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Tutti gli articoli con tag eugenio scalfari

E Bossi ci mette una ... "pezza". Maroni nel bivio ...

pubblicato da Massimo Falcioni

Isolato persino dalla sua base padana Umberto Bossi e i suoi sodali cercano di metterci una pezza sullo strappo con Roberto Maroni.

Si chiede oggi Eugenio Scalfari su Repubblica: “E’ un movimento democratico quello in cui il segretario impedisce con una pubblica deliberazione ad un esponente storico di quel partito di intervenire nel dibattito congressuale? Sembra la Corea del Nord. Ed hanno l’ardire di ridurre il grande Nord italiano alla loro miserabile Padania?”.

Già. Tutto vero. Ma una domanda s’impone. Come è stato possibile che Bossi, triste cantautore bocciato al festival di Castrocaro nel ’61, sia stato in grado, con le sue sortite strampalate ma soprattutto con il voto, di “occupare” il settentrione d’Italia e di governare per anni insieme a Berlusconi l’intero Paese?

Invece di incolpare gli elettori piemontesi, lombardi, veneti ecc. perché i partiti, a cominciare dal Pd e dalla sinistra non hanno mai fatto un’analisi e una autocritica politicamente corretta e credibile?

Ora, questa diatriba può essere liquidata come l’ennesima pagliacciata del Carroccio o, peggio, come una furbata per i gonzi: non è la prima volta che in certi partiti si concordano la composizione e scomposizione di frammenti dello stesso partito per adescare l’elettorato anche in condizioni di posizioni antitetiche. In altre parole mettono capra e cavoli sotto lo stesso cesto e tentano il rilancio individuando il nemico, in questo caso, Monti e Napolitano.

Il giochetto del Senatur è fin troppo scoperto e non ha nulla a che fare con gli interessi del Nord e dell’Italia. E Maroni? Deve scegliere: l’abbraccio (tattico) di Bossi può essergli fatale prolungando l’agonia della Lega, partito che così com’è, è solo uno scrigno per gli affari e il potere di un uomo, della sua famiglia e delle cricche amiche.

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Monti, ecco la"stangata". Salvare l'Italia ma anche gli italiani ...

pubblicato da Massimo Falcioni

Oggi è Eugenio Scalfari su Repubblica a battere sul concetto caro a Giorgio Amendola nel Pci di Enrico Berlinguer: il peggior nemico dell’equità è la recessione. E’ vero, perché quando la tenaglia della crisi si stringe, ad esserne stritolati sono le fasce sociali più deboli e meno protette.

Il premier Mario Monti ribadisce che il pacchetto anti crisi porta il segno dell’equità. Ma l’equità, al pari del chewingum, può essere masticata e rimasticata in mille modi e non ha lo stesso effetto per tutti. Insomma, la manovra in arrivo da 20 miliardi e passa, è una “stangata” che scontenterà tutti perché colpirà tutti gli italiani ma con effetti profondamente diversi fra loro.

Orbene, Monti, svincolato da esigenze di ricerca del consenso elettorale che grava sui partiti anche se mai come adesso serve l’appoggio degli italiani, fa bene a dire la verità al Paese. La crisi qui pesa di più perché il precedente governo del bunga bunga e delle leggi ad personam ha detto solo menzogne e le stesse opposizioni non si sono distinte se non per ipocrisie, mezze misure, avvitati sui propri interessi. Ecco, gli italiani sono stufi di menzogne e ipocrisie, di mezze verità, di toppe che sono peggio del buco.

Monti non può e non deve dire sì a tutti, bisogna scegliere. Va sconfitto il sempre presente “partito dell’inflazione”, nonché quello della “corruzione” (frutto della partitocrazia), contrari a ogni risanamento e a vere riforme. Così come non si possono sostenere le richieste massimalistiche e corporative delle categorie più forti, che con le dovute differenze, sono trasversali: anche fra i più deboli c’è chi è “garantito” e chi no.

C’è oggi un’alternativa alla stangata? No, è una medicina amara, senza la quale la malattia degenera. La sola contropartita che deve interessare gli italiani per essere indotti ad accettare i sacrifici necessari per la salvezza del Paese, è l’avvenire dell’Italia.

Si tratta di condurre, contestualmente, nel corso dell’opera di risanamento (con sacrifici, con rigore), l’azione rinnovatrice delle riforme indispensabili per lo sviluppo e la salvezza dell’Italia. Non c’è un primo e un secondo tempo: prima la salvezza del Paese e poi la sua trasformazione.

Fra poche ore, nel Parlamento e nel Paese, si vedrà se la formula del governo “tecnico” (nato a causa della crisi della politica e dei partiti) è valida per farci uscire dal pantano. L’alternativa è sprofondare nelle sabbie mobili di elezioni e contro elezioni fino alla disintegrazione economica e democratica del Paese.

Napolitano, Costituzione in mano, può mandare a casa Berlusconi

pubblicato da Massimo Falcioni

Giorgio Napolitano ha ieri precisato che il ricordo del governo Pella del 1953 (governo di “decantazione”) non ha riferimenti con l’attualità politica. Non si vuole qui essere irrispettosi, ma non sappiamo se al Capo dello Stato è cresciuto un po’… il naso alla Pinocchio.

Perché il rapporto fra allora e oggi esiste. Allora, di fronte alla sconfitta elettorale della Dc sulla legge Truffa, alla conseguente uscita dalla politica di Alcide De Gasperi e al contestuale caos politico-istituzionale, il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, decise di intervenire drasticamente. Einaudi applicò alla lettera il dettame costituzionale, che recita: “Il presidente della Repubblica, sentiti i presidenti delle Camere, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri”.

Come ricorda stamani su Repubblica Eugenio Scalfari: “Einaudi, nonostante la prassi (cioè le consultazioni del Colle con tutti i gruppi parlamentari, poi un incarico esplorativo, poi l’incarico formale, poi consultazioni dell’incaricato con i partiti di governo per i ministeri, infine la presentazione del nuovo governo al Parlamento ndr) fece esattamente così. Sentì i presidenti delle Camere, poi andò nella Villa di Caprarola e convocò Pella informandolo che aveva già scritto e firmato il decreto che lo nominava presidente del Consiglio. Voleva un governo di “decantazione” che preparasse una nuova legge elettorale”.

E così fu. Ciò dimostra, sempre citando Scalfari: “ … che la lettera della Costituzione consente al Capo dello Stato di saltare ogni prassi restando saldamente nei limiti che la Costituzione prevede”.

Molte cose sono cambiate dal 1953, ma non la Costituzione. Quindi quello di Pella non è un semplice “amarcord” di Napolitano, ma un messaggio chiaro per tutti. E forse di più: un monito pesante ai partiti e ai parlamentari, un quasi “ultimatum” al capo del governo.

Ore 12 - Anche nel Pd c'è una "questione morale". E non solo ...

pubblicato da Massimo Falcioni

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Sono in molti, nel Partito Democratico, a giurare che: “Nel Pd la questione morale non esiste”. Erano più o meno gli stessi che 30, 40, 50 anni fa, giuravano che in Urss non c’erano campi di concentramento e che nei Paesi socialisti c’era il paradiso in terra.

Il Fatto quotidiano di ieri è tornato sulla questione, partendo da quella famosa intervista (28 luglio1981) di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer.

L’accusa del segretario del Pci era spietata quanto vera: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. I partiti hanno occupato lo stato e tutte le istituzioni … La questione morale non si esaurisce nel fatto che essendoci dei corrotti in alte sfere della politica bisogna scovarli. La questione morale fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle oro correnti”.

Certo, il Pci, vedi ad esempio il tema dei finanziamenti dall’Urss, non aveva tutte le carte in regola, anche perché partecipava a sua volta alla divisione della torta delle Istituzioni. Ma non c’è dubbio che i gruppi dirigenti del Pci, ai vari livelli, avevano rigore e spessore morale, la politica era una missione, non intascavano tangenti (quanto meno non per se stessi).

La domanda oggi è questa: cos’è il Pd? Chi oggi nel Pidì si sente diffamato e offeso perché si affrontano questi argomenti, o ha la coda di paglia o è fuori dalla realtà. Conformismo e trasformismo, che possono essere anche riprovevole sotto l’aspetto etico e morale, non sono la causa di tutti i mali del Partito democratico.

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Ore 12 - 2011: Berlusconi a casa?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroChiudiamo l’anno con una “banalità” che, però, non fa male ripetere: democrazia non vuol dire che la maggioranza (sempre pro tempore) ha ragione. La maggioranza ha (solo) il diritto di governare.

“Democrazia – come afferma Umberto Eco - non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia”.

Ora, la polemica che a San Silvestro si è riaccesa (se cioè nel 2011, come sostiene Eugenio Scalfari, Silvio Berlusconi cadrà e il berlusconismo verrà cancellato), non ha politicamente senso. In politica contano i fatti.

E’ indubbio che il Cavaliere ha “qualità” e “meriti”, non solo sul piano imprenditoriale. La sua discesa in campo portò l’Italia dalla prima alla seconda Repubblica, unificò la destra e spazzò via le velleità trionfalistiche delle sinistre.

Non c’è dubbio che il Cavaliere interpretò quel senso di cambiamento voluto dagli italiani dopo gli ultimi anni grigi e immobili (partitismo, consociativismo, statalismo, burocratismo ecc.) della prima Repubblica e il caos di Tangentopoli.

Gli italiani volevano diboscare il partitismo, cambiare e decidere l’alternanza con il voto: o di qua o di là. Questo era il senso “nobile” dell’alternanza con il bipolarismo.

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La Finanziaria fila liscia in Parlamento. Presto la ... "mazzata" per tutti

pubblicato da Massimo Falcioni

La legge di stabilità (ex Finanziaria) fila (quasi) liscia in Parlamento spazzando via l’ombra nefasta di un immediato ko finanziario. Ma il piano di Tremonti è meno di un pannicello caldo.

Di positivo c’è che l’approvazione della legge mette per il momento in “sicurezza” i conti pubblici rispetto agli sbocchi imprevedibili della crisi politica.

La speculazione internazionale, come un falco pronta a gettarsi su un Paese in crisi politica ed economica, avrebbe buon gioco per travolgere i titoli di Stato e spingere l’Italia sullo stesso baratro di Grecia, Irlanda e Portogallo.

In questo senso, l’appello di Napolitano è stato colto da tutte le forze politiche. Ma, nel merito, il provvedimento di Tremonti è un tessuto mal sforbiciato e pieno di strappi e toppe.

Come scrive Eugenio Scalfari stamane su Repubblica: “La legge non risolve nulla, semmai aggrava. Non elimina gli sprechi … Non migliora le prestazioni dei servizi pubblici …. Non rilancia le infrastrutture … Non stimola le imprese … Rinvia la riforma fiscale … Fa lievitare le imposte locali… Non aiuta la competitività e l’innovazione …Accresce le diseguaglianze … Mortifica la ricerca e la cultura”.

Dulcis in fundo: il nostro debito pubblico (118% del Pil nel 2010 con previsione del 120% nel 2011) comporta un rientro imposto dalla Ue che oscilla dai 90 ai 60 miliardi di euro nel biennio 2012-2013. Come dire, una mazzata bestiale.

Ecco come stiamo. Ma l’urgenza e il caos politico porta all’approvazione. I partiti pensano al 14 dicembre. E agli italiani non resta che seguire il gioco del cerino fra Berlusconi e Fini, sperando (invano) che la bomba non caschi loro fra i piedi.

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Dare voce alle 5 Stelle è un'urgenza democratica. Basta con l'ostracismo a Beppe Grillo

pubblicato da Luca Landoni



A margine delle analisi del voto alle Liste 5 Stelle presenti nelle ultime elezioni regionali, vogliamo qui aprire il sipario su un annoso problema di cui soffre la nostra politica. Come in tutti gli altri settori del Belpaese esiste infatti una lobby che, traghettata dalla Prima, è entrata nella Seconda Repubblica di slancio e controlla i media e il cosiddetto “salotto buono”.

Non stiamo parlando solo di Berlusconi e del ben noto problema del conflitto di interessi, ma anche delle lobby di sinistra guidate dal gruppo Repubblica/Espresso e dal grande vecchio Eugenio Scalfari. Tutti grandi nemici finché non si tratta di amministrare interessi comuni, che in questo caso sono rappresentati dalla conventio ad excludendum che colpisce i grillini e il loro movimento. Ultimo caso, la rabbia più che giustificata di Beppe Grillo di fronte all’editoriale di Scalfari che analizzando il voto omette completamente il dato delle sue liste.

Ma non è una novità. Storicamente l’arco costituzionale è nel dna della nazione; basti ricordare il vecchio Movimento Sociale e in tempi più recenti la prima Lega anni 80, bollata come razzista, fascista e sostanzialmente inutile. Dunque inesistente. La politica italiana non ha mai saputo vedere al di là del proprio naso (e dei propri interessi) come dimostrato benissimo da Bettino Craxi che fino all’ultimo non seppe capire e arrendersi di fronte all’ondata di Tangentopoli . Semplicemente non si capacitava di un possibile capovolgimento dall’esterno dello status quo, e si accorse di ciò che stava accadendo solo una volta imbarcato sul volo verso Hammamet.

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Le pagelle del venerdì

pubblicato da Massimo Falcioni

Massimo D’Alema: fair play. Voto + 8. Bocciato dalla Ue, l’ex premier se la cava egregiamente: “Faccio i migliori auguri alle persone nominate. E’ stato un onore essere stato candidato per un incarico così prestigioso”. Il marchio ex Pci colpisce ancora. Figli di Dio minore?

Pietro Ingrao: il dito o la luna. Voto – 8. Per decenni il Pci fu inchiodato dal duello interno Amendola (destra)-Ingrao (sinistra). Eugenio Scalfari non perdona l’ex (ottimo) presidente della Camera: “Pietro non ne ha mai azzeccato una”. E c’è ancora oggi chi pende dalle sue labbra.

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Storia del Lodo Mondadori. Le origini del "male"

pubblicato da Luca Landoni


Dopo la sentenza che ha condannato Berlusconi e la Fininvest a pagare 750 milioni di euro di risarcimento alla Cir di De Benedetti, sarà bene fare un passo indietro per capire da dove scaturisca l’intera vicenda. Non prima però di aver chiarito che quella recente è solo l’ultima di una lunghissima catena di sentenze spesso contraddittorie. Berlusconi è stato infatti assolto in sede penale, mentre viene ora condannato in sede civile per responsabilità oggettiva. In mancanza assoluta di prove tangibili del suo coinvolgimento, il giudice Mesiano ha infatti ritenuto - non senza qualche ragione - che non potesse non sapere dello spostamento di una cifra così consistente dal conto All Iberian a quello dell’allora giudice Metta, ovvero l’estensore del primo lodo arbitrale a favore del Cavaliere.

Ma da che cosa scaturiva quel lodo? Riassumiamo brevemente la storia della cosiddetta Guerra di Segrate, ovvero il sanguinoso scontro tra i potentati di Berlusconi e De Benedetti per il controllo del più grande colosso editoriale italiano. I due mega-imprenditori erano soci in affari, detenendo entrambi quote significative della casa editrice. Ago della bilancia erano però gli eredi della famiglia Mondadori, ovvero i Formenton. Questi ultimi si piegarono a un certo punto alla volontà di De Benedetti di assumere la guida del gruppo per defenestrare lo scomodo socio Berlusconi, salvo poi cambiare idea.

Prima di proseguire nel racconto facciamo un passo indietro. Carlo De Benedetti è l’uomo che ammise davanti ai giudici di Tangentopoli di aver pagato svariati miliardi di lire di tangenti ai partiti della Prima Repubblica per ottenere commesse che gli permettessero di vendere i suoi computer obsoleti. Pur autoriconosciutosi colpevole per misteriosi motivi non andò mai a processo. Dopo un periodo di espiazione e lontananza dai riflettori l’Ingegnere fu poi riesumato dall’amico Romano Prodi, che a sorpresa lo presentò come azionista di maggioranza della Sme.

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Barack Obama la prima intervista su Avvenire, per Eugenio Scalfari è intervenuta la Conferenza Episcopale

pubblicato da Giovanni Molaschi



La notizia, proprio perché apparsa su un quotidiano minore (laddove per minore intendo una tiratura) meno “visibile” dei giornali più venduti, non ha avuto la giusta attenzione.

Stando a quanto scritto ieri da Christian Rocca per Il Foglio la prima intervista italiana rilasciata dal Presidente degli Stati Uniti non sarebbe stata concessa alle testate più forti, come abitualmente accadeva. A sorpresa, anche se si potrebbe pensare che la posizione del Vaticano sulla vita privata del Premier abbia pesato, Barack Obama si è confessato a Elena Molinari che lavora per l’Avvenire. Al quotidiano della Conferenza Episcopale il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato:

“Quanto alla comunità gay e lesbica di questo Paese, penso che venga ferita da alcuni insegnamenti della Chiesa cattolica e dalla dottrina cristiana in generale. Come cristiano, combatto continuamente fra la mia fede e i miei doveri e le mie preoccupazioni nei confronti di gay e lesbiche. E spesso scopro che c’è molto ardore su entrambi i fronti del dibattito, anche fra chi considero essere ottime persone. D’altra parte, rimango fermo a quanto ho espresso al Cairo: ogni posizione che liquidi in modo automatico le convinzioni religiose e il credo altrui come intolleranti non capisce il potere della fede e il bene che compie nel mondo”.

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