
Assassinato dalle Br il 9 maggio 1978, Aldo Moro lascia un segno indelebile nella storia dell’Italia repubblicana. Difese la Democrazia Cristiana contro ‘il processo di piazza’”, fu assertore del dialogo tra forze politiche
distanti, ideologicamente contrapposte e indico’ la strada della solidarieta’ nazionale come obiettivo
per il superamento della crisi economica e sociale italiana.
Comprese il declino del comunismo, ma invece di sferrare il colpo di grazio, tese la mano a Enrico Berlinguer.
Moro non voleva la resa dei conti con il partito avversario storico della Dc, voleva invece cogliere le grandi risorse e potenzialità dei comunisti italiani e metterle al servizio della democrazia italiana. Lungimiranza e senso di responsabilità che gli costarono la vita.
Oggi è l’opposto. Prevalgono gli egoismi di parte e di partito, conta solo la conquista del potere, l’annientamento del “nemico”.
Il sacrificio di Aldo Moro è stato calpestato dalla Seconda repubblica.

Ve lo ricordare Giuseppe Pizza, il segretario nazionale della Democrazia Cristiana? Colui che ottenne un posto da sottosegretario dopo aver rinunciato a presentare un ricorso sul simbolo dello scudocrociato che avrebbe potuto invalidare le elezioni politiche del 2008? Ebbene, Pizza è vivo e lotta insieme a noi!
Solo che, come si suol dire, chi di ricorso ferisce….. Il nostro Pizza si è fiondato, lancia in resta, contro i rivali dell’Udc, per impedirgli l’utilizzo del simbolo della Dc a suon di carte bollate e avvocati. La sfortuna ha voluto che il Consiglio di Stato abbia ritenuto infondata la questione ed anzi, con un effetto boomerang da manuale della politica 2.0, abbia intimato alla Dc di cambiare il proprio simbolo, riconoscendo solo all’Udc il diritto di usare lo scudo crociato. La decisione del Consiglio di Stato ha portato la Prefettura di Milano a stabilire che le schede per le elezioni provinciali di Milano e Monza e Brianza devono essere ristampate con i loghi che vedete nell’immagine.
Il ricorso si è quindi ritorto contro il nostro Pizza, che ora dovrà scegliere - alla svelta - un altro simbolo per allettare i suoi elettori. In attesa che il segretario della Dc presenti un altro ricorso, motivato dall’esigenza di prolungare la campagna elettorale in modo da permettere agli elettori di assimilare il nuovo logo, c’è da rimanere col fiato sospeso perché la decisione del Consiglio di Stato vale ovviamente in tutto il territorio nazionale e quini, teoricamente, in ogni collegio in cui è stato presentato il simbolo della Dc si ripropone lo stesso problema. Ad esempio, sulla scheda per le provinciali di Napoli, Dc e Udc sono alleate ed hanno in bella vista due scudi crociati…
L’ex presidente, ex ministro, ex picconatore democristiano Francesco Cossiga non perde mai occasione per concedersi affermazioni e rivelazioni che - nel famoso “Paese normale” - porterebbero probabilmente all’incriminazione o almeno all’apertura di una inchiesta. Anni fa si lasciò sfuggire che nel dopoguerra i Carabinieri, in Sardegna, avevano delle armi da mettere a disposizione della Dc nel caso in cui il Partito comunista avesse vinto le elezioni. Poi ci fu la vicenda Gladio - Stay Behind con gladiatori e paramilitari che venivano addestrati nelle basi militari sarde. A intervalli più o meno regolari Cossiga si diverte a tornare sulla strage di Ustica, ripetendo che i francesi hanno sparato un missile, forse per sbaglio, forse perché nei pressi c’era un aereo con Gheddafi a bordo e lo volevano eliminare.
Intervenendo al telefono alla manifestazione per la consegna a Giampiero Marrazzo del premio Agave di Cristallo per la qualità del linguaggio documentaristico dell’opera “Sopra e sotto il tavolo” (docufilm sulla riapertura del caso Ustica) Cossiga ha ribadito che sono stati gli aerei francesi a causare 81 morti, ma che tanto non lo ammetteranno mai e quindi è inutile insistere.
L’Italia, oltre ad essere stato per 50 anni un Paese a sovranità limitata, può anche vantare questo genere di politici: gente che ha occupato ogni tipo di poltrona, trattato e brigato con ogni tipo di personaggio e goduto di enorme potere, ma che quando si tratta di punire i responsabili di una strage (Ustica, Cermis, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, etc etc) si distrae, per rammentare solo 30 anni dopo i nomi dei colpevoli e farsi beffe dei cittadini italiani, godendo dell’immunità garantita dall’età e dalle relazioni intessute durante una specchiata carriera da un palazzo all’altro.
Chissà che un giorno il Cossiga non si ricordi pure come sono andate le cose durante il rapimento di Aldo Moro…

Polisblog era stato uno dei primi ad annunciare la (ri)discesa in campo di Clemente Mastella tra le fila del Popolo della Libertà dopo l’esperienza del governo Prodi e le inchieste giudiziarie di Santa Maria Capua Vetere. A quindici giorni dal voto, così, Blogo, incontra l’ex ministro della Giustizia per capire con che spirito prova a conquistare uno scranno a Strasburgo.
Mastella, chi l’avrebbe detto un anno fa che alla fine sarebbe stato candidato dal Pdl … Nemmeno lei, vero?
“In un sistema bipolare, così come si è andato realizzando in Italia, si sono creati due grandi partiti che mi ricordano tanto i tempi della Democrazia Cristiana e del PCI. E la mia scelta, in coerenza con tutta la mia storia politica, non poteva che indirizzarsi verso il Popolo della Libertà”.
E’ come ripartire da zero?
“Direi che è una scommessa che ho voluto fare con il mio elettorato dal momento che alle Europee c’è il voto di preferenza. Se le liste fossero state bloccate, non mi sarei presentato. Quanto poi al fatto di ripartire da zero, posso dire che mi sono candidato con molta umiltà ma a testa alta perché sono una persona perbene. Del resto, girando l’Italia per la campagna elettorale, è stata per me una sorpresa scoprire tanta gente che ci è rimasta vicino e condivide pienamente e convintamente le scelte politiche fatte dal partito”.
Continua a leggere: Mastella a Polisblog: "In Europa per il Sud. Il Pdl? Una scelta di coerenza"
Non c’è pace per la Democrazia Cristiana e per il suo simbolo, quello storico dello Scudo Crociato. Così come accadde nel 2008 per le elezioni politiche, anche stavolta, a poco più di un mese dal voto, la Dc rischia di non potersi nemmeno presentare.
La terza sezione del tribunale civile di Roma ha infatti accolto la richiesta dell’Udc di Pierferdinando Casini per inibire l’uso del simbolo della Democrazia Cristiana.
“E’ l’ennesimo atto di pirateria politica dell’Udc “, grida l’onorevole Guido Moretti della Direzione nazionale del partito di piazza del Gesù. “Abbiamo fatto subito ricorso – dice Moretti -anche perché le ragioni ad esistere ci sono state sancite, prima dalla sentenza del giudice Manzo e il 23 marzo 2009 da quella della Corte d’Appello di Roma”.
Moretti conclude: “E’ incredibile l’ostilità dell’Udc contro il partito da cui provengono i suoi dirigenti e militanti. Il pudore dovrebbe prevalere rispetto alla disinvoltura arrogante di forme di leaderismo per realizzare le quali si perde se stessi e il proprio passato”.
Fratelli coltelli. Lotta continua.

Rocco Buttiglione, Gianfranco Rotondi e Pierluigi Castagnetti si sono ritrovati ieri per una rimpatriata tra ex - post democristiani nell’Aula del Tribunale di Perugia, per testimoniare nell’ambito del processo sulla vendita del ricco patrimonio immobiliare della disciolta Dc. L’inchiesta parte dal fallimento della società a cui erano stati intestati tutti i beni immobiliari della Democrazia cristiana: un articolo del Corriere (del 2004) spiega che Parte degli edifici sono stati venduti per tappare i buchi lasciati dalla vecchia Balena bianca, ma una fetta della torta è «emigrata» nella vicina Croazia. Strane vendite, indirizzi fasulli, società che hanno sede in baracche: sul disfacimento del patrimonio ex scudocrociato la Procura ha aperto un’ inchiesta per bancarotta fraudolenta.
Dei 24 miliardi di lire che sarebbero dovuti uscire fuori dalla vendita dei 131 palazzi della Dc, solo 3 miliardi (e nemmeno tutti) sarebbero arrivati ai vari eredi del partito scudocrociato, il resto si sarebbe disperso tra debiti, i risparmi fiscali, le passività probabili future e i costi non contabilizzati. […] È iniziata, invece, una battaglia a colpi di carte bollate destinata a durare anni, forse decenni: cause civili, istanze di fallimento e, infine, anche l’ inchiesta penale.
Infatti… ieri è toccato a Buttiglione, Rotondi e Castagnetti ricostruire quei periodi e quelle scelte. Buttiglione ha spiegato “il fondamento della mia azione politica è stato di preservare lo scudo crociato ed evitare che cadesse nel fango, per consegnarlo a una fase nuova del cattolicesimo politico. Da ciò derivava la scelta di rinunciare al patrimonio per conservare il simbolo”. Il ministro Rotondi ha evidenziato di essere sempre stato molto affezionato al simbolo della Dc e che questo gli è costato “molte apprensioni, anche giudiziarie”. Castagnetti ha infine delineato una situazione complessa, in cui a lui parve inadeguato il prezzo di vendita degli immobili ma di non aver potuto fare nulla per impedire la cessione.
Si deve dare atto a Silvio Berlusconi della chiarezza.
Il suo discorso/fiume di ieri alla Fiera di Roma dice senza dubbi che con il Pdl nasce il più forte partito di “destra” che l’Italia abbia mai avuto. Altro che partito di “centro”! Altro che Democrazia cristiana!
Il “leit motiv” del Cavaliere è sempre lo stesso: un ripetuto assalto a “questa sinistra che non cambia mai”, un battere e ribattere sul chiodo del comunismo come la madre di tutti i mali del mondo.
Anche ai tempi della “guerra fredda”, della lotta di classe più dura e degli scontri (con morti e feriti) di piazza degli anni ’50 e ’60 i capi di governo e di opposizione cercavano “comunque” uno spiraglio per il dialogo e la riconciliazione nazionale.
Berlusconi no. Di qua (con lui) il “bene”, di là (contro di lui) il “male”.
Il suo discorso, base “ideologica” e strategica del nuovo Pdl, scava un fossato, divide l’Italia in buoni e cattivi.
Da una parte il Pdl partito “baluardo della libertà” che “punta al 51%” , che “realizza le attese di un popolo e si identifica con il popolo”, dall’altra gli altri, identificati nella sinistra e nei comunisti.
Continua a leggere: Berlusconi "show": l'Italia dei "buoni" e dei "cattivi"
L’ultima sortita di Renato Brunetta sugli studenti “guerriglieri” ha portato alcuni (autorevoli?) commentatori a paragonare il ministro di questo governo di Centrodestra con Mario Scelba.
Un accostamento improprio, e non solo per due epoche così diverse. Scelba fu un esponente di spicco della Democrazia Cristiana e ministro dell’Interno ai tempi di quello che passò alla storia come il decennio di “fuoco”, con manifestazioni, scontri, morti ammazzati nelle piazze d’Italia.
Ma Scelba, nato agli albori del secolo a Caltagirone (città anche di Luigi Sturzo), era indubbiamente un cavallo di razza. Un uomo che non si piegò (con De Gasperi, Spataro, Gonella ecc.) davanti al fascismo e che si trovò poi per anni a svolgere dal Viminale il “lavoro sporco” per conto del premier di allora Alcide De Gasperi, e non solo.
Scelba fu un severo e incorruttibile servitore dello Stato, il diccì più attaccato e insultato dai comunisti e dalla sinistra: sosteneva che “la democrazia è un bene comune da difendere a qualunque costo, se necessario anche con mano forte”.
Continua a leggere: Ore 12 - "Ciliegino" Brunetta come Mario Scelba? Che c'azzecca?
L’ultimo ad averlo detto prima di lui, è stato Pierferdinando Casini. Il leader dell’Udc aveva sentenziato: “Il Pdl nasce e muore con Silvio Berlusconi”.
Lui, il direttore di Libero Vittorio Feltri, berlusconiano doc ma senza peli sulla lingua, adesso conferma: “Temo che il Pdl non sopravviverà a Berlusconi. Quando non ci sarà più la figura carismatica si rifaranno vivi tutti i galletti del pollaio”.
Anche Feltri vede il Pdl come una “monarchia anarchica” e rimpiange la Democrazia Cristiana: “Un partito mamma con nove correnti che riuscivano a convivere”.
Chissà, forse lo Scudo crociato non reggeva solo per questo.
Un partito tutt’altro che “immacolato” la Dc, ma aveva avuto intuizioni, ideali, progetti politici non nati sul “pradellino” di un’auto, dirigenti forgiati dalla storia che avevano portato l’Italia a fare la scelta giusta fra i due blocchi, garantendo la democrazia e modernizzando una nazione uscita distrutta dalla dittatura fascista, dai lutti del secondo conflitto mondiale, dalle ferite della guerra civile.
Dopo Sturzo venne De Gasperi, poi Fanfani, quindi Andreotti, Aldo Moro ecc. Chissà chi dopo il Cavaliere?
Per decenni, i governi di coalizione marcati diccì erano sempre sostenuti da un progetto politico. I voti venivano “anche” dall’azione dei governi ma il consenso profondo veniva dal riconoscimento del progetto politico.
E oggi? Il Centrodestra esprime un governo. E il “progetto” politico?
Esattamente 90 anni fa, il 19 gennaio 1919, nasceva il Partito popolare Italiano, il Ppi. Da quella costola, una ventina di anni dopo, prendeva forma la Democrazia cristiana, la Balena bianca.
Fondatore e animatore del Ppi è stato Luigi Sturzo, un prete di Caltagirone, teologo, sociologo, organizzatore politico.
Il 24 ottobre 1924, quattro mesi dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, Sturzo fu costretto ad emigrare a Londra su “ordine” del Papa per volontà di Mussolini: oramai non c’era più posto per il fondatore del Partito popolare, formazione politica sempre più interessata alla collaborazione tra cattolici e fascisti in nome dell’Ordine, della Patria, della Fede, dell’anticomunismo.
Sturzo rivoluzionò la politica italiana, riuscì a inserire le masse popolari cattoliche (e non solo) nella vita politica, amministrativa e culturale del Paese.
Organizzazione sottratta all’ingerenza diretta della gerarchia ecclesiastica e con suo programma democratico e riformista orientato, in polemica con l’accentramento dello Stato sabaudo, sulle autonomie locali e sul decentramento amministrativo.
Come si vede, non è stato il vento del Nord e non è stato Bossi a “inventare” il federalismo.