Fra quel poco che in questi giorni di calura ferragostana passa il convento tiene banco la proposta di una commissione bipartisan (bollata dai critici come commissione Attali “bonsai”) sui mali della capitale, fatta dal sindaco di Roma Alemanno e accettata da Giuliano Amato, in veste di capo-commissione.
Apriti cielo! E’ un laboratorio politico capace di imporsi come modello nazionale? E’ solo un escamotage estivo? Classico matrimonio all’italiana?
Le polemiche sono dentro i partiti, ma anche trasversali. Il più sferzante è l’ex ministro psi Rino Formica: “Alemanno insegue miti imperiali. E Amato è sempre disponibile, è figlio del Palazzo. Lui ambisce a fare il consigliere del Principe, come ai tempi di Craxi. E vuole ballare altri 5 anni”.
Anche Forza Italia non gradisce. Berlusconi sbuffa. Infatti getta acqua sul fuoco il capogruppo dei deputati Fabrizio Cicchitto: “ Non si può continuare ad alimentare l’ immagine di un centrodestra senza cultura propria, fatto di sprovveduti, che quando va al governo deve bussare alla porta di un Giuliano Amato per farsi elemosinare qualche consiglio. Questo eccesso di dialogo non porta da nessuna parte”. Se non è stroncatura, questa!
Ma qui si parla e si coinvolge il “singolo”, la “persona”. E il partito, i partiti non sono chiamati a impegnarsi o a essere coinvolti direttamente. E’ stato così anche per la sinistra francese, che ha contestato la scelta di Kouchner o dello stesso Attali di collaborare con Sarkozy.
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Non è un caso che l’apertura del ministro Rotondi a Casini si registri all’indomani del funerale di Antonio Gava. Il sogno della Dc di resistere alla storia è ancora vivo e vegeto. E, il Pdl, sembra, agli occhi dei protagonisti della Prima Repubblica, la migliore occasione per riprendere da dove si è lasciato. Forse ha ragione il leader della DcA, quando, guardando al passato dice: “Si è fatto molta cronaca e nessuna storia. E’ tempo di realizzare qualcosa di bello per la politica italiana”.
Ma una nuova Dc è possibile? Oggi Casini, intervistato da QN spiega chiaramente che né le modalità di costruzione, né i profili ideali del Pdl rispecchiano l’esperienza democratica cristiana. E poi “questo bipartitismo - accusa - è una gabbia”. “In politica mai dire mai”, ricorda Pierferdy che, subito, però, si affretta a precisare: “Ci vuole serietà: da Berlusconi non ci hanno diviso ragioni di carattere personale ma importanti ragioni politiche che, allo stato, non sono per niente superate”. Quindi, l’amara conclusione: “Sono sempre aperto al dialogo, ma ci divide la politica”.
Per ora la linea dell’Udc non muta. E’ un segnale di rispetto anche nei confronti di quei due milioni di elettori che, con il loro voto, hanno permesso ai centristi di sedere in Parlamento. Ma in vista delle Europee, non è detto che lo scenario rimanga immutato. Casini punta a una costituente di centro che faccia perno intorno al suo partito e che unisca tutti coloro che sia nel Pdl che nel Pd “la pensano allo stesso modo”. Saranno pure nostalgie democristiane ma fare il vaso di coccio tra due vasi di ferro non piace a nessuno. E così, a Casini, tocca inventare qualcosa.

Passata la bufera sulla norme ad personam, si ritorna a parlare di dialogo. Umberto Bossi in un’intervista al Corriere della Sera rilancia il tema puntando dritto al federalismo. Certo, l’impresa è ardua, ma il leader del Carroccio è già pronto a mettersi al lavoro dalla prossima settimana. L’obiettivo non è solo il Pd. Spiega Bossi: “Non mi tiro indietro di fronte a nessuno non ho alcuna paura di chi lavora per il federalismo, da qualunque parte venga”.
Da Berlusconi, in mattinata, poi, arriva lo stop: “Se gli interlocutori non sono responsabili - spiega - meglio non dialogare”. Sono “determinatissimo - dice - ad andare avanti anche a maggioranza sulle riforme, comprese quelle istituzionali”, tuona da Parigi dove si trova per il summit euro-mediterraneo.
Per Francesco Cossiga, il Cavaliere “ha sbagliato interlocutore. Dovrebbe tornare con D’Alema, lui sì che ha statura”. Ma il Premier non ha dubbi: “Se troviamo le persone che si sono manifestate negli ultimi tempi è meglio non dialogare e andare avanti nella realizzazione del nostro programma in piena serenità di spirito e convinti di avere con noi la stragrande maggioranza degli italiani”.

Veltroni e Bossi ne sono convinti: il governo difficilmente durerà cinque anni. Ma da Tokyo Berlusconi manifesta una totale assenza di preoccupazione: “Nel governo – dice - c’è una grandissima unita”. Il segretario del Pd? “Beh, a lui non si può negare la speranza che l’esecutivo possa cadere prima della scadenza della legislatura”. E il leader del Carroccio? “Umberto scherza … ogni tanto ama divertirsi”.
Minimizza, il premier, forte dei sondaggi pubblicati dai giornali in questi giorni. La fiducia nel suo governo continua a crescere nonostante i provvedimenti ad personam e la conseguente rottura del dialogo con l’opposizione. Per il Cavaliere si tratta di un segnale chiarissimo: la gente è con lui ma, soprattutto, è fiduciosa.
Per il 74,8% degli italiani (i dati si riferiscono alla rilevazione condotta dalla Demos e pubblicata ieri da Repubblica), infatti, il governo Berlusconi resterà in carica fino al 2013; solo per il 17,2% cadrà prima mentre, un residuale 8% “non sa / non risponde”.
E voi che ne pensate? Quello di Veltroni è solo un sogno di una notte di mezza estate o realmente la crisi è vicina?
Il protagonista della giornata è lui, Tonino Di Pietro, il trebbiatore di Montenero che, dopo aver deciso di non scusarsi con Berlusconi per l’epiteto di “magnaccia“, va ancora una volta all’attacco: “E’ il premier - dice nella trasmissione di Lucia Annunziata “In mezz’ora” - che si deve scusare con gli italiani anche perché non può fare telefonate al direttore della rete pubblica per cui noi paghiamo il canone per dire piazza questo, piazza quello”.
Il Pd, con Follini, prova a prendere le distanze dalla deriva giustizialista del leader dell’Idv: “Dobbiamo risvegliarci dal sogno del dialogo con Berlusconi, come dice Veltroni. Senza farci trascinare nell’incubo del giustizialismo alla Di Pietro. La virtù del PD consiste nel percorrere questa difficile ma ragionevole via di mezzo. Sono fiducioso che Veltroni possa riuscire in questo tentativo”.
Il dubbio - palesato anche ieri da molti notisti politici - è che Di Pietro stia provando a far breccia nell’elettorato scontento del Pd: quello a cui il dialogo con la maggioranza non va proprio giù. Mirerebbe, così, ad aumentare quel 4,4% incassato alle ultime politiche (ma già arrivato al 7,4% secondo un sondaggio pubblicato ieri dal Corsera) raccogliendo i voti dei tanti democratici delusi da una politica eccessivamente amicale - almeno finora - da parte di Veltroni nei confronti del Governo. Lui, smentisce ma, l’impressione è che il suo intento sia proprio questo.
La prima conta, comunque, la si farà in piazza, l’otto luglio, a Roma. Di Pietro chiama a raccolta tutti (anche il popolo del Vaffa con una lettera a Grillo), per sottolineare che ci sono “momenti in cui non si può più fare finta di niente e continuare a credere che, in fondo, nulla veramente cambierà”. Le leggi che continuamente vengono proposte dal nuovo Governo , scrive l’ex pm, “sono un attentato alla democrazia. Se passano, vincerà il regime e perderà, per un tempo indefinito, la democrazia”. E così, proprio mentre il Parlamento è impegnato nell’iter di approvazione della legge sulle intercettazioni, l’Idv sarà in piazza “per la libertà di espressione e per la giustizia”.
Umberto Bossi: pompiere. Voto + 9. Il “senatur” getta la maschera dell’incendiario per calarsi nell’inedita veste di “paciere”. Dice il leader della Lega: “Mica si può fare sempre casino. Adesso mi ci metto io a cercare il dialogo con Veltroni”. E sul Premier: “A Silvio dirò di darsi una calmata. Berlusconi su molte cose ha ragione, ma a volte sbaglia i toni. Quando si arrabbia esagera, e si fa prendere un po’ la mano”. Insomma, Bossi richiama Berlusconi, vuol metterlo in riga. Chissà come l’ha presa il Cavaliere?
Paolo Bonaiuti: incendiario? Voto - 8. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio attacca Di Pietro e Veltroni. “Ogni giorno Di Pietro – chiosa Bonaiuti – cerca di avvelenare la vita italiana, ma non ci riuscirà, perché il governo reagirà con i fatti e andrà avanti per la sua strada. Chi perde la faccia è solo Veltroni, che dopo tante chiacchiere buoniste non prende le distanze dalla politica di insulti del suo compagno di strada”. Chi ha avvelenato i pozzi per primo? Perché Bonaiuti (o meglio, Berlusconi) non sentono Bossi?

Paolo Guzzanti è un noto editorialista de Il Giornale (di cui è stato fino a qualche tempo fa anche vicedirettore) e Panorama nonché deputato del Pdl. Dal 2002 al 2006 ha presieduto la tanto discussa commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin. Ora, nonostante i suoi mille impegni, si dedica con passione a un movimento politico-culturale (“Rivoluzione Italiana”) da lui fondato che confluirà quanto prima nel Popolo delle Libertà.
Onorevole, l’Espresso ha pubblicato nei giorni scorsi ulteriori conversazioni tra il presidente del Consiglio e Agostino Saccà e, subito, si è ritornato a parlare di stretta sulle intercettazioni. Lei da autorevole giornalista quale è, prima che da politico, che idea si è fatto sul provvedimento messo a punto dal Governo?
“Come intercettato illegalmente attraverso il telefono di Scaramella (la legge vieta che un parlamentare possa essere intercettato “casualmente” per più d’una volta e che venga avvertito se ciò accade, e io sono stato intercettato 135 volte senza che nessuno mi dicesse nulla) rispondo che il sistema delle intercettazioni equivale alla barbarie allo stato puro, perché qualsiasi intercettazione può essere manipolata, amputata, trattenuta nel cassetto, servita calda o fredda, monca o intera o interpolata, a comando. Sono dell’idea che chi compie queste operazioni e chi le usa debba andare velocemente in galera. Cinque anni possono bastare, se non si configurano reati quale l’insurrezione contro i poteri dello Stato o l’attacco alle istituzioni. I giornalisti devono imparare a cercarsi le notizie e non a riceverle come cassette postali dal procuratore amico dalla cui generosità e faziosità dipende la loro carriera e il loro valore sul mercato”.
Berlusconi sembra che abbia escluso definitivamente qualsiasi possibilità di ritorno al dialogo con l’opposizione. Veltroni idem. Nei due schieramenti, però, c’è ancora qualcuno che crede in un confronto costruttivo tra le due parti. Lei cosa ne pensa?
“Mai dire mai, è la regola della politica. O meglio: sempre dire mai e poi agire in modo adatto alle nuove circostanze. Questa è la politica, altrimenti saremmo fritti. L’opposizione, come i giornalisti, deve imparare ad opporsi senza farsi sbirra di procure e procuratori, cioè di poteri storicamente reazionari. Io penso che il confronto riprenderà in termini civili non appena scenderà la temperatura. Per ora si opera a cuore aperto in presenza di sintomi gravissimi, dunque è l’ora del bisturi e della sega. Poi verrà l’ora della chirurgia plastica e dell’abbellimento. Ogni cosa al suo tempo”.
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