![]() |
“Noi siamo un movimento dal basso: andiamo a cercare il 50% di gente che non vota più perchè si è rotta i coglioni”.
Beppe Grillo
|
|
Scopri perchè dopo il salto
Continua a leggere: Veritometro: Beppe Grillo e l'astensione al 50%

Come abbiamo segnalato ieri, il Presidente della Repubblica Napolitano ha sollecitato il governo a presentare un piano per le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia, che al momento pare non esista. Ciò a suscitato reazioni infastidite da parte della Lega Nord.
Il presidente dei deputati Roberto Cota ha ad esempio dichiarato che “in un momento come questo vanno evitate le celebrazioni elefantiache, le spese inutili e frammentate in mille rivoli. Altre sono le priorità e le esigenze della gente“. Più diretto e verace, come è suo solito, Borghezio: “la mia ricetta è proprio quella di non spendere neanche una lira“.
Ovviamente gli sprechi, quando sono veramente tali, sono sempre odiosi. Proprio per questo è curioso che questo virtuoso attacco provenga proprio dalla Lega Nord, partito che lo scorso giugno, impuntandosi nel non voler accorpare il referendum Segni-Guzzetta alle elezioni europee e amministrative, ha determinato uno spreco di risorse pubbliche compreso tra i 150 (fonte: Maroni) e i 500 milioni di euro (fonte: lavoce.info).

In quest’ultima settimana si è sicuramente parlato molto - come nelle precedenti - dello scandalo Berlusconi-Noemi. Specie dopo la pubblicazione da parte de El Pais di alcune delle foto scattate da Zappadu a Villa Certosa. Questa volta però non vogliamo dedicare (l’ennesima) rassegna a questa vicenda, preferendo concentrarci sui commenti ai risultati delle elezioni europee in Italia.
Qual’è stato quindi il giudizio dei media stranieri sulle scelte degli italiani alle urne? Va detto che le aspettative non erano elevate, come si può evincere da questo estratto di un articolo del ll’Het Financieele Dagblad:
Non c’è da rallegrarsi scorrendo la lista dei candidati italiani per le prossime elezioni europee. Politici di quasi tutti gli schieramenti politici con problemi giudiziari passati o presenti, un democratico cristiano di 82 anni, un principe danzante, un leader di partito rottamato, uno che urla e stappa bottiglie di champagne, miss Puglia e soprattutto anche leader nazionali di partito che si sono candidati anche per Bruxelles ma che poi se ne staranno tranquillamente a Roma. L’Italia non sembra affatto prendere seriamente le elezioni europee.
Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, ma anche Moro e Berlinguer, facevano partire l’analisi elettorale dal numero dei voti.
Oggi i numeri sono chiari e le chiacchiere dei leader e dei loro sottopancia non possono smentirli. Ripetiamoli.
Il Pd ha perso oltre 2,1 milioni di voti rispetto alle precedenti elezioni europee (-21%) e oltre 4,1 milioni di voti rispetto alle politiche del 2008 (- 34%).
La coperta si è ristretta anche nel territorio e le mitiche regioni rosse sono oramai un ricordo, con Umbria e Marche out e l’Emilia e la Toscana che “tengono”, ma con Bologna e Firenze al ballottaggio e Modena salva per una manciata di voti.
In altri tempi una disfatta di tale portata avrebbe comportato le immediate dimissioni del segretario e dei vertici del partito.
Siamo invece al paradosso che Franceschini e compagni cantano quasi vittoria per lo scampato pericolo… dell’estinzione (“Teniamo il campo”, “Sfatata l’invincibilità di Berlusconi” o “Stiamo meglio del New Labor, del Ps francese, della Spd”) e si crogiolano per il “sorpasso” a danno del premier in Friuli della rookie (di quasi 40 anni…) Debora Serracchiani. Tant’è.
Altrettanto accade nel Pdl, che, dopo un anno di governo del Paese, arretra di quasi 2,9 milioni di voti (-21%) rispetto alle politiche 2008 e mantiene i consensi raccolti da Forza Italia e da Alleanza nazionale nelle precedenti europee.

Da quando Berlusconi è tornato al governo con la Lega Nord, un anno fa, non si può certo dire che il Nord (e in particolare Milano e la Lombardia) abbiano goduto di particolari attenzioni da parte dell’esecutivo. Basti pensare a come sono stati gestiti i dossier Alitalia, Malpensa ed Expo 2015. Eppure il Carroccio è cresciuto ancora alle elezioni europee, in particolare nelle principali regioni settentrionali. Come si giustifica questo fenomeno apparentemente paradossale?
La spiegazione è, in realtà, piuttosto semplice: in primo luogo, come ci ha spiegato proprio su polisblog Roberto Biorcio, la Lega Nord è un partito regionalista solo per il 50%. E’ in realtà l’altra metà, quella che in Italia viene detta securitaria e anti-immigrazione - ma che sulla stampa estera di ogni tendenza viene più semplicemente definita xenofoba - quella che “tira” di più, nel Bel Paese dell’anno domini 2009.
In secondo luogo, si verifica un fenomeno abbastanza curioso: l’elettore settentrionale di centrodestra, quando vede che il suo governo stenta ad operare (per usare un eufemismo) in favore della propria regione, tende ad attribuire responsabilità e colpe di questo non alla Lega Nord (considerata partner junior e in buona fede della coalizione), ma al PDL. Per questo, quando il Nord sta male, il Carroccio paradossalmente vola. E, se si analizzano a fondo i risultati elettorali di ieri, si capisce che le cose non sono destinate a cambiare a breve. Anzi.
Continua a leggere: Risultati Elezioni Europee 2009: quali conseguenze per il Nord?
Sappiamo che può apparire un interrogativo angoscioso, da repubblica delle banane, ma… e se Berlusconi fosse stato inchiodato alle elezioni dal voto per Kakà? Nei giorni scorsi un feroce battage pubblicitario si è rincorso ovunque, in particolar modo su Facebook, affinché i milanisti scontenti per la gestione della società e l’annunciata cessione del giocatore per ripianare il bilancio votassero Lista Kakà. Ebbene pare che moltissimi abbiano eseguito e ciò spiegherebbe anche più dell’astensione siciliana l’imprevedibile battuta d’arresto del Pdl.
Qualche esempio. Su facebook esiste il gruppo il 6-7 giugno vota kakà (868 membri), Il 6 ed il 7 Giugno fai il tuo dovere vota e fai votare “NON SI VENDE KAKA’ (862 membri), Domenica e Lunedì vota e fai votare….Kakà!!! (120 membri) e moltissimi gruppi minori che complessivamente totalizzano diverse migliaia di iscritti.
E questa potrebbe essere solo la punta dell’iceberg, in attesa di dati più precisi (qualora verranno comunicati). Sempre nell’attesa di vedere se verrà venduto veramente. La notizia dovrebbe venire stasera, sempre che il Silvio non abbia altro da fare che chiamare il campione brasiliano al telefono.

Come largamente previsto ed atteso, i raggruppamenti di sinistra creati per affrontare lo sbarramento del 4% imposto dalle elezioni europee hanno fallito il proprio obiettivo. La Lista Comunista Anticapitalista è arrivata al 3,4% e Sinistra e Libertà si è fermata al 3,1%. Quindi anche dal Parlamento europeo spariranno i rappresentanti dei partiti più “radicali”, ecologisti e socialisti.
Forse un esito scontato, dato che da quel giorno del 2008 in cui il Pdl ha vinto le politiche non ci sono stati segnali tangibili di ravvedimento da parte di chi ha subito la più bruciante sconfitta degli ultimi decenni, rimanendo completamente escluso da Camera e Senato.
Non si tratta però di un esito inevitabile: l’esperienza di altri paesi europei ci dice che alcune tematiche e alcuni valori possono essere portati avanti con un buon ritorno anche in termini di consensi. In Francia, ad esempio, il raggruppamento del Fronte di Sinistra ha raggiunto il 6% dei voti ed avrà 4 seggi. Allo stesso tempo il partito fondato da Cohn-Bendit, Europe Ecologie, ha ottenuto il 16% e 14 seggi. E addirittura il Nuovo partito anticapitalista ha sfiorato il 5%. Evidentemente in Italia stiamo ancora scontando, e sconteremo, un deficit di proposta politica che rende poco credibili la sinistra e gli ecologisti.
A caldo, le “botte” fanno male. Poi, a freddo, fanno ancora più male.
Vedremo cosa succede oggi dopo lo spoglio per le amministrative.
Ma la “bilancia” delle elezioni europee ha stabilito le nuove misure, ha ridefinito i nuovi pesi dei singoli partiti, dentro e fuori le coalizioni.
Stavolta non è vero che non è successo niente. Tant’è che non si ripete il rituale dell’”abbiamo vinto”, da parte di ogni leader.
Chi ha vinto? Ha vinto l’elettore italiano, sia quello che ha disertato le urne, sia quello che ha votato.
Entrambi hanno espresso, pur se in modo diverso, un segnale di forte critica, di forte sfiducia, di forte smarrimento: comunque un segnale, un campanello d’allarme, una richiesta di cambiamento di questa politica, di questa classe dirigente, di questo quadro politico.
Il plebiscito mancato non è solo un “alt” al premier e al Pdl: è un richiamo a cambiare nel metodo e nel merito la politica fin qui portata avanti dal Cavaliere. E’ innanzi tutto il segnale rosso al “berlusconismo”: gli italiani hanno fermato la corsa di Berlusconi perché non vogliono che l’Italia subisca una deriva sul piano della democrazia e su quello delle nostre tradizioni politiche.
Lo “sfondamento” di Berlusconi non c’è stato perché per la prima volta gli italiani hanno avuto “paura” di Berlusconi. Hanno temuto che un plebiscito al leader del Pdl avrebbe avuto il significato di consegnare l’Italia a un uomo “solo”.
E questo gli italiani, anche i tanti che ancora puntano sul Cavaliere, non vogliono.
Italiani: presenti. Voto + 9. Italiani brava gente. Pieni di lividi e difetti ma “presenti”. Dalle urne segnali inequivocabili per tutti i partiti e leader. Il più forte per Berlusconi che puntava sul plebiscito: no a un nuovo “dux”!.
Bipartitismo: bocciato. Voto – 9. Punito Berlusconi e il “berlusconismo”, sconfitto ma non “cancellato” il Pd, bocciato il bipartitismo Made in Italy. Seconda repubblica: tutto da rifare. Quadro politico sbloccato.
Molti sono i paesi che hanno già chiuso le urne, ma ancora non esistono risultati ufficiali giacché lo spoglio dovrà cominciare alle ore 22 in tutta Europa. Vi anticipiamo comunque i risultati degli exit poll, che come sempre vanno presi con le pinze.
In Germania crollo della Grosskoalition, con la CDU che perde 6 punti, mentre la SPD già uscita distrutta dalle ultime elezioni riesce nell’impresa di perdere un ulteriore 0,3%. Di tutto questo beneficiano i liberali della FDP che varcano la soglia del 10%.
In Francia bene Sarkozy al 28%, 11 punti più dei socialisti fermi al 17.
Negli altri paesi si segnala il clamoroso caso ungherese, che oltre a vantare una delle più basse percentuali di votanti (36%), ha visto il governo socialista crollare addirittura al 19%, a fronte di un incredibile 67% dell’opposizione di centro-destra.