
Come sostenuto dai colleghi di tvblog.it, pochi minuti dopo la partecipazione di Riccardo Iacona a “che tempo che fa”, ci sono finestre della RAI per la quale vale la pena pagare il canone. “Presa Diretta” è uno di quei programmi che ben rappresenta il concetto di servizio pubblico.
Negli anni è cresciuto. Sostenuto dagli ascolti sempre più alti (la prima puntata della nuova serie è stata seguita da quasi la metà dei spettatori che abitualmente si sintonizzano su “Amici”). In piena armonia con la rete RAI, forse, più vicina al cittadino.
Di persone e del programma televisivo abbiamo parlato con Francesca Barzini che con Riccardo Iacona si occupa dei contenuti del programma in onda tutte le domeniche, su RaiTre a partire dalle 21.30 o in differita su rai.tv.
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Per dimenticare quanto successo a Rosarno non è servito neanche un mese. A poco più di tre settimane dagli scontri, e dai conseguenti proclami secondo i quali gli immigrati coinvolti negli scontri avrebbero avuto una sistemazione adeguata, l’Unità pubblica delle immagini che dovrebbero far riflettere.
Queste fotografie meglio di altre rappresentano l’inadeguatezza dell’attuale classe politica italiana che ai lavoratori calabresi, in nero, non è riuscita ad assicurare quanto proposto tanto da costringerli a vivere per strada. Di nuovo. A Roma però.
Nella capitale dove si sono costituiti nell’Assemblea dei lavoratori africani di Rosarno. Secondo quanto scoperto da Emilia Zazza, che firma il servizio, queste persone erano costrette a lavorare 14 ore al giorno. Per 25 euro. Meno di due euro all’ora.

Dell’ultima, l’ennesima, scellerata idea degli esponenti politici leghisti (è di venerdì una proposta di censura al Diario di Anna Frank fatta da un deputato della Lega Nord) il Ministro degli Interni Roberto Maroni non ne ha voluto parlare a Fabio Fazio.
Il compagno di Umberto Bossi si è limitato a sostenere che le dichiarazioni dei propri discepoli non hanno fino ad oggi, e prova contraria, fatto danni pratici. Le violenze che hanno subito invece i dirigenti del partito che rappresenta invece sì.
Non c’è dubbio che un reato è da condannare al di là di chi sia farlo. Questo dovrebbe saperlo bene l’esponente politico che in altre circostanze, come spiegato durante l’intervista, ha dimostrato di avere una sensibilità che non utilizza se deve riflettere sull’operato del proprio partito.

L’allievo, Renato Brunetta, è riuscito a superare finalmente il maestro, Silvio Berlusconi. Più populisti del Ministro della Pubblica Amministrazione al Governo ci sono davvero poche persone.
A poche settimane dal rinnovo del canone televisivo l’esponente politico ha proposto al direttore generale della RAI, Mauro Masi, affinché nei titoli di coda di ogni trasmissione televisiva ci sia anche la voce riguardante i compensi del presentatore.
Al di là di tutta una serie di difficoltà pratiche (la stessa persona potrebbe essere stata pagata anche in qualità d’autore ma sul proprio contratto potrebbe non essere stato previsto una suddivisione specifica degli incarichi), l’intervento di Renato Brunetta è uno dei più sterili che siano mai stati fatti attorno alla televisione pubblica.
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Questione di ore. Giorni, al massimo. Entro la fine della settimana, salvo imprevisti, il direttore generale della RAI Mauro Masi ufficializzerà la defenestrazione di Paolo Ruffini, attuale direttore di RaiTre il cui operato non è ben visto dal Presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi.
Ma è davvero imputabile a lui l’uscita di scena di uno dei più illuminati direttori televisivi? Probabilmente No. È una scusa utilizzata da altri che davanti al potere preferiscono genuflettersi piuttosto che rimane dritti.
Possibile che lo stesso imprenditore televisivo in meno di dieci anni abbia rinnegato il proprio operato? Possibile che Maurizio Crozza e Luciana Littizzetto, il cui passaggio a Mediaset è stato fondamentale sia per l’azienda che per loro stessi, oggi diano fastidio a Silvio?
Ultimo appuntamento con Christian Rocca, il giornalista del Foglio per il quale cura anche camilloblog.it, che abbiamo intervistato per tutta la settimana per capire meglio il lavoro fatto da Barack Obama dal giorno della sua elezione.
Con Christian Rocca abbiamo parlato di riforma sanitaria, di nobel, di crisi e di donne. Oggi, per chiudere, ci concentreremo su una minoranza. Quella costituita dalla comunità GLBT che non condivide la politica del Presidente malgrado l’amministrazione abbia approvato una legge analoga a quella elaborata da Paola Concia. Affossata. Poi.
Barack Obama è favorevole al matrimonio gay? Ha risolto i contrasti con la comunità omosessuale statunitense?
C’è stato un referendum che ha detto no alla possibilità di fare i matrimoni gay.
Obama è contro il matrimonio gay. L’ha detto e ripetuto in ogni modo possibile anche se ha una posizione un po’ strana e a tratti contraddittoria.
Non dite poi che non ve l’avevamo detto. Per primi. Alla vigilia del voto in New Jersey e in Virginia Christian Rocca aveva analizzato per polisblog.it i possibili scenari della sconfitta del partito di Obama. Che poi, come da previsione, è avvenuta.
Non si è invece ancora verificato il divorzio tra il Presidente e l’elettorato femminile malgrado il maschilismo di Barack Obama a causa del quale Hilary Clinton è costretta a lavorare sempre all’ombra di qualcun altro.
Intervistata da Fabio Fazio, Condoleeza Rice ha precisato che Barack Obama ha la stessa politica estera del suo predecessore. È d’accordo?
Sì è No. Distinguerei, intanto, la politica estera dalla politica di sicurezza nazionale che spesso coincidono.
Puntata decisamente tecnica ma molto interessante quella che ci prospetta Report questa sera. Milena Gabanelli introdurrà infatti l’argomento del debito pubblico ne L’era del debito, di Stefania Rimini.
“Noi -dicono gli autori - siamo tra i Paesi più colpiti dalla crisi e di conseguenza l’anno prossimo il macigno del debito pubblico si avvia a pesare il 118% della gamba che lo tira, che è il famoso Pil, il prodotto interno lordo. Per dare un’idea, stiamo quasi tornando ai livelli di palla al piede che avevamo negli anni Novanta. È come se non ci fossimo mai venduti la Telecom, le Autostrade, parte dell’Enel e dell’Eni. Adesso non abbiamo più molto da dar via, ma ci consoliamo per il fatto di essere in buona compagnia. Dall’America alla Gran Bretagna, in media tutti i paesi avanzati hanno aumentato il loro debito pubblico dal 75% al 115% del Pil. Loro però si stanno indebitando per salvare il sistema produttivo, mentre noi sudiamo per smaltire un debito pubblico accumulato con gli sperperi degli anni Ottanta, un debito che ci frena sempre di più, ci limita nei movimenti e rende la vita più faticosa alle imprese e alle famiglie.
Oggi la storia ci presenta il conto, perché proprio a causa di questo debito obeso l’Italia non può attivare spesa pubblica al pari degli altri Paesi per stimolare l’economia, asfissiata dalla crisi. Intanto all’orizzonte si profila una nuova minaccia: l’aumento dei tassi d’interesse, che inevitabilmente ci sarà. I tassi sono così bassi che non possono far altro che salire, anche perché tutti i Paesi avanzati stanno chiedendo e chiederanno più soldi in prestito ai mercati finanziari. E dunque noi Italiani, per sfamare quel bestione del debito che ci portiamo appresso dagli anni ottanta, dovremo sborsare sempre di più. Ma fino a che punto può aumentare il debito pubblico? Nell’inchiesta verranno spiegati uno per uno, tutti i buoni motivi per cui dobbiamo abbassare il nostro debito, costi quel che costi”.
Continua a leggere: Stasera a Report si parla di economia e debito pubblico
Finalmente con oggi riprende il nostro appuntamento domenicale con Report, il programma di inchieste condotto da Milena Gabanelli fortemente a rischio per la mancanza di copertura legale da parte della Rai. Risolti tutti i problemi, la trasmissione ha debuttato la scorsa settimana parlando di edilizia e burocrazia, mentre stasera affronterà il tema del made in Italy fortemente minacciato dalla concorrenza cinese.
L’incredibile storia di una concorrenza sleale nella civile Romagna che ha portato i poltronifici italiani sull’orlo di una crisi che non ha nulla a che vedere con l’attuale crisi finanziaria. Infatti gli artigiani italiani sono stati sostituiti da imprese cinesi che applicano prezzi dimezzati e insostenibili per chi rispetta le regole.
L’inchiesta svela i punti oscuri di una delocalizzazione dentro il territorio italiano dove controllori e associazioni non hanno fatto il loro dovere consentendo il graduale insediamento di imprenditori cinesi che, in Romagna come in molte altre zone produttive italiane, fanno spesso uso di manodopera clandestina oppure pagata in nero.
Quali sono le vere ragioni per le quali uno dei più prestigiosi distretti del divano Made in Italy (da cui escono poltrone e divani molto famosi) si sia gradualmente abbassato a pratiche irregolari nel disinteresse generale? L’inchiesta ha cercato di andare oltre la cronaca approfondendo il profilo etico che regola i rapporti di lavoro tra il committente e il suo fornitore.

Consegnando il Nobel per la Pace a Barack Obama la commissione di Oslo che si occupa del riconoscimento ci ha, involontariamente, fatto sapere che le basi per un futuro migliore al momento non sono state costruite. Meglio investire sulla speranza.
Meglio attribuire un premio disinformandosi piuttosto che ammettere che le persone, al momento, impegnate per aumentare la pace nel mondo sono sempre in meno. E sempre meno visibili. Scommettiamo che così tanti lanci di agenzia Teresa Sarti, moglie di Gino Strada (scomparsa lo scorso 1° settembre), non li avrebbe mai avuti?
Certo, tanto quante sono le contraddizioni che chi di dovere avrebbe dovuto per lo meno spiegare al momento dell’annuncio pre santificazione dell’attuale Presidente degli Stati Uniti.