![]() |
“In Italia paghiamo un grande ritardo: le donne hanno guadagnato il diritto di voto soltanto nel 1960″
Mara Carfagna
|
|
Scopri perchè dopo il salto
Continua a leggere: Veritometro:- Mara Carfagna e il diritto di voto alle donne
L’Italia, paese di Guelfi e Ghibellini, non si smentisce mai. O di qua o di là. Quindi vive (e vegeta) nel valzer delle esagerazioni.
Prendiamo queste ultime vicende dei sindaci (Iervolino a Napoli, D’Alfonso a Pescara ecc.) i cui epiloghi – allo stato attuale - tendono ad “esaltare” l’indipendenza e l’autonomia dei primi cittadini nei confronti dei partiti d’appartenenza (in questi casi il Pd).
Il sindaco è esponente istituzionale, non partitico, risponde solo a chi lo ha eletto democraticamente e oggi anche direttamente, cioè ai cittadini. Non è tenuto ad eseguire né tanto meno subire ordini dal proprio partito. Giusto.
Ma il troppo stroppia. Si è passati dai tempi di Peppone quando il sindaco era “espressione” totale del proprio partito (di solito il sindaco era il numero uno del partito nella realtà territoriale) a oggi, quando il sindaco risponde solo … a se stesso.
Esautorate le assemblee elettive, esasperato il concetto di autonomia dal partito che li ha individuati, indicati, messi in lista e appoggiati, i sindaci eletti (così come i governatori di province e regioni) decidono poi, come antiche feudatari, per “proprio conto”, gestendo il potere a proprio uso e consumo.
Anche quando, come a Napoli, a Pescara ecc, sono sotto il tiro della magistratura o sotto valanghe di nodi irrisolti di tipo amministrativo e politico.
Rispondono ai cittadini? Ma come e quando? Il potere del cittadino elettore sta nel poter esercitare “solo” il diritto di voto. E nel frattempo?
Non si rischia di arrivare troppo tardi e di far incancrenire situazioni a danno della collettività. Nodi che andrebbero affrontati e risolti “politicamente”, con la “mediazione” politica?
La sensazione è che, in questa fase di bipolarismo coatto e di leadership finte o imposte, a mancare è proprio la politica. Che latita. Un uomo solo al comando della nazione. Un uomo slo al comando nel territorio.
La democrazia può essere soffocata dalla “troppa” politica. Ma anche dalla assenza della politica.
La proposta di Veltroni di aprire una riflessione sul diritto di voto agli immigrati ha suscitato un vespaio di polemiche, come era ampiamente prevedibile. ma d’altronde era proprio questo l’obiettivo del capo del Pd, teso al disperato tentativo di ridare lustro alla sua leadership e visibilità a una forza politica in crollo verticale nel gradimento degli elettori.
Se però la levata di scudi da parte del centro-destra, e in particolar modo della Lega, era più che prevedibile, molto meno attesa è stata la bocciatura del leader dell’Italia dei Valori. Di Pietro ha infatti bollato la proposta come inutile e intempestiva, almeno in questa forma, rimandando la discussione al momento in cui sarà presentato un progetto di legge concreto. “Non faccia annunci fuori tempo”, la bellicosa dichiarazione dell’ex-pm che pare segnare un solco, l’ennesimo, tra il suo partito e il principale competitor nell’opposizione anti-berlusconiana. E per rincarare la dose uno sprezzante: “L’estate è finita e la politica degli annunci lasciamola a Berlusconi”.
Preso atto delle schermaglie pre-elettorali (le europee sono già alle porte) nel centro-sinistra, proviamo a capire perché la proposta veltroniana appare così velleitaria e di facciata ai più. La legge attuale prevede che il diritto di voto sia riservato ai cittadini italiani, e sull’acquisizione della cittadinanza al di fuori del diritto di sangue e vincolo matromoniale, la norma è la seguente: possono fare domanda gli stranieri che risiedano da almeno dieci anni in territorio italiano, fatti salvi precedenti penali e purché abbiano reddito sufficiente. Questo per gli extra-comunitari, mentre per i cittadini europei (CE) il minimo di residenza si abbassa ad anni quattro.
Continua a leggere: Voto agli immigrati: anche Di Pietro sbatte la porta in faccia a Veltroni
Nove giorni fa l’Italia ha votato; a destra, piuttosto che a sinistra, sopra o sotto, o anche astenendosi. A riguardo, molto si è detto, tra le altre cose, su questa legge elettorale e sulla necessità di riformarla.
Si è sottolineato come debba essere rivista in modo da rendere il paese governabile, anche nel caso di distacchi meno netti tra le coalizioni, si è criticato l’assenza delle preferenze dirette, ci si è interrogati sul senso di un premio di maggioranza in un sistema proporzionale.
Purtroppo nessuno ha sollevato una delle iniquità che da sempre caratterizzano le nostre elezioni e che nessuna delle riforme elettorali ha mai preso in considerazione. Stiamo parlando del diritto di voto negato a una consistente fascia della popolazione italiana.
Continua a leggere: E' un paese per vecchi: il voto al Senato è incostituzionale?