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Tutti gli articoli con tag democrazia

Ore 12 - Berlusconi e Fini, basta! A che gioco giochiamo?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroDal piano inclinato, la politica italiana non si schioda. Anzi, pare proprio sprofondare verso un fondo inquietante.

I “nemici” non sono più identificabili nella destra contro la sinistra, o viceversa e combattuti ideologicamente e politicamente.

Il Pdl ha inaugurato una nuova era, quella della guerra interna a colpi di dossier, guerra senza quartiere, tipo gli ultimi giorni di Berlino, per snidare e annientare anche l’ultimo resistente.

In un anem, il miglior amico alleato di ieri diventa il peggior nemico traditore di oggi: una battaglia sorda e buia, di colpi bassi, dove non si fanno prigionieri.

Lo sfarinamento del partito del “predellino” riporta ai periodi più tetri della storia d’Italia, facendo cadere maschere sotto le quali si intravedono loschi figuri.

L’uso dei dossier contro Gianfranco Fini e le controaccuse dei finiani contro Silvio Berlusconi non rappresentano solo il fallimento dell’ex Partito della libertà ma sono il lascito della pianta velenosa del berlusconismo.

Visto il peso (e il ruolo) del Cavaliere, la rissa politica si è ben presto trasformata in rissa istituzionale.

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Ddl intercettazioni, Berlusconi e la democrazia. I suggerimenti di thefrontpage

pubblicato da Bruno Marino


Occuparsi degli articoli di Fabrizio Rondolino è sempre molto divertente. Un pezzo, dal titolo “Caro Berlusconi ci pensi lei” ha attirato la nostra attenzione. Ecco il magnifico attacco dell’articolo:

“Si è venuto ricompattando in queste settimane il blocco giudiziario-mediatico che nel ’92-’94 mise fuori gioco con successo i partiti democratici, e che oggi combatte la legge sulle intercettazioni.”

Come ho scritto in altre occasioni, sembra di sentir parlare Fabrizio Cicchitto ( o Gasparri o Stracquadanio ). Partiti democratici fatti fuori non per colpa di un sistema di corruzione che stava mandando l’Italia in bancarotta (l’Argentina era vicina), ma per colpa di un blocco giudiziario-mediatico. Sublime.

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Il Cavaliere getta la "maschera"

pubblicato da il passator cortese

Quando si dice essere chiari. E più chiari di così non si può. Udite! Udite!

“Il nostro non è un partito. E’ un grande movimento di popolo in cui siamo tutti orgogliosi di riconoscersi e io per primo. La parola partito non mi è mai piaciuta, perché indica una parte, una divisione”. Berlusconi dixit.

Perfetto. Basta con i partiti che non sono altro che “parti”. Più “parti” formano la … “democrazia”. Altra parola che non piace al Super Cav.

Chissà se Silvio ha mai sentito parlare di un certo Charles de Secondat, Barone di Montesquieu? La separazione (o divisione) dei poteri è uno dei principi fondamentali dello stato di diritto. E i partiti sono strumenti essenziali per la democrazia.

Chi aveva mai avuto dubbi che il Pdl non fosse un partito ma una azienda personale con le azioni (100 per cento) in mano a uno solo, cioè al padrone di Arcore? Non certo Follini, Casini, Fini.

E facciamolo contento, una volta per tutte! Dato che un partito è “parte” e più partiti rappresentano più parti, quindi più persone, cioè più teste, azzeriamo tutto e lasciamo decidere tutto (ma proprio tutto, non come adesso solo il … 99%) a uno solo che rappresenta e comanda 60 milioni di italiani.

Cioè all’Unto del Signore.

Le pagelle del giovedì

pubblicato da Massimo Falcioni

Silvio Berlusconi: esagerato ma. Voto 6. Il premier lancia l’affondo sulle intercettazioni: “In Italia siamo tutti spiati, non c’è vera democrazia”. Esagera coi numeri, sbaglia priorità, ma il “nodo” è reale e va sciolto. Nessun alibi, ma nessun tabù.

Pierluigi Bersani: Passo giusto. Voto 8. Il segretario del Pd chiede in una lettera al Presidente del Consiglio di “evitare i tagli agli assegni di invalidita’ per i Down”. Ripristinare la protezione sociale. Questione di giustizia e di civiltà.

Ore 12 - Un passo dopo l'altro, addio libertà di stampa. E addio libertà?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroCon questi chiari di luna, non fa notizia il gravissimo, reiterato attacco del Governo alla piccola editoria.

E’ un attacco alla libertà di stampa, il più subdolo e iniquo. Quindi un duro, nuovo colpo alla democrazia.

Togliendo le tariffe agevolate per le spedizioni postali di periodici, (gli aumenti vanno dal 120% al 500%!) il Governo ha di fatto dato il ko finale a quella informazione “minore” e “no profit” che è la voce più vicina alla comunità, strumento indispensabile di pluralismo, partecipazione, cultura.

Tutto ciò mentre le grandi testate (tutte!) nazionali che poggiano su potenti gruppi economici e finanziari continuano a mungere la vacca intascando lauti contributi dello Stato perché basati sulla logica dei parametri di vendita, mentre i piccoli giornali non possono contare né sugli introiti pubblicitari né su ampie diffusioni.

Questo il triste quadro. La regia generale sta ad Arcore. O a Palazzo Chigi, che è la stessa cosa. E sotto i riflettori c’è solo Santoro, con le note e inquietanti vicende.

Tutto il resto è sotto una coltre di nebbia fitta. E di vergogna. Anche così una democrazia muore. Senza clamore.

La "lezione" di Aldo Moro

pubblicato da Massimo Falcioni


Assassinato dalle Br il 9 maggio 1978, Aldo Moro lascia un segno indelebile nella storia dell’Italia repubblicana. Difese la Democrazia Cristiana contro ‘il processo di piazza’”, fu assertore del dialogo tra forze politiche
distanti, ideologicamente contrapposte e indico’ la strada della solidarieta’ nazionale come obiettivo
per il superamento della crisi economica e sociale italiana.

Comprese il declino del comunismo, ma invece di sferrare il colpo di grazio, tese la mano a Enrico Berlinguer.

Moro non voleva la resa dei conti con il partito avversario storico della Dc, voleva invece cogliere le grandi risorse e potenzialità dei comunisti italiani e metterle al servizio della democrazia italiana. Lungimiranza e senso di responsabilità che gli costarono la vita.

Oggi è l’opposto. Prevalgono gli egoismi di parte e di partito, conta solo la conquista del potere, l’annientamento del “nemico”.

Il sacrificio di Aldo Moro è stato calpestato dalla Seconda repubblica.

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Ore 12 - E a sinistra del Pd? Le foglie secche del fallimento comunista

pubblicato da Massimo Falcioni

altroE quelli a sinistra del Pd? Stanno peggio di quelli del Pd.

Quella miseria del 2,74% (dal 3,5% delle Europee) è come un chiodo nel costato della storia dei “comunisti” italiani, dal 1921 ad oggi. Quei comunisti, fuorilegge e braccati per 20 anni dal fascismo, erano paradossalmente più forti allora di oggi. Come mai? Allora rappresentavano una speranza, il nuovo mondo, oggi sono solo l’ombra di se stessi, ultime foglie appese di una pianta che è morta da tempo.

Nemmeno il governo del (non) fare di Berlusconi e la società di cartapesta del “berlusconismo”, la crisi mondiale del capitalismo, riporta in auge i comunisti italiani.

Tutta colpa del “destino cinico e baro” di saragattiana memoria? Ognuno è libero di dare la propria risposta. Ma i fatti sono una sentenza di liquidazione di una esperienza irripetibile perché fallita. Tutti i “se” e i “ma” sono un contorno inutile, per allungare una agonia che aiuta solo il “nemico”.

Il rimedio non sta nella disponibilità degli ultimi comunisti di una alleanza con le altre forze del centro sinistra che, attorno ad una proposta di salvaguardia della democrazia e della Costituzione, si impegni fin da oggi a battere Berlusconi alle prossime elezioni politiche. Questa è solo propaganda cui non credono più nemmeno gli ultimi compagni che cuociono le salsicce nelle feste sempre più misere della falce e martello.

Il Pd non vuole i comunisti loro alleati. Non li vuole non perché brutti e cattivi, ma perché li fa sprofondare fino in fondo. La famosa chiamata alla “resistenza” delle forze “democratiche” contro Berlusconi è per il Cavaliere una polizza a vita.

Gorbaciov voleva riformare l’irriformabile comunismo sovietico. Ma Eltsin fece saltare Gorbaciov e il comunismo. E’ la storia. E le lancette della storia non si possono rimettere indietro. Allora?

Allora bisogna avere l’umiltà (e il coraggio) di capire gli errori e la lezione della storia. Dopo si ricomincia. Ma solo dopo.

Ore 12 - E (non) va l'Italia del "menga"

pubblicato da Massimo Falcioni

altroSul Corriere della Sera Angelo Panebianco scrive delle “inutili nostalgie della Prima Repubblica”, restando però prigioniero della nostalgia del “nulla”. Perché la Seconda repubblica italiana è un guscio vuoto.

La storia di ieri e i fatti di oggi non si possono stravolgere. Panebianco accomuna la rivalutazione dei “vecchi” partiti (il 45% degli italiani giudica oggi positivamente la Dc, il 35% il Pci, il 32% il Psi) alla nostalgia dei russi per il Pcus e il regime sovietico.

La prima Repubblica italiana (pur con tutti i limiti ed errori) garantì e sviluppò libertà, democrazia, sviluppo economico, portando l’Italia ai vertici mondiali. Il comunismo russo (e non solo quello) distrusse ogni libertà, instaurando un regime dittatoriale e di miseria.

La Prima Repubblica produsse un benessere diffuso grazie al sostegno della libera iniziativa (artigianato e piccola e media impresa intrecciata a grandi e vere industrie in settori strategici), mentre l’economia italiana (non solo per la crisi mondiale) da anni è in caduta libera e il Paese, senza la rete protettiva dell’Euro, sarebbe già alla bancarotta. I partiti.

E’ vero, ieri come oggi occupavano e occupano le Istituzioni. Ma la differenza c’è. Le poltrone erano occupate da esponenti di partito, frutto di una vera e dura selezione, uomini preparati e capaci. E in Parlamento sedevano deputati scelti e votati dagli elettori e non imposti dal padrone del vapore. Le assemblee elettive decidevano in modo collettivo (giunte e consigli) e le gare d’appalto avvenivano con procedure articolate e controlli serrati.

Ancora. Ieri i partiti non erano proprietà “privata”, erano formati dagli iscritti, militanti dall’impegno gratuito, duri ideologicamente contro l’avversario, ma capaci di lavorare sui progetti per il proprio quartiere e capaci di indignarsi per gli errori e le malefatte dei propri capi. Chi sbagliava, pagava. Chi perdeva le elezioni, fuori.

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Limiti e pregi della piazza (e dintorni). E l'Italia va Ko

pubblicato da Massimo Falcioni

Sbaglia chi fa. Ma anche gli assenti hanno sempre torto. Dice il saggio.

Sbaglia il Pd di Bersani che ha scelto la piazza (ma non avrebbe sbagliato ugualmente, “disertandola”?) e sbagliano l’Udc di Casini e l’Api di Rutelli a “distinguersi”, stando fuori.

Dissentire è un diritto, e farlo scendendo in piazza è un’espressione importante della democrazia partecipata. Non si vive di solo tv. Il nodo è un altro.

Oggi, ovunque, in piazza e fuori dalla piazza, c’è l’assenza della “politica”.

A dominare è la propaganda, rozza, di basso profilo. La piazza non si misura solo nel numero dei partecipanti e nel colore dei loro capelli (per lo più bianchi). Si misura nella qualità di “proposta politica”, nella capacità del “messaggio” che dai partecipanti (sempre una minoranza) giunge nelle case degli italiani (la vera maggioranza del Paese).

Qual è il messaggio delle piazze di ieri? E’ un messaggio “minoritario”, “solo” di protesta, e solo di una protesta “dovuta” di una “parte”, di una parte dell’opposizione. E non è un bisticcio di parole.

Non solo il Pd di Bersani ha dimostrato ieri poca consistenza organizzativa (ben altre manifestazioni di massa si sono viste in passato, a cominciare da quella imponente di Veltroni ai Fori Imperiali) ma ha ribadito la propria inadeguatezza politica, con divisioni interne segnate dai mugugni degli ex Popolari.

Mancando di una “sua” strategia, il Pd si è dovuto accodare al popolo viola (comunque ammirevole), alle bandiere di Di Pietro (comunque solo impegnato a portar via voti al Pd), ai residui gruppi della residua sinistra (comunque fuori gioco, Vendola compreso).

Così è solo la riproposizione di una cordata (sfilacciata) legata dall’antiberlusconismo, una minestra riscaldata, l’antipasto di nuove sconfitte.

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Ore 12 - Affaire G8-Maddalena: l'Italia perde anche la faccia

pubblicato da Massimo Falcioni

altroLa vicenda delle indagini sul G8 alla Maddalena fotografa per l’ennesima volta un Paese malato.

Al di là delle frasi rituali sulla presunzione di innocenza sempre valida per tutti e del doveroso rispetto del giudizio dei tribunali, è da subito chiaro che l’Italia è sotto il tallone della “malapolitica”, che non è perversa eccezione, ma regola fissa.

L’aria fetida della corruzione si respira ovunque e s’ode sinistro il tarlo che corrode la democrazia. Si è oramai andati ben oltre la nefanda occupazione delle Istituzioni da parte dei partiti.

Chi governa si sente depositario della “verità”, per cui fa e disfa come gli pare e piace.

Questo Paese vive sempre di più “sotto tutela”, dominato dalla logica del “ci penso io”, dei poteri speciali, del “commissariamento, dei commissari straordinari, dei plenipotenziari, dei soggetti attuatori.

L’Italia è in uno stato di “guerra” e di emergenza permanente: guerra contro i comunisti, contro i partiti (degli altri), contro le assemblee elettive, contro i diversi, contro i barbari immigrati, contro tutto e tutti quelli che non la pensano come l’unto del Signore, guerra contro i bamboccioni, i burocrati, gli apparati, soprattutto guerra contro le leggi, le regole, la trasparenza. Il tutto, ovvio, per esaltare il governo del “fare”.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il disfacimento materiale e morale di una nazione. L’Italia perde ogni giorno un pezzo della sua dignità. Persa la faccia, che ci rimane?