Giorgio Napolitano: alta responsabilità. Voto 6+ Il capo dello Stato lancia un nuovo monito: “Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità”. Ma confessa la propria «angustia» per gli scarni riscontri ai suoi ripetuti appelli. Troppi sordi. Uscire dal linguaggio felpato e da eccessiva “cautela”?
Maurizio Landini: bassa mediazione. Voto 6- La Fiom “accetta” di non fare il corteo di venerdì 21 limitandosi al sit-in a Piazza del Popolo “per riconquistare gli spazi della democrazia, dando voce ai lavoratori”. Black bloc utili per colpire libertà e diritti democratici? Urge forte risposta unitaria.

La prima risposta che si potrebbe dare alla domanda del titolo è: certo che sì! I cittadini arabi hanno abbattuto le dittature in Egitto e Tunisia e stanno combattendo in Libia e in Siria. Ci siamo quasi! Purtroppo, le cose non stanno proprio così. La transizione in Marocco, la precaria tregua tra le varie fazioni in Tunisia e la generale condizione economica dei paesi arabi ci dovrebbero far assumere un atteggiamento più prudente.
In Marocco il Re Mohammed IV ha ottenuto una vittoria importante, visto che la popolazione ha approvato a larghissima maggioranza un referendum costituzionale proposto dal monarca: in sostanza, come ricorda questo post, i poteri del sovrano rimangono molto importanti. Il Re, è vero, cede una parte del proprio potere, ma da qui a parlare di democrazia ce ne passa.
In Tunisia, leggendo questo pezzo sul fattoquotidiano.it, si scopre che alcune fazioni vogliono proseguire la lotta contro il governo in carica, nonostante l’ex uomo forte Ben Ali abbia appena ricevuto
“una seconda condanna a 15 anni e mezzo di carcere per detenzione di armi, stupefacenti e reperti archeologici. […] Ben Ali, rifugiato in Arabia saudita, il 20 giugno scorso è stato condannato in contumacia con la moglie Leila Trabelsi, a 35 anni di reclusione e al pagamento di 45 milioni di euro.”
Seguiteci dopo il salto, dobbiamo ancora parlare di un altro importante problema…
Continua a leggere: Primavera araba: la democrazia è vicina?
La storia, si sa, non si può dividere in bianco e nero e la verità, come le colpe, non sta mai tutta da una sola parte. Ma solamente la parte più impresentabile di questa maggioranza può mettere sullo stesso piano chi ha portato in Italia dittatura, guerra, terrore, tortura e morte con coloro che hanno lottato per la libertà e la democrazia.
Una proposta di legge del Pdl al voto della commissione Difesa alla Camera chiede che le Associazioni degli ex combattenti della Repubblica sociale di Salò debbano avere lo stesso riconoscimento dell’Anpi e delle altre associazioni ex combattentistiche, ricevendo anche contributi statali.
Subito le opposizioni hanno dato battaglia, ma questo non basta: occorre una risposta forte ed estesa dei cittadini che credono nella democrazia e nei valori nati dalla Resistenza al regime fascista. Anche così si difende oggi la Costituzione e la tenuta democratica del Paese.
La democrazia, si sa, costa. Ma qui, e anche questo si sa, costa troppo. La sforbiciata dei costi della politica era uno degli obiettivi di questo Governo. Anche su questo, fallimento completo.
Sapete quanto ci costa la Camera dei deputati? Il bilancio e il conto consuntivo del 2010 tolgono il fiato: più di un miliardo e mezzo di euro, per la precisione 1 miliardo e 525 milioni. Una cifra enorme che corrisponde a un esborso di 30 euro e 34 centesimi per ogni elettore.
Non bastasse, le previsioni dei prossimi tre anni parlano di forti aumenti. Nessun altro Paese europeo spende tanto. Per non parlare di privilegi, scandali e ruberie, inefficienze e nepotismi, impicci, imbrogli,cavolate e trucchi di ogni tipo.
La pianta è malata alla radice e i frutti sono questi. Non è facile, al punto in cui siamo, disboscare il ginepraio di questa casta. Da quand’è che si sente cianciare sulla diminuzione dei deputati e dei senatori? La riduzione dei parlamentari sarà anche solo demagogia ma non si sa perché 300 milioni di americani sono governati da 100 Senatori, mentre 60 milioni di italiani devono mantenere 315 senatori più quelli a vita?
Comunque, un primato, l’Italia ce l’ha: ha la classe politica più costosa e meno “produttiva”. Teniamecelo stretto, il primato…
Le “tute blu” tornano oggi a Roma, iceberg di una classe operaia, non più mitica e non priva di debolezze e limiti, ma presente (ricordando Gramsci) “in carne e ossa”: italiani che non delegano i propri destini di lavoratori e di cittadini.
La manifestazione nazionale della Fiom-Cgil è un segnale positivo, pur contenendo rischi pesanti che vanno al di là del perimetro sindacale e del mondo del lavoro.
La piattaforma del sindacato dei metalmeccanici della Cgil non è priva di lacune ma indubbiamente ruota su un concetto cui è difficile non essere d’accordo: difesa dei diritti e delle conquiste dei lavoratori, non fare pagare i costi dalla crisi (solo) alle fasce più deboli, lottare per scelte politiche per lo sviluppo industriale ed economico.
Ma con altrettanta chiarezza va ribadito, senza eccezione alcuna, non solo il carattere pacifico della manifestazione odierna (spetta per primi ai lavoratori difendere questo carattere pacifico) ma più in generale che il discrimine per partecipare alle proteste sindacali è la democrazia e la non violenza: chi non li assume come principi permanenti è bene che non scenda in piazza ed è bene che venga isolato e battuto politicamente.
Non solo con il dibattito ma anche con sanzioni disciplinari (nel sindacato) e con sanzioni penali (facendo valere le regole e le leggi).
Ultima questione: la manifestazione romana (più in generale la Fiom come sigla sindacale) non è l’occasione per unire il dissenso degli italiani contro Berlusconi e contro il suo governo, cui non vanno sottaciuti responsabilità ed errori.
Il pansindacalismo resta una trappola: il sindacato non sostituisce il partito e/o i partiti: deve agire sulla base di proprie piattaforme rivendicative, in piena autonomia, dai governi, dai partiti, dai padroni.
Altra cosa è chiedere adesioni e sostegno a chi ci sta. In questo senso non fa (ancora una volta) bella figura il Pd, diviso anche su chi va in piazza e chi sta a casa.

Internet è buono o cattivo? La domanda sembra stupida, e in effetti lo è (la rete non è né buona né cattiva, dipende dall’uso che si fa di questo strumento), ma dopo la vicenda del reverendo Terry Jones, il dibattito su Internet e democrazia si è acceso. Prima, Giulio Giorello sul Corriere, con un articolo intitolato “la follia senza filtri nella rete”, poi Ernesto Galli della Loggia, sempre sul Corriere della Sera:
“Si è già creato, infatti, e si allarga ogni giorno di più, un vasto spazio virtuale, un tecno-spazio planetario dove soprattutto le notizie, i movimenti di denaro e i rapporti interpersonali, sia scritti sia vocali, hanno assunto in pratica il carattere dell’immediatezza.
E così, stretto come in una tenaglia dentro una spazialità da un lato dominata dall’immediatezza e dall’altro caratterizzata dalla lontananza (perché le entità sovrastatali diventano sempre più estese, ndA), il regime democratico vede oltremodo indebolite le sue antiche possibilità di controllo”
Continua a leggere: Terry Jones, internet e democrazia. A cosa serve la rete?

Alexander Stille, giornalista e docente alla scuola di giornalismo della Columbia University, ha scritto qualche giorno fa un post sul suo blog intitolato “Irrazionalità e polarizzazione”. In sintesi, negli ultimi anni si è assistito ad una concentrazione delle opinioni e delle posizioni politiche agli estremi dell’asse destra-sinistra. Il post di Stille si riferisce (essendo americano) agli Stati Uniti:
“Venticinque anni di ricerca dimostrano, secondo Shapiro (Robert Shapiro, professore di Scienze Politiche alla Columbia University, ndr), un profondo mutamento nell’opinione pubblica americana, sempre più orientata verso una polarizzazione politica e quindi verso posizioni più estreme. […]“La classe politica è molto più ideologica e polarizzata – sostiene Shapiro – e poi c’è la polarizzazione del pubblico e la polarizzazione dei media.”
Ecco, femiamoci qua. Mentre il post di Stille parla dei problemi americani, proviamo ad analizzare la situazione in Italia.
Continua a leggere: La polarizzazione politica in Italia: Berlusconi e Bossi moderati?

“Le condizioni principali che, in un paese, favoriscono la pratica maggioritaria sono le seguenti: in primo luogo, quanto più omogenea è la popolazione di un paese - soprattutto riguardo a caratteristiche strettamente legate a orientamenti politici - tanto minore è la probabilità che una maggioranza sostenga linee politiche nocive per una minoranza e, quindi, tanto più probabile è l’esistenza di un ampio consenso circa l’auspicabilità della regola maggioritaria.
Al limite, la popolazione di un paese potrebbe essere tanto omogenea che una maggioranza non potrebbe mai recare danno a una minoranza senza al tempo stesso nuocere ai propri membri - una tesi di Rousseau, che consente a quest’ultimo di affidare con tanta fiducia alla maggioranza le decisioni collettive relative al bene comune.
In secondo luogo, quanto più forte è l’aspettativa dei membri di una minoranza politica di far parte della maggioranza di domani, tanto più la regola maggioritaria parrà loro accettabile, e tanto meno sentiranno l’esigenza di garanzie particolari come il diritto di veto - che tanto più vedranno come un ostacolo alla loro prospettiva di partecipare a un futuro governo maggioritario.
Continua a leggere: Leggiamo i classici: la regola maggioritaria secondo Robert A. Dahl

Un’analisi lucida ed appassionata emerge dalla lettera di Walter Veltroni, pubblicata ieri sul Corriere della Sera. Una missiva indirizzata al proprio Paese in forza di due titoli di legittimazione che lo stesso Veltroni sente - a buon diritto - di potersi riconoscere: i quattordici milioni di voti ottenuti alle elezioni politiche di due anni fa e l’essersi fatto da parte, dopo la sconfitta, assumendosi responsabilità certo non addebitabili esclusivamente a lui ed alle sue scelte.
Tra i passaggi più interessanti, due hanno colpito, in particolare, la mia attenzione. Innanzitutto, il riferimento ai rischi di affermazione di una “democrazia autoritaria” che potrebbero derivare dall’idea che “che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più ‘utile’ sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia”. Si tratta di una questione antica, che oggi acquista, tuttavia, una drammatica attualità.
Gli strumenti di deliberazione democratica richiedono tempo, quel tempo che spesso manca nelle vorticose dinamiche dell’odierna società complessa e sempre più multiculturale. E’ noto come lo stesso Jean-Jacques Rousseau, grande teorico della democrazia diretta, ritenesse impossibile applicare tale regime politico a società di grandi dimensioni. E come rifiutasse la stessa idea di rappresentanza politica, che - a suo dire - non era in grado di tradurre in concreto il principio di sovranità popolare.
Continua a leggere: Democrazia autoritaria e neo-machiavellismo: Veltroni scrive all'Italia

Lo spettro della crisi di governo incombe sull’attuale maggioranza. Ieri il Presidente del Consiglio ha dichiarato che non ci sarebbero alternative all’esecutivo in carica, se non le elezioni: “Chi dice il contrario - ha aggiunto -, invocando magari dei formalismi costituzionali sa bene, benissimo, di dire una falsità”.
Ed ancora ha commentato polemicamente: “E’ davvero singolare che a credere nella sovranità del popolo e nel rispetto della democrazia sia il premier, cioè il sottoscritto, che tante volte è stato indicato dalla sinistra come un dittatore, ed è anche davvero paradossale che chi a sinistra si è sempre professato paladino della democrazia, oggi tema come una catastrofe il giudizio popolare. Un timore questo che, purtroppo, sembra diffuso non soltanto a sinistra”.
Ad essere del tutto falsa, stando almeno al dettato della Carta repubblicana e alle vigenti convenzioni costituzionali, è, invece, proprio la visione proposta dal Presidente del Consiglio. Vediamo perché.
Continua a leggere: Berlusconi contro i "formalismi costituzionali": qualche precisazione