Giorgio Napolitano: chiodo fisso. Voto + 9. Il capo dello Stato ammonisce: “che non si paventino complotti anti Governo”, ma ricorda anche che “troppi decreti hanno compromesso il ruolo del Parlamento”. Un colpo alla botte e uno al cerchio.
Antonio Di Pietro: guardingo. Voto + 8. Il leader dell’Idv non è contrario al dialogo ma ammonisce: “Attenti ai tranelli del Pdl. Vogliono solo leggi ad personam per garantire l’impunità di Berlusconi”. L’ex pm spesso esagera, ma spesso c’azzecca.
Giorgio Napolitano: musica e suonatori. Voto + 9. Il capo dello Stato insiste: “Fermare l’esasperazione della politica. Misurare le parole nelle piazze, nei congressi e nelle tv”. Per una nuova musica, cambiare i suonatori!
Paolo Bonaiuti: pagliuzza e trave. Voto – 9. Il sottosegretario apre: “Siamo pronti al dialogo”, poi richiude: “Ma basta accuse al Premier e al suo partito”. Facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel proprio!
Letta Enrico, quello del Pd, precisa, ma la sostanza dell’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera non cambia.
Il numero due del Partito democratico “apre” di fatto a Silvio Berlusconi quando afferma: “E’ legittimo che il Premier come imputato si difenda nel processo e dal processo”.
Sembra una banalità. Invece è un segnale politico. Che tradotto, significa che il Cavaliere non si faccia “fregare” dal furore dei giudici e si appresti a confrontarsi con il Pd per fare le riforme costituzionali.
Chissà come l’avrà presa Berlusconi, costretto a navigare in acque molto agitate, con previsioni di grandi burrasche.
Insomma, pare proprio che al Pd non dispiaccia un Berlusconi “tosato” dagli eventi (guai giudiziari e famigliari, fibrillazioni nel Pdl e nella maggioranza) ma disponibile, ad orecchie abbassate, a riaprire un rapporto “preferenziale” con il Pd socialdemocratico di Bersani.
Prove di dialogo che erano già state avviate con l’assist del Cavaliere alla candidatura agli esteri EU di Massimo D’Alema, poi “fregato” dai compagni socialisti del PSE.
Il Pd vuole uscire dall’angolo e intende aprire un dialogo con il “centro”. C’è da capire se ci si rivolge al centro di Casini o a quello di Berlusconi.
Continua a leggere: Ore 12 - Il Pd cerca il "centro": ma quello di Casini o quello di Berlusconi?
Il primo errore che nel Pd molti faranno sarà quello di pensare che adesso, con Bersani segretario, ogni problema è risolto e che il futuro sarà lastricato di successi e vittorie. E giù ovazioni.
E’ così da almeno quindici anni, basta sfogliare l’album di famiglia: Prodi. Amato, Rutelli, D’Alema, Veltroni, Franceschini. Ogni volta grandi propositi di rilancio seguiti immancabilmente da grandi tonfi.
Il secondo errore, peggiore del primo, è quello di pensare che adesso “al Berlusca gli facciamo un c…lo tanto”.
Bersani, un emiliano bonario e tosto che deve dimostrare di saper essere leader, ha subito detto una cosa saggia: “No al dialogo, sì al confronto”. E’ questo l’antitodo per non cadere nel tranello dell’inciucio e nella trappola dell’antiberlusconismo e del populismo.
All’autolesionismo del veltroniano partito a vocazione maggioritaria non deve contrapporsi l’altrettanto autolesionismo dipietrista del partito dei “duri e puri” o di una allenaza “calderone” tipo ulivo riverniciato.
Berlusconi presto aprirà al dialogo, che vuol dire incontri segreti, caminetti, salotti televisivi, inciuci, appunto. Il Cav. va snidato per portare il confronto in Parlamento, cioè alla luce del sole, davanti agli italiani. Finendola con le storielle delle veline: obbligando premier e governo a rispondere delle proposte concrete (se ci sono) del Pd e dei suoi nuovi alleati (se ci saranno).
Uno, due, tre punti di come sciogliere uno, due, tre nodi che strozzano gli italiani e tengono l’Italia sotto un macigno.
Tutto il resto è noia: il replay delle vittorie di Berlusconi. Cioè il replay di un Paese sconfitto.
Uno spettro si aggira per l’Italia: la Repubblica Presidenziale. Già nei sogni del MSI, di Craxi (ricordate la “Grande Riforma”?), di Berlusconi, e in generale di tutti quelli che vedono la vittoria alle elezioni come la conquista definitiva del potere (ignorando anche le basi della teoria politica democratica), la riforma che dovrebbe portare l’Italia nel novero delle “democrazie governabili” sembra urgente e indispensabile.
Ha dato il via alle danze Berlusconi, che al congresso fondativo del PDL ha detto:
“La Costituzione va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza – ha aggiunto – è ammodernare l’architettura istituzionale dello Stato”. Ha dato ragione a Fini, che aveva usato la metafora del calabrone e della farfalla. “È il tempo di passare dal calabrone alla crisalide ed è tempo che la crisalide diventi finalmente farfalla. E che l’Italia, come una farfalla, possa spiccare finalmente il volo”. Le riforme dovranno dare più poteri al premier, che “al contrario delle favole scritte su di me dalla sinistra, non ho poteri, se non quelli che derivano dalla mia autorevolezza”. I poteri che la Costituzione assegna al presidente del Consiglio sono praticamente inesistenti (li ha definiti “finti”).”
Anche Maurizio Belpietro, dalle colonne di Panorama, ha detto la sua: cambiare la Costituzione, per dare finalmente al premier i poteri di cui avrebbe un disperato bisogno.
Ora, a parte il fatto che definire Berlusconi “armato solo di moral suasion”, prigioniero della sua maggioranza, dotato solo di finti poteri (ma, pare, di vere televisioni e di veri giornali) è, come dire, un pò riduttivo, è bene spiegare alcune cose.
Continua a leggere: Berlusconi, la Riforma Presidenziale e il Presidenzialismo. Ma di cosa parliamo?
Mentre Silvio Berlusconi non è per niente preoccupato per la mancanza di una opposizione strutturata e anzi si permette di ironizzare in modo baldanzoso sulla crisi in cui è piombato il Pd dopo le dimissioni di Walter Veltroni (“Sono in politica da quindici anni e mi sono confrontato con sette leader diversi che sono andati a casa. Arriverà l’ottavo e credo che non vorrà tradire la regola …”), di tutt’altro avviso è la posizione della Lega Nord.
Ultimamente il Carroccio aveva tessuto alacremente la tele del dialogo con il Pd, ritenuto fondamentale soprattutto per poter realizzare la riforma del federalismo fiscale, core business del partito di Umberto Bossi.
Il Senatur, pur precisando di non voler interferire in casa d’altri ha subito ribadito che “Alla Lega interessa avere un interlocutore nel Pd e senza un leader è più difficile. Il dialogo sul Federalismo è stato un esempio positivo di attenzione alle esigenze della società lasciando da parte le solite polemiche strumentali”.
Come sempre, Bossi fiuta l’aria e ha capito che la strada del dialogo con il Partito democratico sarà adesso ben più accidentata. Il Pd potrebbe irrigidirsi e fare anche marcia indietro sulle disponibilità date sul Federalismo.
Bossi sa bene che senza l’ok del Pd in Parlamento la riforma tanto evocata potrebbe tornare in un vicolo cieco e addirittura saltare.
E’ finita. Le dimissioni di Veltroni dalla carica di segretario del Partito Democratico rappresentano la chiusura di una lunga e poco fruttuosa esperienza alla guida del maggior partito del centrosinistra italiano. A Veltroni va dato atto di aver contribuito, ad esempio. a semplificare il quadro politico: rifiutando, in occasione delle Politiche 2008, l’alleanza con la Sinistra Arcobaleno ne ha di fatto provocato l’esclusione dal Parlamento, anche se naturalmente Veltroni non ha costretto gli elettori a non votare quella formazione. Ha semplicemente “invitato” molti cittadini ad esprimere un voto utile: vale a dire, votare per il PD, che sicuramente sarebbe stato presente in Parlamento, piuttosto che per una forza che sarebbe stata minoritaria o che addirittura rischiava di non superare lo sbarramento del 4 %.
Continua a leggere: Le dimissioni di Veltroni. La Walterloo del PD
L’intervista di Obama ad Al Arabiya (che potete vedere qui sopra) ha scatenato l’entusiasmo degli ascoltatori delle emittente araba, che hanno inondato il suo sito di messaggi di giubilo per il nuovo corso nei rapporti con l’Islam che il nuovo presidente USA sembra voler inaugurare.
Non si respira proprio lo stesso clima se si vanno a leggere, invece, i commenti dei lettori de ilgiornale.it, ottimo termometro degli umori dell’elettorato del centrodestra nostrano (come abbiamo visto per la vicenda Alitalia). Dominano infatti lo sconforto, la paura di una resa incondizionata al “nemico islamico” e la sensazione generale che di Obama ci sia poco da fidarsi.
Gcf48 apre le danze rispolverando il sospetto che Obama stesso sia un musulmano nascosto, e gianmariax gli va dietro dichiarando, tra il serio e il faceto che Barack “sicuramente fa il ramadan e in privato mette il burqa a Michelle…”.
Continua a leggere: L'apertura di Obama all'Islam non piace ai lettori de "Il Giornale"
Quelli del Pdl dicono che il “me ne frego” del premier (riferito a quello che dice Veltroni) sarà pure molto poco elegante e irriverente ma è indispensabile per fare chiarezza.
Berlusconi e il suo governo si assumono tutte le responsabilità di fronte alla bufera in corso sui mercati mondiali e alle ripercussioni future. In altre parole, il premier taglia corto: non c’è da avviare nessun dialogo con l’opposizione, ognuno faccia la propria parte, il governo è in grado di decidere da solo.
Quelli del Pd sono serviti. Bruciata anche l’ultima offerta di “dare una mano” per portare tutti insieme secchi d’acqua da gettare sul fuoco di una crisi devastante.
La preventivata proposta di “unità nazionale” muore prima di nascere. Resta da capire (ogni dubbio è lecito) se l’ipotesi di Veltroni di far saltare la manifestazione del 25 ottobre è l’ultimo tentativo per riallacciare un filo di dialogo con il Cavaliere o se invece è la “scusa” presa al volo per evitare il flop di una piazza dura da riempire e da orientare.
Di fronte al collasso finanziario e ai rischi successivi, in ogni Paese è “sospeso” lo scontro fra le parti politiche avverse. In Italia no. Qui non è mai il momento della “responsabilità nazionale”.
Continua a leggere: Ore 12 - Il "tira e molla" di Berlusconi e Veltroni sulla tolda del Titanic
Fra quel poco che in questi giorni di calura ferragostana passa il convento tiene banco la proposta di una commissione bipartisan (bollata dai critici come commissione Attali “bonsai”) sui mali della capitale, fatta dal sindaco di Roma Alemanno e accettata da Giuliano Amato, in veste di capo-commissione.
Apriti cielo! E’ un laboratorio politico capace di imporsi come modello nazionale? E’ solo un escamotage estivo? Classico matrimonio all’italiana?
Le polemiche sono dentro i partiti, ma anche trasversali. Il più sferzante è l’ex ministro psi Rino Formica: “Alemanno insegue miti imperiali. E Amato è sempre disponibile, è figlio del Palazzo. Lui ambisce a fare il consigliere del Principe, come ai tempi di Craxi. E vuole ballare altri 5 anni”.
Anche Forza Italia non gradisce. Berlusconi sbuffa. Infatti getta acqua sul fuoco il capogruppo dei deputati Fabrizio Cicchitto: “ Non si può continuare ad alimentare l’ immagine di un centrodestra senza cultura propria, fatto di sprovveduti, che quando va al governo deve bussare alla porta di un Giuliano Amato per farsi elemosinare qualche consiglio. Questo eccesso di dialogo non porta da nessuna parte”. Se non è stroncatura, questa!
Ma qui si parla e si coinvolge il “singolo”, la “persona”. E il partito, i partiti non sono chiamati a impegnarsi o a essere coinvolti direttamente. E’ stato così anche per la sinistra francese, che ha contestato la scelta di Kouchner o dello stesso Attali di collaborare con Sarkozy.
Continua a leggere: Ore 12 - Alemanno-Amato: matrimonio all'italiana?