
Pochi giorni fa ci eravamo occupati delle primarie per la Camera dei Rappresentanti negli Stati Uniti. Ieri sono arrivati alcuni importanti verdetti: in California, per i Repubblicani, due donne provenienti dal mondo degli affari, Carly Fiorina (ex Hewlett-Packard) e Meg Whitman (ex eBay), hanno vinto le primarie per il Senato (l’altra camera elettiva USA, che si rinnova di un terzo dei suoi componenti ogni due anni) e il Governatorato della California.
Il New York Times pubblica anche una mappa interattiva sui probabili esiti della competizione del 2 Novembre: per la Camera, i democratici avrebbero 164 seggi sicuri e altri 64 “leaning” (tendenti” verso di loro, in cui è probabile una vittoria democratica), i repubblicani invece avrebbero 157 seggi sicuri e altri 20 leaning. 30 sarebbero i seggi incerti. Facendo due conti, ai democratici andrebbero 228 seggi, ai repubblicani 177. La maggioranza è di 218 seggi.
Invece, per quanto riguarda il Senato, sempre grazie al NY Times, ai democratici andrebbero 55 seggi (48 sicuri più 7 leaning), ai repubblicani 43. 6 in seggi incerti. Maggioranza: 51 seggi. La differenza così rilevante tra il numero di deputati e quello di senatori si spiega facilmente: ogni Stato americano elegge un numero di deputati proporzionale alla sua popolazione (la California ha varie decine di deputati, il North Dakota uno), ma elegge sempre e comunque due senatori. California e North Dakota eleggono entrambi due senatori a testa. Questo fu previsto nella Costituzione per garantire i piccoli Stati. Insomma, un altro “balance” della democrazia americana.
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Può sembrare strano, ma negli Stati Uniti la Camera dei Rappresentanti si rinnova ogni due anni. E non perchè cada un governo (là c’è il Presidenzialismo, ne avevamo parlato anche noi un pò di tempo fa), ma per precisa disposizione costituzionale. Prima delle elezioni, previste per il 2 Novembre, ci saranno le Primarie, nelle quali i Democratici e i Repubblicani sceglieranno i candidati alla carica di Deputato.
Come spiega bene il sito del NY Times, le Primarie sono iniziate il 2 Febbraio e andranno avanti, con date diverse a seconda degli stati coinvolti, fino al 18 Settembre, quando anche i cittadini delle Hawaii avranno scelto i loro candidati.
Le elezioni del 2 Novembre, che cadono più o meno a metà del mandato di Obama e che quindi sono definite midterm elections, rappresentano un’importante sfida per il Presidente. Tradizionalmente, infatti, le midterm sono una “cartina di tornasole” per l’operato presidenziale: una massiccia vittoria repubblicana non sarebbe un bel segnale per l’inquilino della Casa Bianca.
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Dopo essersi rilassato con il lancio inaugurale nell’80esima edizione della partita delle stelle di baseball al Busch Stadium di San Louis, Obama prova a scalare uno dei tabù più rigidi del capitalismo selvaggio made in U.s.a: la riforma della sanità. Michael Moore, tra i tanti, aveva tentato di spiegarlo nel suo ultimo lavoro, Sicko, di come funzioni la sanità negli Stati Uniti: no money, no cura.
Questa la formula che fa si che centinaia di milioni di persone siano senza diritti di accesso a cure mediche. Questo orrore sembra però rappresentare un vanto per tanti americani, che ogni qualvolta si parli di questa riforma vedono scatenarsi l’indignazione repubblicana e non solo. Anche questa volta si è ripetuto il tutto.

Potrebbe sembrare il solito “colpo al cerchio e colpo alla botte” ma, a ben guardare, l’intesa tra Franceschini e Martin Schulz per l’ingresso del PD nel PSE rischia di essere molto di più.
Certo, il nuovo gruppo avrà, probabilmente, un nome più altisonante “Alleanza dei socialisti e dei democratici” che dovrebbe garantire i più moderati del PD, ma la sostanza sembra un’altra.
A guardarla bene, l’intesa con il leader dei Socialisti Europei, ha tutta l’aria di una sconfitta per il segretario del PD. Una sconfitta nei confronti di quella parte del suo partito che, fin dalla notte dei tempi, ha continuato a vedere il PD non come qualcosa di nuovo - come una forza riformista simile ai democratici Americani e lontana dall’ideologia socialista - ma come l’opposto, l’ideale continuazione della transizione tra PC, PDS, DS.
Continua a leggere: Il PD ha scelto la collocazione europea, entrerà nel PSE. Mugugni dai cattolici.

Continua la polemica sulla proposta di un assegno unico a sostegno di tutti i disoccupati che, come ha fatto notare Tito Boeri, mostra come sia possibile ogni tanto anche per lo sgangherato Partito Democratico dettare l’agenda al Governo. Berlusconi ha infatti dichiarato oggi alla stampa che:
Il nostro sistema attuale di ammortizzatori sociali ci consente di intervenire meglio rispetto alle proposte dell’opposizione, che sarebbero una vera e propria licenza di licenziare. Se ci fosse stata quella misura, gli imprenditori avrebbero lasciato i lavoratori a casa, con magari accordi successivi con i lavoratori stessi che godrebbero dell’indennità e continuerebbero a lavorare in nero. Insomma, l’assegno è un incentivo a licenziare e a lavorare in nero.
Questo tipo di contro-argomentazione, che mostra la grande abilità del Berlusconi comunicatore nel far leva sulle peggiori arretratezze italiane allo scopo di perpetuarle, sembra comunque potenzialmente molto più efficace del debole “non ci sono soldi” che era stata la prima risposta del Governo. Vediamo perché.
Continua a leggere: Assegni di disoccupazione: per Berlusconi sono una "licenza di licenziare"

L’approdo ufficiale sugli scaffali di Perché sono uscito dalla Casta pare vada fatto risalire alla fine di ottobre, ma non sembra che la cosa abbia fatto molto rumore. Forse perché Willer Bordon non è proprio uno dei protagonisti della scena politica o forse perché, come abbiamo già detto, parlare e scrivere di Casta ormai è fuori moda.
Il 16 gennaio 2008, giorno del mio compleanno, dissi di essermi “fatto un regalo”: come avevo annunciato da un paio di mesi, mi sono dimesso dal Senato in un inedito atto di protesta contro il declino e la corruzione della nostra classe dirigente, incapace di farsi portatrice delle reali esigenze dei cittadini, e contro la grave degenerazione della funzione legislativa del Parlamento.
Una buona premessa e una presa di coscienza interessante per un politico che è entrano alla Camera circa 22 anni fa, che è stato sottosegretario, ministro e sindaco, che ha militato nel Pci, nel Pds, nei Radicali, in Alleanza democratica, in Unione democratica, nell’Italia dei valori, nei Democratici, nella Margherita e nei Liberal democratici. Insomma uno che la Casta dovrebbe conoscerla bene e che l’ha sopportata a lungo prima di decidere di dimettersi da senatore.
Di fatto, il Parlamento assomiglia sempre più allo sterile megafono del governo di turno, e i partiti sono macchine mangiasoldi governate da ristrettissime oligarchie: non solo per la disgraziata legge elettorale, che lascia a pochi uomini la potestà di decidere chi siederà nelle Aule, ma per una complessa storia più che ventennale. L’antipolitica non è il contrario della politica, ma il prodotto della cattiva politica. Oggi la vera antipolitica è a Palazzo, è ridotta a difesa di tornaconti personali o di una ristretta nomenclatura. Ecco perché mi sono dimesso da senatore uscendo dalla Casta.
Un libro sulla Casta scritto dunque da un osservatore interno che, seppure dopo una lunga pratica dei Palazzi, ha deciso di prenderne le distanze.

Dovevano svolgersi venerdì 17 e sabato 18 ottobre. Poi, per dare più tempo ai candidati per condurre una campagna adeguata e al Partito per fare pubblicità all’evento, le primarie per la scelta del leader degli Young Democrats (i giovani del Pd) sono state rinviate al 21 novembre. Nel frattempo i 4 candidati girano l’Italia per guadagnare consensi e conquistare l’ambito titolo di Segretario nazionale dei Giovani Democratici. Si tratta di Fausto Raciti, Dario Marini, Salvatore Bruno e Giulia Innocenzi.
Quest’ultima, candidata outsider riminese dei Radicali, ha 24 anni e studia Scienze Politiche alla Luiss di Roma. Recentemente è passata dall’Umbria per tentare di aggiudicarsi un feudo importante nel quadro geopolitico del risiko dei GD. Abbiamo così scoperto che Giulia Innocenzi è la responsabile degli studenti dell’associazione Luca Coscioni e che, secondo lei, si sta perdendo un’occasione per la democratizzazione e la trasparenza del Partito Democratico: “nessuna occasione di dibattito e di confronto tra i candidati è stata promossa nei mezzi di informazione del Partito e, in generale, è stato messo un silenziatore dai mass media rispetto a quello che potrebbe ancora diventare un esperimento originale di democrazia interna”.
Il suo programma prevede (tra l’altro) la sicurezza intesa come riappropriazione degli spazi cittadini e recupero della vita dei quartieri, grazie alla rianimazione delle periferie con microeventi e centri di aggregazione in alternativa ai militari sulle strade, alle politiche repressive e alle ronde. L’anagrafe pubblica degli eletti per la trasparenza e il controllo dei rappresentanti, per abbattere la distanza fra eletti ed elettori. L’eliminazione dei sussidi alle scuole confessionali, dell’ora di religione e del creazionismo nelle scuole. La libera condivisione: nell’abitare, nei mezzi di trasporto, nel software e nell’informazione.
Che ne dite, riuscirà Giulia a diventare la nuova YD leader?

E’ in questi giorni in discussione al Senato il ddl sicurezza, e il Partito Democratico di Walter Veltroni sta dando battaglia in aula: Felice Casson, ad esempio, sta cercando di far dichiarare incostituzionali le ronde, su cui invece la maggioranza, e in particolare la Lega Nord, insistono.
Peccato si tratti di quello stesso Partito Democratico che qualche mese fa, in Lombardia, aveva proposto le “ronde democratiche“, attirandosi tra l’altro le critiche di Gad Lerner, a sua volta membro dell’assemblea costituente del partito.
Il PD continua dunque a mostrarsi privo di una linea coerente sulla questione sicurezza. E non solo: l’ambiguità pervade anche il rapporto con la Lega Nord, che i democratici accusano spesso e volentieri di xenofobia, ma di cui poi copiano, a Monza, gli storici manifesti.
Delle due una: o il PD nazionale e quello lombardo hanno ormai due linee politiche del tutto divergenti, oppure il partito di Walter Veltroni non ha afferrato che in politica, senza le idee chiare, non si va da nessuna parte.

Massimo D’Alema è sempre più presente nelle cronache politiche: c’è chi mette in evidenza il crescente dualismo, tutto interno al PD, tra lui e Veltroni, e addirittura chi vocifera di un’imminente scissione a sinistra dei democratici, promossa proprio dall’ex Leader Massimo. Abbandoniamo per una volta però questi che sono, come si suol dire, discorsi degni di quelli che fanno le serve nei corridoi, e proviamo invece a misurare la caratura di Massimo D’Alema come politico in relazione ai problemi concreti del paese.
Per esempio, in un’intervista a Radio 3 questa mattina, il paio di baffi più famosi della sinistra italiana ha dichiarato che il trionfalismo di Berlusconi per la popolarità del suo governo è del tutto fuori luogo, perché il paese è in crisi. E fin qui tutto corretto. Le ragioni che adduce, però, lasciano dei dubbi. D’Alema parla infatti di un “aumento del 20% della disoccupazione”, sintomo di un “impoverimento delle classi medie”. Peccato che questa analisi sia del tutto sbagliata.
Continua a leggere: D'Alema, la disoccupazione in crescita e la demagogia
Anche in tv ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Ovvio (!?). Conduttori e programmi fanno a gara nello schierarsi: o di qua o di là. E’ il bipolarismo Made in Italy, bellezza!
Prendete Ballarò di ieri sera. Lasciamo stare il duetto dei “sempreverdi/sempre furbi” Tremonti-d’Alema. Parliano del servizio “alto”, di politica internazionale.
Obama, la convention di Denver e le due maestre elementari commosse con le lacrime per il discorso del leader Democrat (la cui vittoria non è affatto scontata) sulle risorse per la ricerca.
Immagini su Obama, sulla Convention e sul pianto delle signore. Le parole del telecronista insistono che almeno una delle due maestre per la prima volta si è commossa per un discorso di un candidato presidente.
Poi si passa sul fronte dei repubblicani. E sullo schermo appare Sarah Palin che spara con il fucile. Zoomata sulla convention repubblicana, poche parole.
Obiettività e faziosità a parte, quando si capirà che gli italiani non votano nelle elezioni americane? E che, soprattutto, non c’è mai (né là, né qua) tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra? I risultati (quelli elettorali), sembra che, quanto meno in Italia, non premino questo modo di fare informazione politica. Insomma fanno l’effetto opposto e portano voti alla parte avversaria.
Continua a leggere: Ore 12 - Ballarò: a quale mulino porta acqua Giovanni Floris?