Il post pubblicato su polisblog.it riguardante la notizia della rimozione di Luigi Tosti, giudice italiano che da anni combatte pubblicamente affinché nelle aule giudiziarie non ci siano più simboli religiosi (il crocifisso in primis) è stato uno dei più commentati.
In molti, a margine di quell’articolo, hanno sostenuto che quanto deciso dal CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) era giusto poiché Luigi Tosti, rifiutandosi di lavorare nella aule in cui era presente un simbolo religioso, aveva sbagliato.
In democrazia deve essere garantito il diritto di replica. Per questo motivo abbiamo deciso di intervistare il giudice che a polisblog.it non racconta solo la sua storia. Con Luigi Tosti abbiamo ragionato anche della riforma della giustizia.
Continua a leggere: Intervista – polisblog incontra Luigi Tosti, il giudice anti-crocifisso
Gli sforzi di Paola Binetti sono stati ufficialmente soddisfatti da un gruppo di colleghi di partito che, come riporta il sito agoravox.it, ha deciso di presentare un disegno di legge affinché sia garantita la presenza del crocifisso nelle scuole italiane.
E fu così che il Partito Democratico decise di omologarsi alla maggioranza che nella persona di Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha già fatto sapere di fare ricorso alla decisione europea.
Sul progetto Pierluigi Bersani, sempre più uomo del silenzio, non si è ancora pronunciato. Probabilmente fa bene. Ammettere pubblicamente che la sinistra italiana, di cui lui dovrebbe essere esponente, non intende più rappresentare gli elettori laici italiani non deve essere facile.
Continua a leggere: Proposta dal Partito Democratico una legge pro crocifisso nelle scuole
Che non si dica poi che la magistratura è in battaglia contro il Governo. A poche ore dalla presentazione del ricorso all’Unione Europea firmato da Gianni Letta, secondo il quale nelle aule italiane si deve trovare uno spazio per il crocefisso, il Csm (Consiglio Superiore della Magistratura) rimuove Luigi Tosti.
Il giudice di Camerino era arrivato agli onori della cronaca sostenendo, appunto, che il crocefisso non era un oggetto adatto agli uffici pubblici italiani.
“O date ragione a me e rimuovete i crocifissi da tutte le aule di giustizia italiane – dichiarò lo stesso Tosti prima di essere allontano - oppure non potete far altro che cacciarmi dalla magistratura”.
Continua a leggere: Crocefisso nelle aule. Rimosso il giudice Luigi Tosti

La crociata del Governo contro chi amministra la giustizia potrebbe essere tollerabile, o perlomeno comprensibile, se Silvio Berlusconi e compagni fossero indipendenti. Fino in fondo e non come tentano di esserlo ora.
Durante un momento storico benedetto, più che dalla coscienza collettiva, dal Vaticano. A pochi giorni dall’incontro tra Silvio Berlusconi e il Cardinal Ruini (i due si sarebbero visti per affossare la candidatura alla presidenza della Regione Lazio di Emma Bonino), Gianni Letta polemizza con Strasburgo per il crocefisso.
Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio starebbe studiando un ricorso affinché in Italia, paese laico fino a prova contraria, sia permesso l’esposizione del crocefisso nelle scuole dove è scomparsa anche la geografia.
Continua a leggere: Crocefisso nelle scuole. Gianni Letta contro la decisione di Strasburgo
![]()
Proseguendo il ragionamento avviato questa mattina da Concita De Gregorio, che sull’Unità comparava il machismo di Silvio Berlusconi a quello più pop di Fabrizio Corona, è necessario oggi continuare ad elaborare una cartina tornasole per capire quanto il Presidente del Consiglio ormai sia diventato per gli italiani una presenza virtuale.
Tanto presente in video. Altrettanto assente nella vita del proprio paese. Per capirlo è sufficiente riflettere su quanto è successo realmente in Italia ieri. Capeggiati dal primo cittadino di Torino, Sergio Chiamparino, l’Anci (l’Associazione Nazionale Comuni Italiani) ha deciso di manifestare contro il Governo. Contro i tagli previsti per la prossima Finanziaria.
Al di là di tutti i ragionamenti politici che si dovrebbero fare davanti a queste riduzioni, fortemente contestate anche dagli stessi esponenti del Popolo delle Libertà (Letizia Moratti in primis), è giusto che il Governo per illuminarsi di luce propria decida di penalizzare i reali amministratori del paese?

La drammatica inerzia del nostro paese nel campo delle politiche ambientali non si vede soltanto nelle periodiche polemiche sull’abolizione degli incentivi per il solare, ma anche quando vengono resi noti dati come quelli di oggi: in Italia il trasporto ferroviario delle merci sta perdendo quota.
Nel Bel Paese il 62% della merce viene trasportata via camion, mentre la quota dei treni è inferiore al 10%. Una percentuale che è rimasta stabile dal 2002 al 2007, per poi addirittura calare negli ultimi due anni. Un dato che ci piazza buoni ultimi tra i grandi paesi d’Europa dietro a Germania (21,4%), Francia(15,7%) e Inghilterra (11,8%). La media continentale è attorno al 15%.
Forse provare a darsi una mossa anche in questo settore potrebbe essere un segnale di buona volontà da parte della politica. Certo meglio che andare a scongiurare l’Unione Europa di ritrattare le quote delle emissioni di CO2, come si è provato a fare qualche settimana fa.
Foto | Flickr.
Avete mai sentito parlare della flexicurity? Si tratta di un termine nato durante le riforme del mercato del lavoro degli anni ‘90 di Olanda e Danimarca, che ambivano a coniugare una maggiore flessibilità con un contemporaneo miglioramento della sicurezza sociale e dell’occupazione.
Possibile? Pare di sì, tanto che l’Unione Europea e l’OCSE l’hanno resa la loro linea politica ufficiale. Non dappertutto però: in Italia flessibilità continua a fare rima con insicurezza e precarietà. Berton, Richiardi e Sacchi (ricercatori del Collegio Carlo Alberto di Torino), in questo ottimo volume si incaricano di spiegare in lungo e in largo le ragioni di questa situazione.
Il loro primo passo è distinguere analiticamente alcuni concetti troppo spesso confusi nel dibattito: flessibilità e precarietà non sono, infatti, sinonimi. E non è neppure vero che la prima implichi la necessariamente la seconda: questo accade, però, in Italia. Per una serie di ragioni che gli autori non mancano di elencare.

L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, quello che a detta di tutti rappresenterà il primo passo per “Condurre l’Europa nel XXI secolo”, è sempre più vicina.
Il voto di sabato in Irlanda ha portato a 25 su 27 le ratifiche degli Stati membri (i passaggi in Parlamento, dopo il referendum popolare, dovrebbero essere quasi una formalità), rappresenta un punto nodale per l’entrata in vigore, che avverrà solo quando sarà ratificato da tutti gli Stati membri. Ma il cambio di rotta degli irlandesi, che solo 16 mesi fa avevano bocciato il testo, è un elemento decisamente significativo!
A questo punto, le posizioni scettiche dei governi di Polonia e Repubblica Ceca, i cui organi legislativi hanno già approvato il Trattato ma che mancano ancora della firma ufficiale da parte dei capi di stato, dovranno essere chiarite.

Il settimanale americano “Time” ha dedicato alla crisi della sinistra europea un interessante articolo dal titolo beffardo: “Left Behind“. In un periodo in cui si sprecano fiumi di inchiostro sulle ragioni della paralisi del PD, può essere interessante approfittare di questo pezzo per situare il caso italiano nel più generale contesto europeo.
Secondo l’autore Josef Joffe oltre a più banali ragioni di carattere strutturale (il declino delle tradizionali basi sociali dei partiti di sinistra), ce ne sono altre, più interessanti, che riguardano il posizionamento relativo dei partiti sullo spettro politico:
Dappertutto i conservatori o i cristiano-democratici si sono spostati verso sinistra. Ci hanno dato una socialdemocrazia senza i socialdemocratici. Sono diventati pro-welfare e ambientalisti; si sono perfino appropriati lentamente – ma con decisione – delle rivendicazioni culturali della sinistra, come i diritti dei gay e il femminismo

Nei giorni scorsi ho cercato di mettere in evidenza come un’escalation polemica tra l’Italia di Berlusconi e l’Unione Europea sia uno sviluppo probabile per gli anni a venire. Innanzitutto per la debolezza dell’opposizione interna (vedi alla voce PD), che apre spazi all’intervento di attori esterni.
In secondo luogo, per il bisogno innato di nemici che anima il berlusconismo come fenomeno populista. Nel momento in cui la sinistra cessa di essere un avversario credibile, contro cui far risaltare le virtù dell’“appello al popolo” della destra italiana, c’è bisogno d’altro.
L’Unione Europea è un candidato ideale al ruolo di nemico, per varie ragioni, e l’esito di un eventuale scontro Berlusconi-UE è tutt’altro che scontato. Il Cavaliere ha altrettante possibilità di uscirne distrutto quante ne ha l’Unione di risultare – alla fine delle ostilità – ulteriormente indebolita. Vediamo perché.
Continua a leggere: Berlusconi contro l’Unione Europea: le possibili conseguenze di uno scontro