghista sulle classi ponte. Si sono sprecati fiumi di parole, per citare un celebre tormentone, e di paroloni su entrambi i progetti, ma cosa c’è di vero? Poco, pochissimo, quasi niente. Fatta eccezione per la posizione di comodo di chi deve pur fare opposizione in qualche modo e in mancanza di appigli si aggrappa al nulla.
Qual è la principale contestazione che si muove al decreto Gelmini? Non più tanto la questione del tempo pieno, che ormai agli occhi di tutti si è rivelata una bufala colossale, quanto i supposti tagli alla scuola pubblica che in un’ottica dietrologica sarebbero imposti ad arte per traghettarla verso la privatizzazione. Leggete questa lettera pubblicata da corriere.it per accertarvi delle motivazioni dei manifestanti direttamente alla fonte. Peccato che i tagli non esistano. Non è previsto infatti alcun licenziamento o taglio di stipendio nella scuola pubblica. Nix. Nada.
Che cosa prevede invece la riforma? Semplicemente il non rimpiazzo dell’80% dei pensionamenti. E perché tutto questo? Perché la scuola è allo sfascio a causa del fatto che il 75% delle risorse ad essa destinate vanno in stipendi del personale, il cui numero è in molti casi del tutto sproporzionato rispetto a quello degli studenti. Se un’azienda ha mille dipendenti ed è in forte passivo, il minimo che possa fare è non assumere, vi pare? Che c’è da manifestare? Chi si lamenta perché ha studiato per diventare insegnante che faccia un concorso in un altro settore come tutti gli altri. O credete che tutti coloro che hanno studiato filosofia diventino filosofi? O che tutti gli studenti di archeologia si trasformino in Indiana Jones?
Foto: da Tiscali notizie
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