E comunque Umberto Bossi, che continua a “provocare” Berlusconi, un’idea ce l’ha. A parte il solito linguaggio “ruvido”, il capo del Carroccio lancia bombe per confondere gli avversari interni ed esterni.
Il vero obiettivo del Senatur è quello di mantenere il pieno potere della Lega. Non può accettare uno scontro aperto con Maroni, ragion per cui cerca di trovare per “Bobo” una collocazione prestigiosa istituzionale in modo da spuntargli gli artigli nella lotta per la leadership del Carroccio.
Da qui la sparata contro Formigoni, un vero e proprio ultimatum per aprire una crisi pilotata, giungere alle elezioni anticipate in primavera e sostituire l’attuale Governatore con Maroni.
Formigoni mostra sicurezza: “Non succederà niente. La Lega non commetterà l’errore esiziale per se stessa di uscire da un governo regionale che sta funzionando bene da 12 anni, che i cittadini hanno riconfermato più volte alla guida della Lombardia. Se si rompe un’alleanza come questa è difficile ricomporla in 15 giorni”.
Nel piano di Bossi Berlusconi perderebbe un pezzo importante ma recupererebbe il Senatur come alleato nelle politiche del 2013 o, se servisse, nella primavera 2012. Fantapolitica? Con Bossi in campo, mai dire mai. E con Berlusconi … fuori campo, peggio ancora.

La situazione politica, a dir poco, è confusa. O, per altri versi, fin troppo chiara.
Incredibile ma vero: tutto (o quasi) ruota sempre attorno a Silvio Berlusconi, alle sue decisioni, alle sue scelte. Due-tre settimane, giorno più giorno meno, e il Cavaliere deciderà se staccare la spina al governo Monti facendo riemergere l’opzione delle elezioni anticipate a maggio.
La lancetta dell’orologio è puntata sul processo Mills, considerato dal Pdl un processo con sentenza politica cui – in caso di condanna del Cavaliere – “va data una risposta politica”. A questo si aggiunge il nodo delle frequenze tv, con rischi di penalizzazione per Mediaset. Insomma, ancora una volta le sorti del Paese sono legate a quelle personali del Cavaliere.
Il Pd sta (troppo) alla finestra, sempre convinto di trarre vantaggio dalle disgrazie altrui, in questo caso da quelle del Pdl, momentaneamente e forzatamente alleato del governo dei “professori”.
L’Udc va più avanti e, “preoccupato” per una eventuale esplosione del Pdl, puntella Alfano proponendogli l’addio a Bossi con una alleanza di ferro Pdl-Udc alle prossime amministrative, con buona pace di Bersani, “cornuto e mazziato”.
In questo quadro il governo va avanti a zig zag, di fatto al guinzaglio di un Parlamento che intende tenerlo in ostaggio dei giochi dei partiti e di un Paese reale in balia delle proteste dei corporativismi e con “riforme” pagate fin qui solo dai soliti noti.
Non c’è da escludere - anzi! - anche che Bossi e Berlusconi giochino al gatto e la volpe, due facce della stessa medaglia, una finta guerra fra Lega e Pdl per preparare il terreno e cercare un “buon motivo” per fare saltare il banco schierandosi uniti alle elezioni anticipate, la madre di tutte le battaglie.
Monti sa, vede e tira avanti, zitto zitto. Dura minga!

Oggi, Giorgio Napolitano ha difeso il governo Monti, sostenendo che non sia in atto in Italia una sospensione della democrazia. Antonio Di Pietro, la cui compagine politica fatica a trovare una collocazione in questo contesto politico fortemente modificato, con la Lega a far l’opposizione barricadera e populista, Berlusconi apparentemente fuori dai giochi, e consenso formalmente unanime al governo Monti, cerca di trovare una dimensione a sé e all’Italia dei lavori. E, ai microfoni di TgCom24, spiega il suo punto di vista, commentando proprio il discorso di Napolitano.
«C’è al governo un governo non eletto. E questo è vero, ma è vero per l’emergenza. Se questo vuol dire che il governo tecnico debba rimanere fino alla fine della legislatura allora non va bene. Questa è una situazione contro natura. Da un lato c’è l’emergenza economica, ma dall’altra quella democratica. Se si pensa che Monti debba risolvere tutti i problemi d’Italia dovevano nominarlo presidente a vita. I provvedimenti del governo Monti devono essere votati per quello che sono e non mettere la fiducia. Berlusconi non c’è più e non dobbiamo votare la fiducia a Monti solo perché Monti è meglio».
La stoccata finale riguarda proprio il metodo adottato da questo governo, oltre ai contenuti della manovra: Monti, infatti, ha scelto di porre sul decreto salva-Italia la questione di fiducia. Che era la metodologia più criticata del precedente governo Berlusconi.
Il leader dell’IdV si è schierato anche a favore della posizione dei sindacati a proposito dell’articolo 18: fa notare che, fra l’altro, quello dei licenziamenti, in una situazione di emergenza economica, sia un falso problema. Anche perché l’imprenditore può già licenziare per giusta causa.
«Il ministro Fornero non può lanciare il sasso nello stagno solo per vedere che effetto fa. L’imprenditore può licenziare, ma per giusta causa. Il vero problema è l’emergenza economica e questo non c’entra. Bisogna portare pace tra datori e lavoratori, si faccia un contratto di apprendistato e all’esito di questo lo assume con tutti i diritti come l’indeterminato. Ci sono soldi nelle casse dello Stato che vengono elargiti agli imprenditori, ma onestamente sono gli imprenditori stessi a lamentarsi di come questi vengono elargiti. Che il ragionamento sull’articolo 18 lo faccia la Fornero è grave».
Sono dichiarazioni, in qualche modo, programmatiche. Ma che, nell’attuale panorama istituzionale, potrebbero facilmente rimanere isolate, o confuse con altre posizioni populiste, anche laddove sembrano, invece, estremamente ragionevoli.
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Il personaggio, Raffaele Bonanni, dopo mesi di lecchinaggio verso Berlusconi e Marchionne, non ha più molta credibilità, però ieri ha analizzato la realtà facendo il “conto della serva”. Il leader della Cisl ha ironizzato così, sui provvedimenti del governo, durante il presidio a Montecitorio: sembrano norme scritte da mio “zio, che non capisce niente di economia”. Poi, la stoccata alle forze politiche: “Vogliono le elezioni anticipate” e quindi oggi “ridurre il potere” di Palazzo Chigi.
Cgil-Cisl-Uil hanno ritrovato uno straccio di unità facendo muro contro il governo dei “professori” e bollando la manovra perché ritenuta iniqua, squilibrata, che colpisce lavoratori e pensionati e che rischia di avere un effetto recessivo. Per questo i sindacati promettono ancora battaglia più dura contro le misure varate ieri dalla Camera, manovra che sarà varata definitivamente prima di Natale.
Gli italiani stanno sul chi vive, non si fidano, temono l’ennesima fregatura. C’è da credere che l’eterogenea maggioranza parlamentare faccia fino in fondo il suo dovere e sostenga il governo collaborando ad affinare i suoi interventi e non invocando elezioni anticipate?
Scrive oggi Eugenio Scalfari su Repubblica: “ Berlusconi prevede elezioni generali a maggio e Bossi borbotta lo stesso vaticinio. Significa che staccheranno la spina a marzo? Nel pieno della stagione di scadenza d’una mole enorme di titoli pubblici e di obbligazioni bancarie in Italia e in tutta Europa? Una strategia di questo genere porterebbe dritti all’uscita dell’Italia dall’euro e c’è perfino qualcuno che pensa d’un ritorno alla lira come ad una panacea perché “la lira si può svalutare”. Ma sono matti?”.
Non sono matti. Sono solo interessati a curare il loro orticello. Ma è ancor più grave che anche il Pd sta a questo “doppio gioco”, più preoccupato di tenere strette le sue fila e il suo elettorato che unito il Paese. Al di là delle apparenze, anche il cosiddetto Terzo Polo fa il gioco delle tre carte: difende Monti senza “se e senza ma”, però si crogiola sui sondaggi che lo proiettano al 18% e, zitti zitti, sperano che dopo che il Prof avrà tolto parecchie castagne dal fuoco, arrivi il … “matto” che stacca la spina e buonanotte ai suonatori.
Vedremo. In caso di patatrac, stavolta non ci salverà San Napolitano.
Si sa che l’abito non fa il monaco, ma lo “stile” conta, se il premier Mario Monti, pur perdendo qualche penna per la stangata, mantiene un forte consenso da parte degli italiani. In questo caso, visto gli impresentabili protagonisti della Seconda repubblica, lo stile diventa sostanza politica.
In Italia non cala l’antipolitica perché permane la cattiva politica, prosegue il gioco delle tre carte di Berlusconi e soci da una parte e di Bersani e compagni dall’altra, per non parlare degli sfascisti, pur diversi fra loro, come Bossi e Di Pietro.
Il governo tecnico, più che una anomalia, è la dimostrazione del fallimento di questa classe politica che sguazza da 20 anni e anche più. Che ne è della democrazia, del governo, dell’opposizione? Cos’ è diventato il Parlamento? Sono domande che ci si pone oggi di fronte al governo tecnico, ma andavano poste anche prima, specie con i governi di Berlusconi e con il Parlamento dei nominati, tutt’ora in funzione.
La verità è che da Berlusconi a Bersani, passando per Casini, Fini, Di Pietro ecc., domina un solo pensiero: fare togliere le castagne dal fuoco a Monti e pensare alle elezioni: quelle del 2013 o, meglio ancora, quelle anticipate alla prossima primavera.
La sortita di Berlusconi è chiara: “Monti è disperato, non è detto che duri. Pronti al voto”. Bersani alla Camera assicura che il Pd non staccherà la spina al governo: ”Manterremo la promessa di lealtà in nome dell’impegno preso, senza alcun limite temporale che non sia la scadenza della legislatura” mentre prepara il Pd per le elezioni anticipate. Le mosse di Bossi, Di Pietro ecc. sono ancora più eloquenti.
Scrive oggi Emanuele Macaluso sul Riformista: “Il Cavaliere minacciando o paventando le elezioni, mostra di trovarsi nelle stesse sabbie mobili e non sa se e come uscire. Il fatto curioso è che anche la sinistra si trova sulle stesse sabbie e non sa come uscirne. È questa situazione che mi fa dire che il “governo tecnico” di Monti, chiamato ad affrontare l’emergenza, ha, oggettivamente, un ruolo politico dirompente con cui tutti debbono fare i conti”.
Non è proprio così?
Non ha pace e rosica, Silvio Berlusconi dopo la perdita della poltrona di Palazzo Chigi. Il Cavaliere continua a rigirare il chiodo (arrugginito?) nella ferita che non pare cicatrizzarsi e gronda sangue.
Cova desideri di rivincita e lo dimostra: l’obiettivo è quello delle elezioni anticipate in primavera, confidando in un passo falso di Monti. In attesa di staccare la spina al nuovo governo, Berlusconi, torna a precisare (a chi?), attraverso una nota del suo staff, i motivi delle sue dimissioni da premier.
“Le dimissioni del presidente Berlusconi da Palazzo Chigi sono state motivate dal senso di responsabilità e dal senso dello Stato, nell’interesse esclusivo del Paese. Chi ha seguito le vicende di quei giorni sa bene che non esiste nessuna altra motivazione”.
Come no! Basta crederci. Ma vale sempre l’antico e saggio adagio: “excusatio non petita, accusatio manifesta”.
La botta è dura per Silvio Berlusconi e per chi credeva nella sua invincibilità. Ma 17 anni di berlusconismo non si cancellano con le dimissioni annunciate ma rinviate a dopo l’approvazione della legge di stabilità. L’uomo, poi, è imprevedibile e di molte risorse, quindi oggi come oggi la partita non è chiusa.
Non si può escludere il calcio dell’asino: un’ultima furbata per dilatare i tempi e cercare, come già un anno fa, di recuperare la maggioranza in extremis con la riapertura del mercato delle vacche, non impossibile data la “qualità” dei parlamentari nominati e inclini a passare da uno schieramento all’altro solo per esigenze di cadrega. Comunque sia, pur provato e logorato, il Cavaliere non vuole ancora gettare la spugna, quanto meno intende rimanere in gioco in qualità di regista, cioè di padrone del campo di gioco e dei giocatori.
Peraltro, un Pdl e una maggioranza implosi politicamente e stritolati dalla tenaglia della crisi e dei mercati non sono in grado di gestire l’uscita da questa morsa in cui è stretto il Paese. Però, se Berlusconi ha perso una battaglia forse decisiva, le opposizioni non hanno vinto la guerra. Se, come probabile, la maggioranza non ritroverà più i numeri e il governo dovrà davvero fare presto le valige, il Cavaliere si giocherà tutto in non improbabili immediate elezioni anticipate.
Napolitano vuole evitare le urne, intende verificare l’esistenza di una nuova maggioranza, coinvolgendo anche l’opposizione. Questa verifica non può che partire da subito: attendere l’esito dell’ok alla legge di stabilità può essere esiziale. Le già deboli condizioni per formare un nuovo governo di unità nazionale evaporeranno. Anche perché, al di là del nodo della premiership con Monti o non Monti, non si è ancora capito su quale piattaforma programmatica si basa la nuova coalizione.
Pd, Udc-Terzo Polo, Idv, Sel e sinistre varie devono dire agli italiani, adesso, quale risposta danno alla Bce e all’Europa che chiedono una nuova manovra da lacrime e sangue. Colpire i lavoratori e i pensionati o gli evasori e i profittatori? Più tasse ai dipendenti e ai piccoli imprenditori o una tagliola sulla patrimoniale? Solo risanamento o anche sviluppo?
O si sciolgono subito i nodi politici e programmatici o forse è davvero il caso di prepararsi alle elezioni anticipate. Con il “porcellum”? Sì. Se davvero i sondaggi danno il Pd primo partito, dov’è il problema? La verità è amara: questa classe politica, non solo quella oggi al governo, è responsabile del disastro in cui versa il Paese. Rimescolando gli stessi bussolotti si rischia lo stesso (penoso) risultato.
Berlusconi ieri ha gridato al tradimento. Ad essere traditi sono stati e sono gli italiani.

Dietro alle future dimissioni di Silvio Berlusconi c’è tutta la stortura della recente stagione politica italiana. «Mi dimetterò», ha detto il premier. Avrebbe potuto dire «Mi dimetto» e invece no, con buona pace di tutti coloro che già titolano con l’indicativo presente.
La maggioranza alla Camera non c’è più, il Governo è allo sfascio, ma visto che sulla votazione di ieri - la legge sul bilancio è passata, comunque - non c’era la questione di fiducia, c’è ancora questa scappatoia che dilata ulteriormente i tempi. Che lascia lo status quo ancorato a se stesso e alle poltrone che occupa, rimandando ancora la soluzione dei problemi del Paese, una nuova stagione politica.
E infatti, tutti coloro che avrebbero voluto festeggiare la fine del berlusconismo, oggi non festeggiano affatto. Ieri sera il premier al Tg1 e al Tg5 - dunque, urbi et orbi ha chiarito cosa accadrà.
Primo: il Parlamento deve approvare la legge di stabilità. Secondo: anche se è responsabilità del Capo dello Stato, si deve andare al voto subito.
E stupisce che oggi nessuno fra gli analisti insorga di fronte a questo doppio ricatto. Cosa significa? Chi dovrebbe approvarla, la legge di stabilità? Quale maggioranza? E a che prezzo? Un’opposizione non può governare, in democrazia. Ma un Governo che non esiste più ha i titoli e gli strumenti per approvare una legge che lascerà all’Italia un’eredità pesantissima? La risposta dovrebbe essere semplicemente: «No». E ancora: quale sarà il contenuto di questa legge di Stabilità?
O adesso o mai più. Silvio Berlusconi, con l’acqua alla gola, pare deciso a togliersi di dosso la vecchia armatura e fare il famoso passo indietro. Mai dire mai. E comunque, se davvero si dimette non significa che il Cavaliere getta la spugna. Cercherà di guidare e gestire la caduta del suo governo indicando una nuova leadership e una nuova maggioranza per un nuovo governo di centrodestra.
Se il tentativo fallisce, a Berlusconi resta l’ultima carta: disarcionato, spariglierà i giochi, punterà alle elezioni anticipate con un nuovo partito ancora più “personale” in un clima più infuocato di quello del 1948. E’ l’ultima battaglia del Cavaliere: se perde gli cade il mondo addosso.
Con l’immediato passo indietro di Berlusconi, la destra perde la battaglia ma non la guerra: ha la possibilità di evitare la debacle, addirittura rimanendo al governo del Paese, con una nuova maggioranza, un nuovo esecutivo, un nuovo premier.
Ma anche in tal caso, una maggioranza di centrodestra dalla Lega all’Udc (in politica niente è impossibile), vivrebbe alla giornata, con nessuna possibilità di gestire l’attuale situazione di crisi.
Il bipolarismo coatto e bislacco, non solo per responsabilità di Berlusconi, ha prodotto un Parlamento fatto di frammentazione e trasformismo con le continue migrazioni: oggi 39 parlamentari sparsi in 6 nuove componenti. Come scrive Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore: “Se si tornerà a votare senza riformare l’attuale legge elettorale e con un Pdl fortemente indebolito, assisteremo di nuovo all’assemblaggio di grandi cartelli elettorali zeppi di formazioni minuscole che renderanno la vita complicata a qualsiasi futuro governo”.
Ecco perché c’è l’esigenza di un governo ponte ma politicamente forte. Impossibile? Attenzione, perché il dopo Berlusconi può diventare un percorso minato. Il rischio è di gridare: “Aridatece er puzzone!” .
Non manca molto per sapere cosa pensa la Ue dell’accordicchio raggiunto ieri sera in extremis fra Berlusconi e Bossi.
Dalle primissime indiscrezioni pare che da Bruxelles arriverà l’ennesima tirata d’orecchie per il governo italiano, ma nessuna rottura. L’Italia farà una nuova figuraccia di fronte a tutta l’Europa ma nessuno, tanto meno Germania e Francia, vogliono fare saltare il tavolo. E’ l’intero pacchetto sullo sviluppo, non solo sulle pensioni, a non essere credibile rispetto alle richieste comunitarie.
Così nessun nodo sarà sciolto, ma proprio per questo Berlusconi e il governo riceveranno una ulteriore boccata d’ossigeno. Sarà l’ultimo respiro? Realisticamente il governo rimarrà ancora in questo stato di agonia e questa situazione, gravissima per il Paese, permetterà a Berlusconi e a Bossi di preparare le elezioni anticipate nella primavera prossima.
In questa situazione non si può certo escludere una improvvisa scivolata dell’esecutivo sulla classica buccia di banana. A quel punto potrebbe tornare alla luce l’ipotesi del governissimo, o governo tecnico.
Il presidente della Repubblica, con tatto e discrezione, è in queste ore al lavoro incontrando i massimi esponenti istituzionali e dei partiti. Non è un fatto anomalo ma neppure di normale amministrazione. Di fatto Napolitano sta facendo delle pre-consultazioni. Ciò dimostra che la situazione è legata a un filo sottilissimo e che tutto può accadere. Ecco perché il capo dello Stato lavora anche a una soluzione di emergenza.
Non si sa, però, se a fine giornata il quadro politico sarà più chiaro o se addirittura la matassa sarà ancora più ingarbugliata.