Il centrosinistra ha, ufficiosamente, Saturno contro. Non bastava lo sberleffo generale derivato dalla lentezza pachidermica di Pierluigi Bersani. Ora ci si mette pure il gossip a sottolineare la crisi in corso.
A poche ore dall’annuncio del presunto divorzio tra Fausto Bertinotti e la moglie Gabriella, confermato anche dalla diretta interessata, qua e là sono state pubblicate le foto del matrimonio tra Mariastella Gelmini e il compagno Giorgio Patelli.
Divenuta, ormai, una celebrità il Ministro della Pubblica Istruzione (di cui ci occupiamo spesso per via della somiglianza spirituale con Edward Mani di Forbice) ha deciso di convolare a giuste nozze poco dopo la mezzanotte.
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Nei giorni scorsi come spiegato da Christian De Mattia, il Presidente della Camera Gianfranco Fini, venendo meno all’aplomb che lo ha contraddistinto negli ultimi mesi, ha inviato al direttore del Giornale, Vittorio Feltri, un flacone di valium.
Un presente che sarebbe stato gradito dal giornalista che intervistato dal Corriere della Sera ha invitato l’esponente politico a limitare il consumo del vino rosso.
“Però – ha dichiarato Vittorio Feltri - ho una raccomandazione per il Presidente della Camera: ci vada piano con il lambrusco, il rosso fa bene ma non bisogna esagerare. E lui ultimamente ha fatto parecchio uso di “rosso”, e non gli ha fatto bene…”
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L’ultima “trovata” è quella di portare tutte le sinistre dentro il Pd. Non è nuova. E’ roba rimasticata.
Prima, durante e dopo la scissione di Livorno, il partito “unico” della sinistra ha sempre avuto i suoi supporters e i suoi detrattori.
Siccome la storia non si fa con i “se” e con i “ma” si deve tener conto della realtà.
Con Berlusconi e il berlusconismo in “discesa” ma governante, con la sinistra sinistra spazzata via, con il Pd ko che, come dice Massimo D’Alema “ha indebolito l’unica cosa che aveva, cioè il partito”.
Così la notizia che non fa notizia è che Bertinotti, Vendola e compagni sono già con un piede nel Partito democratico, avanguardisti di plotoni e reggimenti (?!) pronti a fonfersi nel nuovo grande Pd che verrà.
Insomma, la teoria del teorico Bertinotti, sostenuta da altri compagni oramai senza più “arte né parte” è che in Italia “è chiusa l’esperienza delle due sinistre, c’è spazio a malapena per una sola sinistra”.
Di qui l’appello di un partito unico del centrosinistra che vada da Rifondazione a Di Pietro, passando per Nichi Vendola, Marco Pannella, Dario Franceschini, più socialisti, verdi, comunisti italiani e non.
Bertinotti, noto e inflessibile finisseur, precisa che non vuole “far confluire la sinistra nel Pd” ma vuole, col Pd: “un partito nuovo”. Quindi un’implosione generale per poi rinascere tutti nuovi e tornare tutti insieme felici e contenti nel nuovo Pd.
Ambiguità lessicali? Ricerca della “terza via”? No, semplicemente smarrimento della bussola.
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Fausto Bertinotti: autocritica totale. Voto + 6. L’ex capo d Rifondazione:“Morta in Europa l’ipotesi di due sinistre, una radicale e una di centrosinistra. La mia generazione ha fallito, ha perso, io ho perso. Adesso va ricostruita una sinistra maggioritaria e vincente”. Parafrasando Lenin: “Poco, meglio di niente”.
Debora Serracchiani: vuota saputella. Voto – 6. Non distingueva Moro da Berlinguer, tanto meno Togliatti da Di Vittorio e niente su Amendola e Ingrao. Bacchettata da D’Alema, è tornata a predicare la pace nel Pd e a dare le pagelle ai dirigenti. Il Debora pensiero è un mix di aria fritta e minestra riscaldata.
Dopo il disastro elettorale, nel Pd si stanno facendo strada due ipotesi di strategia politica. Entrambe con spunti di fantapolitica o addirittura cervellotici.
Un’idea è quella di raccogliere tutte le forze antiberlusconiane e di metterle in un contenitore unico (nuovo super Pd) per trasformarsi nella vera alternativa al centrodestra.
Miche Salvati (do you remember?) è convinto che “In un partito unico siffatto sarebbe possibile rimettere insieme anche quelle anime socialiste che oggi non trovano spazio nel Pdl. Io uno come Tremonti potrei immaginarmelo persino ai vertici di un partito del genere”.
L’ipotesi di “tutta la sinistra dentro un partito unico” piace anche a Fausto Bertinotti (do you know?) che però vuole prima “scomporre tutto e tutti e poi ricomporre” per non confluire nel Pd.
L’altra idea è quella di Massimo D’Alema (e di Enrico Letta) convinti che la “fusione a freddo” (ex Pci ed ex sinistra Dc) del Pd è fallita e che è meglio dividersi i compiti per battere la destra, cioè fare un Partito democratico socialdemocratico e lasciare emigrare i cattolici democrat nel nuovo partito della Nazione di Casini.
In altre parole, costruire un polo di centro e un polo di sinistra. Quindi addio definitivo al bipartitismo di veltroniana memoria, una camicia di forza che fa vincere solo e sempre uno: Berlusconi.
Le due opzioni sono impossibili?
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Stamattina, il nostro Marco Paganini ha già fatto un post su questo.
Se Fausto Bertinotti avesse inforcato gli occhiali, invece di tenerli sempre appesi come souvenir chic, forse si sarebbe accorto prima del tunnel imboccato dal suo partito e dalla sinistra.
Adesso, tardivamente, scrive nel suo ultimo libro (“Devi augurarti che la strada sia lunga” -Ponte alle Grazie, 229 pagine) che “Oggi in Italia non esiste più la sinistra”.
Bellascoperta! Lo sanno anche i bambini.
Il sub comandante Fausto non cambia la sua autocritica da “salotto”: auspica un big-bang e per le elezioni europee vorrebbe un risultato “tanto peggio tanto meglio”. Ci risiamo. Peggio va, meglio andrà. Distruggere quel poco che c’è per ripartire più forti.
E’ la vecchia solfa. Da sempre. Divisioni, scissioni dei “migliori” per diventare più forti. L’idea è perfetta ma male interpretata, la linea è giusta ma è applicata male. Quindi è sempre colpa di qualcun altro. Epurazioni (quando si può), solo ira e maledizione contro il destino cinico e baro (quando si è mal ridotti).
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La sinistra vicina alla desertificazione culturale, prima che politica.
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Il pezzo che Jena - su La Stampa di oggi - dedica al nuovo libro di Fausto Bertinotti merita senz’altro di essere citato integralmente: Il nuovo libro di Bertinotti si intitola “Devi augurarti che la strada sia lunga. Tranquillo, Fausto, sarà lunghissima.
A questo punto già sapete tutto su titolo e autore. Ma di cosa scrive questa volta il subcomandante Fausto? Dopo la catastrofe del 14 aprile del 2008, che ha eliminato la sinistra dal Parlamento italiano, Bertinotti ha abbandonato dopo molti anni la politica attiva. In questa narrazione riemergono i momenti salienti di un percorso che da sempre è guidato dalla passione politica, non un’autobiografia ma il racconto di una vera e propria educazione sentimentale e intellettuale. Dopo l’infanzia a Milano, la guerra, i ricordi di vita familiare, le prime letture, un unico filo rosso unisce la carriera del sindacalista tra gli anni Sessanta e Ottanta a quella del leader spregiudicato e innovativo dell’ultimo quindicennio, sempre in bilico fra spinta ideale e concretezza sociale, radicalità e realismo.
Per Bertinotti, chi vuole modificare lo stato di cose esistenti deve sempre essere nell’attesa di ciò che cambia la scena senza essere stato prevedibile. Un’attesa che per essere autentica deve essere partecipata, attiva: anche in politica c’è il tempo della semina, ed è proprio per questo che, come scrive Kavafis, ‘devi augurarti che la strada sia lunga’”.
Devi augurarti che la strada sia lunga di Fausto Bertinotti. Editore Ponte alle Grazie. 240 Pagine. 14 euro.
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Piaceva a Silvio Berlusconi, Fausto Bertinotti. Anche perché, con “avversari” quali l’ex leader di Rifondazione e l’attuale segretario del Pd, il Cavaliere ha fatto cappotto riconquistando Palazzo Chigi, rendendo extraparlamentare la sinistra, riducendo il Pd quasi a comparsa.
Oggi Bertinotti, (ex sindacalista Cgil, socialista, psiuppino, poi pci e derivati fino alle varie successive scissioni sempre da sinistra, nonchè felpato ex presidente della Camera), fa il “pensionato”. Di lusso, si capisce. Anzi dice di essere in una fase di “riflessione”.
Ieri a Roma, alla manifestazione della Cgil, Fausto ha stretto mani, si è commosso in mezzo al mare di bandiere rosse.
Lavoratori e bandiere che indubbiamente rappresentavano la testimonianza di una parte significativa del mondo del lavoro e della società italiana. Ma, appunto, una “parte”.
Una parte del sindacato (c’è rottura fra Cgil da una parte e Cisl e Uil dall’altra) e una parte della cosiddetta sinistra (divisa trasversalmente e divisa dentro i vari partiti e partitini).
Oggi Bertinotti, cui va riconosciuta la vocazione alla scissione e l’ispirazione anche dell’ennesimo strappo in casa comunista, dice di non “militare” direttamente nella politica e quindi – accentua – “non è giusto che mi pronunci”.
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Fausto Bertinotti: autocritica. Voto + 8. L’ex presidente della Camera e leader di Rifondazione comunista fa una profonda autocritica rispetto agli errori della sinistra sulla “Primavera” di Praga del 1968. Bertinotti attacca il Pci, che lasciò solo i dirigenti cecoslovacchi e non seppe rompere con l’Urss. E critica pesantemente anche i “sessantottini”, orientati al maoismo. Sono passati 40 anni. Meglio tardi che mai.
Governo: battuto su Malpensa. Voto – 7. Il governo è stato battuto nell’Aula della Camera su un ordine del giorno presentato dal Pd sugli slot di Malpensa e Linate. Con i deputati del Pd hanno votato anche 35 deputati della Lega e 15 parlamentari del Pdl, tra i quali Gaetano Pecorella e il presidente della commissione Trasporti Mario Valducci. Primi strappi del … federalismo? Il decreto ha poi ottenuto la fiducia alla Camera.
Cosa avrà risvegliato Grendel? Nel “Beowulf” di Zemeckis a ridestare il sonno del crudele troll ci ha pensato un party particolarmente rumoroso in corso nella reggia di Heorot. Nella politica italiana, invece, a far balzare nuovamente sulle agenzie il nome del leader del Pdci, Oliviero Diliberto, è una kermesse calabrese dalla quale il professore di diritto romano annuncia che è necessario rimettere insieme i comunisti: “Ritengo che dobbiamo far cessare la separazione di dieci anni fa – dice - e tornare insieme in un unico partito, noi e Rifondazione”.
Ma “comunismo” non era “una parola indicibile”? Il copyright di una simile perla è tutto dell’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti che, intervistato nei giorni scorsi da Vespa per il suo nuovo libro ha spiegato: “Se fermi qualcuno per strada e gli dici: io sono comunista, quello non ti capisce”. E allora quali sono i presupposti per un nuovo progetto unitario che leghi le due frange della sinistra radicale? Per Diliberto, in sostanza, “c’é bisogno di un Partito comunista perché non c’é nessun altro che fa opposizione al governo Berlusconi”. Soprattutto sul piano sociale.
E Di Pietro? Casini? Veltroni? Tutti vassalli del Premier? Scopri così che il leader del Pdci ha pensato bene a tutto e ha obiettivi ambiziosi: “I rapporti tra un nuovo Partito comunista (che riunisca Pdci e Prc) ed il Pd, - chiarisce - saranno possibili solo dopo la sconfitta dell’attuale gruppo dirigente del Partito democratico”. Il demonio, insomma, è Walter Veltroni, reo di aver causato “una sconfitta di portata storica” per la Sinistra L’Arcobaleno, messa all’angolo da una semplificazione partitica che ha ridotto, di fatto, lo scontro elettorale, a due sole forze politiche: Pd e Pdl.
Ma un nuovo Pci - fa capire il nostro Diliberto-Grendel - è possibile. Certo, dopo che Walter avrà ripreso la via per l’Africa. Eppure, col consenso che si ritrova al momento (i sondaggi danno il Pd in caduta libera e la colpa non è certo di Parisi), i tempi di attesa non dovrebbero essere poi così lunghi.