
È morto nella notte a Roma l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, per un arresto cardiaco; lo riferiscono fonti parlamentari. Scalfaro aveva 93 anni. Nato a Novara il 9 settembre 1918, fu presidente della Repubblica dal 1992 al 1999.
Il cordoglio di Napolitano. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa la triste notizia della scomparsa del Presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro ha rilasciato la seguente dichiarazione:
«È con profonda commozione che rendo omaggio alla figura di Oscar Luigi Scalfaro nel momento della sua scomparsa, ricordando tutto quel che egli ha dato al servizio del paese, e l’amicizia limpida e affettuosa che mi ha donato. È stato un protagonista della vita politica democratica nei decenni dell’Italia repubblicana, esempio di coerenza ideale e di integrità morale. Si è identificato col Parlamento, cui ha dedicato con passione la più gran parte del suo impegno. Da uomo di governo, ha lasciato l’impronta più forte nella funzione da lui sentitissima di ministro dell’Interno. Da Presidente della Repubblica, ha fronteggiato con fermezza e linearità periodi tra i più difficili della nostra storia. Da uomo di fede, da antifascista e da costruttore dello Stato democratico, ha espresso al livello più alto la tradizione dell’impegno politico dei cattolici italiani, svolgendo un ruolo peculiare nel partito della Democrazia Cristiana. Mai dimenticando la sua giovanile scelta di magistrato, Oscar Luigi Scalfaro ha avuto sempre per supremo riferimento la legge, la Costituzione, le istituzioni repubblicane. In questa luce sarà ricordato e onorato, innanzitutto da quanti come me hanno potuto conoscere da vicino anche il calore e la schiettezza della sua umanità. Alla figlia Marianna, che gli è stata amorevolmente, ininterrottamente vicina, la mia commossa solidarietà».
Foto | ©TMNews
Il presidente della Cei Angelo Bagnasco apre il Forum delle associazioni cattoliche a Todi: “La Chiesa non cerca privilegi né intromissioni in ambiti a lei estranei. Ma i cristiani sono diventati massa critica nella società civile”. Il cardinale prosegue: “La partecipazione alla sfera sociale è un obbligo per i cristiani, se per nessuno è possibile l’assenteismo sociale, per i cristiani è un peccato di omissione”.
Dopo queste parole cresce l’attesa per il meeting nella cittadina umbra. Tanto interesse deriva dal fatto che si vuole capire se parte davvero l’idea per la costruzione del nuovo partito dei cattolici, una Democrazia Cristiana riverniciata ma modellata e incentrata sui valori e sugli ideali della Balena Bianca, partito cardine della prima Repubblica.
“La buona politica per il bene comune” è il titolo del “conclave”, forse di basso profilo, perché di sfida vera si tratta. Ridotto all’osso, il progetto politico pare incentrato su pochi e precisi punti: nuovo sistema elettorale, nuova morale politica, fine del bipolarismo coatto, programmi per la famiglia, il sociale, il lavoro. Si comprende bene che non di temi “divini” si parla ma di questioni molto terrene e strettamente legate all’attualità politica. E’ sufficiente tutto questo per l’avvio della costruzione della nuova e unica casa politica dei cattolici italiani?
Parlare di nuova DC è antistorico ma già il solo evocarlo manda in tilt sia la destra che la sinistra. A gettare acqua sul fuoco sono per prime le stesse Gerarchie che smentiscono: “A Todi non nascerà nessun nuovo partito dei cattolici, nessuna nuova DC”. Doverosa precisazione, anche perché non è di pertinenza della Chiesa (almeno qui e oggi …) costruire partiti. L’obiettivo vero pare quello di far suonare le campane per risvegliare i cattolici, specie quelli imboscati negli attuali partiti senza più quello sguardo politico complessivo e profondo fuori dalle miserie e dalle mediocrità attuali senza però cadere in nostalgici e impossibili ritorni al passato.
Un punto di partenza da cui Todi si muoverà pare certo: i cattolici hanno sbagliato a fidarsi degli attuali partiti, hanno sbagliato a stare con il potente di turno Berlusconi o Prodi, basta con la delega, è ora di contare di più, di diventare protagonisti. Anche sulla spinta di Benedetto XVI, i cattolici sono portati ad andare al di là della difesa dei valori non negoziabili, per un impegno politicamente più fattivo. Con quali strumenti? Giungerà da Todi la risposta?
Le critiche del Cardinal Angelo Bagnasco a Berlusconi non possono che far piacere, soprattutto se si considera che arrivano dopo anni in cui il Vaticano, intascando sostanziosi contributi dall’8 per mille e dalle varie esenzioni gentilmente concesse da una politica vigliacca e serva, aveva evitato di censurare con forza il degrado etico e morale in cui era sprofondato il nostro Paese. Certo, non erano mancati gli interventi critici, ma non era mai arrivata una condanna netta e chiara come questa. Alcune parole pronunciate dal Cardinale, però, devono far riflettere:
“Sembra rapidamente stagliarsi all’orizzonte la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che – coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita – sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni.”
Insomma, visto che Berlusconi (e probabilmente tutto il centrodestra) hanno fallito, meglio rifondare la Dc. O meglio, creare un nuovo soggetto politico mettendo insieme Udc, cattolici di entrambi gli schieramenti e associazioni cattoliche come le Acli, la Coldiretti e addirittura la Compagnia delle Opere (il braccio economico di Cl). Secondo Pierfrancesco De Robertis
“Ciò a cui pensano i vescovi per il dopo-Berlusconi è una derivazione italiana del Ppe, che potrebbe essere o una sorta di Udc allargata oppure una versione rinnovata dello stesso Pdl in cui i valori cattolici siano ben rappresentati. In ogni caso qualcosa che si collochi nell’ambito del centrodestra e sia alternativo al centrosinistra.”
Questa ricostruzione è credibile ma, forse, i vescovi hanno altro in mente. Ricreare il centro che, tagliando le ali estreme, governi nei secoli dei secoli. Dopo il salto spiegheremo perchè questa idea, da qualunque parte la si guardi, è una follia politica.
Continua a leggere: La nuova Dc che vuole Bagnasco: un passo indietro per l'Italia
Un acuto intellettuale come Luigi Pintor, comunista a modo suo tra i fondatori del Manifesto, nel 1983 scriveva: “Non moriremo democristiani”. Pintor era tutto d’un pezzo, categoria rara della gente perbene, ma non c’azzeccava spesso. E non solo sul comunismo.
Oggi in Italia pare tiri proprio un’aria di “voglia di diccì”. Stanchi di quasi 20 anni di seconda repubblica ben peggiore della prima, delusi dal paradiso farlocco promesso dal Cavaliere ma anche dal minestrone indigesto della sinistra, si fa strada l’antico refrain: “Si stava meglio quando si stava peggio”.
Forse solo un drappello di incalliti nostalgici aggrappati ad una zattera nella bonaccia del mare nostrum vogliono rifare la “Balena bianca” sic et simpliciter, riproponendone vizi (troppi) e virtù (non poche).
Certo è che, oramai esausti e saturi dell’avventura del berlusconismo incentrata sul “ghe pensi mi” e sempre poco convinti di una sinistra “di governo” solo a parole, quel 40 per cento di astenuti e non votanti (più i molti dei delusi del Pdl e del Pd) aspettano il segnale del risveglio centrista per il “ritorno” alle urne e il “rientro” in politica.
Insomma, non sono pochi a reclamare una DC da 21esimo secolo, il nuovo partito dei moderati. E’ il ritorno (sempre più ben visto anche dalle gerarchie d’oltre Tevere) di un certo cattolicesimo politico che si ispira alla dottrina sociale della Chiesa con una visione laica delle istituzioni e della vita democratica del Paese. Progetto fantasioso?
C’è “solo” un granello di sabbia che blocca ancora gli ingranaggi per far partire la macchina: Silvio Berlusconi. Via lui, ecco pronta la nuova Dc. Sta’ a vedere, adesso, che, per evitare il ritorno dello Scudo crociato, gli antiberlusconiani doc diventano i paladini del Cavaliere?
Se fra dieci giorni il ballottaggio di Milano boccerà definitivamente Letizia Moratti, lo sgretolamento non riguarderà solo l’asse di potere che governa il capoluogo lombardo. Il voto porrà le basi per lo stravolgimento degli attuali assetti politici nazionali.
A esserne colpito, forse in modo definitivo, sarà Silvio Berlusconi e l’impalcatura del berlusconismo. Succederà al Pdl, quasi 20 anni dopo, quel che accadde nei primi anni ’90 alla Democrazia Cristiana.
Le diversità da allora sono molte, ma anche i punti in comune. La Dc è stata, coi suoi limiti ed errori, un grande partito democratico, liberale, di massa, con forte identità e valori e profondo radicamento sociale. Il Pdl era e resta il partito del “predellino”, cioè il partito-non partito padronale ad uso e consumo del Cavaliere.
Anche nel 1992-93 la Dc (il cui consenso ultradecennale derivò soprattutto dall’essere la barriera contro il comunismo) tentò di recuperare la sua crisi identitaria avviatasi con la caduta del muro di Berlino e poi esplosa con Tangentopoli, affidandosi a un uomo solo (Mino Martinazzoli), tornando ai fantasmi dell’anticomunismo e gridando ai complotti delle procure.
Alla fine, la Dc, senza più progetto politico, accerchiato e divisa, perì sotto il colpo finale inferto dalla Magistratura. Stavolta non è così. Non sarà la “rossa” procura di Milano a incastrare il Cavaliere e a ribaltare il sistema berlusconiano, bensì le urne.
Intanto con la spallata delle amministrative. Poi, a seguire, massimo due anni, il ko totale del Cavaliere e del suo sistema. A Berlusconi non sarà concesso giocare una nuova “mano” per recuperare la partita. Il ciclo è alla fine.
Il Pd e la sinistra, però, hanno commesso un errore grave: si sono affidati ai giudici e non agli elettori. E questo peserà nel dopo Berlusconi.
Nel Partito democratico e dintorni c’è la certezza che i pm di Milano non abbiano sparato tutte le cartucce a disposizione e che prima o poi scoppierà la bomba delle bombe.
Come dire che il maggior partito di opposizione (e dintorni), in mancanza di una credibile alternativa, per mettere ko Berlusconi si affida alla procura meneghina.
Il risultato, stando anche ai sondaggi, è uno solo: da una parte la sostanziale “tenuta” del premier (pur ammaccato), del Pdl (pur azzoppato) e della maggioranza (pur prosciugata). Dall’altra, un Pd in attesa della manna dal cielo, logorato, in grande affanno, sotto il 25%. Evidentemente la strategia di Bersani e compagni (cavalcare gli scandali sessuali e non, per disarcionare il Cavaliere) non paga, quantomeno sul piano elettorale, che alla fine, in democrazia, è quello che conta.
Ciò detto, possibile che l’analisi delle opposizioni si riduca a definire la maggioranza dell’elettorato come “plagiata” dall’offensiva mediatica del Cavaliere o incapace di intendere e volere?
Mai il Pci considerò gli elettori della Democrazia Cristiana cittadini di serie “B”. Palmiro Togliatti (e dopo Enrico Berlinguer) esortava i suoi a capire le ragioni di fondo del perché la maggioranza degli italiani votava Dc e non Pci. Pur dentro un durissimo scontro politico (e ideologico) il Pci non basava la propria strategia politica sui “misfatti” e sugli “scandali” degli uomini dello Scudo crociato, bensì su una linea politica incentrata sul malgoverno, sullo stato del Paese e sui fatti concreti degli italiani.
La magistratura (autonoma ma criticabile) deve fare il suo mestiere. La politica deve fare altrettanto. Visti i risultati (che sono sempre un punto di riferimento non eludibile), non si può dire che il Pd sappia fare bene il proprio (mestiere).
Concludendo: il premier fa molto male a condurre uno stile di vita indecoroso, ma le accuse vanno provate e sul piano politico condotte sui limiti dell’azione di governo, da mesi inesistente.
La magistratura non può essere imbrigliata ma gli italiani non vogliono i giudici politicizzati. L’opposizione non può sperare nel tintinnar delle manette (altrui) anche perché ha davvero tutte le carte in regola per fare la morale?
Alla fine, c’è da scommetterci, la proposta del “governo di emergenza” di Pierferdinando Casini e poi rilanciata e “affinata” da Massimo D’Alema, invece di colpire Silvio Berlusconi sarà un boomerang per le opposizioni.
Idv a parte, che cerca il tanto “peggio tanto meglio” e dice “no” a tutte le proposte … “ragionevoli”, anche fra Udc e Pd c’è divisione sul governo di “unità nazionale”.
Il partito di Casini non è d’accordo con D’Alema sulla premiership di questo eventuale nuovo governo.
“E’ ovvio – parole del segretario Cesa - che una prospettiva del genere non può prescindere da Berlusconi, perché è la persona che ha vinto le elezioni”. Che abbia fallito nel governare un Paese oramai sull’orlo dell’abisso, conta poco.
E quando la Democrazia Cristiana (la Balena Bianca aveva voti e percentuali ben più corposi del Pdl) diede l’ok a governi guidati da Spadolini e Craxi, segretari di piccoli o piccolissimi partiti?
Già, roba da prima Repubblica. Quando, fra limiti, errori e nefandezze varie, si trovava anche il tempo di ragionare. E di pensare all’Italia.
Non è impossibile che anche uno come Umberto Bossi dica cose sensate.
A dire il vero, il Senatur, che fiuta l’aria meglio e prima di tanti altri, sa fin dove è possibile tirare la corda: sbraita, ulula, minaccia, ma alla fine tira fuori spesso il coniglio dal cilindro.
Come non valutare con attenzione le “aperture” del leader del Carroccio sul ddl intercettazioni?
Nel bombardamento rasoterra trasversale pro e contro il decreto, nessuno pare interessato a entrare nel merito e verificare se c’è spazio per modifiche importanti.
Per decenni il Pci, con capacità di proposta e di mobilitazione, ha imposto cambiamenti sostanziali a leggi targate Democrazia Cristiana, la quale si impuntava ma non si chiudeva mai e …”accettava” le modifiche. Anche grazie a questa impostazione l’Italia procedeva e progrediva.
Oggi c’è solo il muro contro muro. Peggio dello scontro ideologico.
Va riconosciuto e apprezzato che su un tema così bollente, da Bossi sono venute parole di responsabilità. Un’occasione da non perdere per cambiare sostanzialmente il testo senza l’ennesima disfida tra maggioranza e opposizione. Un accordo è possibile. Non sarebbe un segnale positivo per tutti gli italiani?
Lo stesso Berlusconi, costretto dall’”intransigenza” di Fini, pensa di far slittare il voto della Camera a settembre.
Per la maggioranza è l’ultimo treno. Anche per l’opposizione. Altrimenti tutti a casa. E in primavera, alle urne!
In politica, specie oggi, c’è chi agisce senza pensare. Ma c’è anche chi, prima di fare un passo, riflette. O almeno ci prova.
In un meeting di alto profilo, (domani, venerdì 11 giugno ore 16 Sala della Mercede di Palazzo Marini della Camera dei Deputati), a pensare e a ripensarsi, ci provano i cattolici, o “certi” cattolici E fare il “punto” sul loro concreto agire politico.
Il titolo del convegno la dice lunga: “Magistero sociale della Chiesa e impegno politico dei cattolici oggi”.
Anche perché a movimentare il tutto ci penseranno il Prof. Claudio Vasale (ordinario di filosofia e politica del diritto e direttore corso di giornalismo alla Lumsa) e in particolar modo Mons. Mario Toso (segretario generale della congregazione pontificia Giustizia e Pace) e Mons. Gastone Simoni, vescovo di Prato.
A mo’ di provocazione, ma non troppo, il Prof Fabrizio Fabbrini (ordinario di Storia e presidente associazione Codice di Camaldoli, manifesto sociale del cattolicesimo politico negli anni ‘40) lancia il sasso: “Da una scintilla può nascere un gran fuoco. Non sia mai che si giunga a un possibile ricompattamento del mondo cattolico all’insegna del magistero sociale della Chiesa”.
Continua a leggere: Ore 12 - Lavori in corso. Ricompattamento politico dei cattolici "pensanti"?

Assassinato dalle Br il 9 maggio 1978, Aldo Moro lascia un segno indelebile nella storia dell’Italia repubblicana. Difese la Democrazia Cristiana contro ‘il processo di piazza’”, fu assertore del dialogo tra forze politiche
distanti, ideologicamente contrapposte e indico’ la strada della solidarieta’ nazionale come obiettivo
per il superamento della crisi economica e sociale italiana.
Comprese il declino del comunismo, ma invece di sferrare il colpo di grazio, tese la mano a Enrico Berlinguer.
Moro non voleva la resa dei conti con il partito avversario storico della Dc, voleva invece cogliere le grandi risorse e potenzialità dei comunisti italiani e metterle al servizio della democrazia italiana. Lungimiranza e senso di responsabilità che gli costarono la vita.
Oggi è l’opposto. Prevalgono gli egoismi di parte e di partito, conta solo la conquista del potere, l’annientamento del “nemico”.
Il sacrificio di Aldo Moro è stato calpestato dalla Seconda repubblica.