Piaceva a Silvio Berlusconi, Fausto Bertinotti. Anche perché, con “avversari” quali l’ex leader di Rifondazione e l’attuale segretario del Pd, il Cavaliere ha fatto cappotto riconquistando Palazzo Chigi, rendendo extraparlamentare la sinistra, riducendo il Pd quasi a comparsa.
Oggi Bertinotti, (ex sindacalista Cgil, socialista, psiuppino, poi pci e derivati fino alle varie successive scissioni sempre da sinistra, nonchè felpato ex presidente della Camera), fa il “pensionato”. Di lusso, si capisce. Anzi dice di essere in una fase di “riflessione”.
Ieri a Roma, alla manifestazione della Cgil, Fausto ha stretto mani, si è commosso in mezzo al mare di bandiere rosse.
Lavoratori e bandiere che indubbiamente rappresentavano la testimonianza di una parte significativa del mondo del lavoro e della società italiana. Ma, appunto, una “parte”.
Una parte del sindacato (c’è rottura fra Cgil da una parte e Cisl e Uil dall’altra) e una parte della cosiddetta sinistra (divisa trasversalmente e divisa dentro i vari partiti e partitini).
Oggi Bertinotti, cui va riconosciuta la vocazione alla scissione e l’ispirazione anche dell’ennesimo strappo in casa comunista, dice di non “militare” direttamente nella politica e quindi – accentua – “non è giusto che mi pronunci”.
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Fausto Bertinotti: autocritica. Voto + 8. L’ex presidente della Camera e leader di Rifondazione comunista fa una profonda autocritica rispetto agli errori della sinistra sulla “Primavera” di Praga del 1968. Bertinotti attacca il Pci, che lasciò solo i dirigenti cecoslovacchi e non seppe rompere con l’Urss. E critica pesantemente anche i “sessantottini”, orientati al maoismo. Sono passati 40 anni. Meglio tardi che mai.
Governo: battuto su Malpensa. Voto – 7. Il governo è stato battuto nell’Aula della Camera su un ordine del giorno presentato dal Pd sugli slot di Malpensa e Linate. Con i deputati del Pd hanno votato anche 35 deputati della Lega e 15 parlamentari del Pdl, tra i quali Gaetano Pecorella e il presidente della commissione Trasporti Mario Valducci. Primi strappi del … federalismo? Il decreto ha poi ottenuto la fiducia alla Camera.
Cosa avrà risvegliato Grendel? Nel “Beowulf” di Zemeckis a ridestare il sonno del crudele troll ci ha pensato un party particolarmente rumoroso in corso nella reggia di Heorot. Nella politica italiana, invece, a far balzare nuovamente sulle agenzie il nome del leader del Pdci, Oliviero Diliberto, è una kermesse calabrese dalla quale il professore di diritto romano annuncia che è necessario rimettere insieme i comunisti: “Ritengo che dobbiamo far cessare la separazione di dieci anni fa – dice - e tornare insieme in un unico partito, noi e Rifondazione”.
Ma “comunismo” non era “una parola indicibile”? Il copyright di una simile perla è tutto dell’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti che, intervistato nei giorni scorsi da Vespa per il suo nuovo libro ha spiegato: “Se fermi qualcuno per strada e gli dici: io sono comunista, quello non ti capisce”. E allora quali sono i presupposti per un nuovo progetto unitario che leghi le due frange della sinistra radicale? Per Diliberto, in sostanza, “c’é bisogno di un Partito comunista perché non c’é nessun altro che fa opposizione al governo Berlusconi”. Soprattutto sul piano sociale.
E Di Pietro? Casini? Veltroni? Tutti vassalli del Premier? Scopri così che il leader del Pdci ha pensato bene a tutto e ha obiettivi ambiziosi: “I rapporti tra un nuovo Partito comunista (che riunisca Pdci e Prc) ed il Pd, - chiarisce - saranno possibili solo dopo la sconfitta dell’attuale gruppo dirigente del Partito democratico”. Il demonio, insomma, è Walter Veltroni, reo di aver causato “una sconfitta di portata storica” per la Sinistra L’Arcobaleno, messa all’angolo da una semplificazione partitica che ha ridotto, di fatto, lo scontro elettorale, a due sole forze politiche: Pd e Pdl.
Ma un nuovo Pci - fa capire il nostro Diliberto-Grendel - è possibile. Certo, dopo che Walter avrà ripreso la via per l’Africa. Eppure, col consenso che si ritrova al momento (i sondaggi danno il Pd in caduta libera e la colpa non è certo di Parisi), i tempi di attesa non dovrebbero essere poi così lunghi.
Antonio Di Pietro: baubau. Voto + 8. Fausto Bertinotti per definire il peggio di Rifondazione comunista (cioè Ferrero e i suoi) ha detto: “Questi sono peggio di Di Pietro, qui bisogna cominciare a temere per la nostra incolumità fisica, riapriranno tutte le galere”. Francesco Storace per definire il peggio della destra e di se stesso ha detto: “Se Berlusconi insiste, prevarrà il dipietrismo che è in ognuno di noi”. Gli opposti si toccano. Se due come Bertinotti e Storace si esprimono così sull’ex pm, vuol dire che il leader dell’Idv non è poi così male. Se non altro Di Pietro tiene “a bada” entrambi. E i rispettivi compagni e camerati.
Francesco Rutelli: arieccolo. Voto – 8. Dopo l’ennesimo naufragio di una carretta di naufraghi Rutelli ha esclamato: “Ecco, ci risiamo. Il governo va avanti con la politica degli annunci in tv, ma i morti continuano”. Il presidente del Copasir (comitato di controllo sui servizi segreti) ha aggiunto: “Il male sta tutto lì. E’ inutile inseguire chi vende borse contraffatte in via Condotti, se non si colpisce un business che ha quasi superato quello del narcotraffico. Basta con la politica degli annunci del governo, non basta andare in tv, poi bisogna anche fare”. Ottimo e abbondante. Ma dov’era Rutelli negli ultimi 15 anni?

A Chianciano Terme, dove si celebra il congresso di Rifondazione, per un momento si ci è illusi che si potesse ritrovare l’unità in un partito, ormai spaccato in due tra Vendola e Ferrero. E’ accaduto con l’intervento di Fausto Bertinotti che, partendo da quella che ha definito una “sconfitta di portata storica” ha spiegato come “quando un operaio tesserato per la Fiom va a votare Lega non bisogna considerarlo uno sciocco: è un preciso segnale per indicare che è stata tradita un’attesa”.
La sinistra, insomma, secondo Bertinotti deve ripartire dal basso, dalla classe operaia che alle ultime elezioni gli ha voltato la faccia. E così, citando Marx, invita il Prc a ripartire “dalle casematte, dal basso, dalla non delega” per ricostruire un nuovo movimento operaio. Tutti i 630 delegati applaudono ritrovandosi anche nell’attacco al Pd e a Di Pietro: “Oggi non c’è opposizione perchè non c’è la sinistra. Il Pd non ha i fondamenti per essere un partito di opposizione e Di Pietro appartiene ad una cultura della destra”. La standing ovation - riferiscono le agenzie - “durerà cinque minuti”.
Ma si tratta, in realtà, solo di un’illusione. Breve, brevissima. Le divisioni e le inimicizie si faranno risentire, sicuramente, domani quando, nell’ultima giornata del meeting comunista, ai delegati verrà chiesto di esprimere la loro preferenza tra le due mozioni rimaste in piedi. Chi la spunterà tra Paolo Ferrero e Nichi Vendola? Al momento sembra che il governatore della Puglia sia in pole position forte del suo 47,7% di partenza.

Le sconfitte, si sa, non fanno bene. E, in politica, sono quelle “storiche” a spazzar via ideologie, a cancellare partiti, a distruggere leader. Specie nella sinistra. Che pure, di batoste, ne ha prese nella sua lunga storia.
Su tutte, l’avvento del fascismo. Ma anche il ko degli anni 50, con Cgil e Pci messi alle corde e poi, però, capaci di uscire dal tunnel, di riprendersi e diventare protagonisti della vita politica e sociale dell’Italia del 900. Già, si dirà, c’era Togliatti, c’era Di Vittorio. Già.
Ieri è stato Fausto Bertinotti, nel suo primo intervento pubblico dopo la gran botta del 13 aprile, a provare a descrivere “Le ragioni di una sconfitta”. Comunque lo si giudici è il primo tentativo di riflessione “politica” della sinistra dopo l’ultima disfatta elettorale.
Non è mancata l’autocritica nell’analisi dell’ex presidente della Camera, che ha tratteggiato i processi politici e culturali che hanno portato alla sconfitta e alla nascita di una nuova destra che oggi dà vita in Italia a un “regime leggero” con un parlamento “a-politico”, il sindacato non più autonomo ma “istituzione fra le istituzioni”. L’ex leader di Rifondazione dice che “c’è stato un vuoto della politica e nel vuoto si produce un veleno che inquina i pozzi”.
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Continua la nostra rubrica dedicata ai desaparecidos del Parlamento Italiano. Dopo esserci chiesti che fine avesse fatto Alfonso Pecoraro Scanio (e aver generato un bel dibattito grazie a voi) oggi ci occupiamo dell’ex-leader della Sinistra Arcobaleno. L’ultima immagine di Fausto Bertinotti è quella, quasi in lacrime, in cui dice addio agli incarichi di direzione politica:
La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta […] Lascio ruoli di direzione, farò il militante. Un atto di onestà intellettuale impone di riconoscere questa sconfitta come netta, dalle proporzioni impreviste che la rendono anche più ampia”.
Salutava così uno dei Parlamentari più rappresentativi della Sinistra italiana, e insieme a lui salutavano anche Rifondazione Comunista e il nuovo soggetto della Sinistra Arcobaleno. Se questi saluti siano degli addii o degli arrivederci è ancora presto per dirlo. Bertinotti intanto pare essersi abbastanza defilato, assente dai grandi “salotti” televisivi e perfino dai giornali, come fa notare un articolo de “La stampa” di ieri…
Giorgio Napolitano: baluardo. Voto + 10. Un grido, un appello, un ordine quello del capo dello Stato celebrando il Primo Maggio: “Basta morti nei luoghi di lavoro, basta croci nelle fabbriche, basta funerali dicendo mai più”. Dal primo gennaio di quest’anno 301 i morti nei luoghi di lavoro, 270 mila infortuni (solo in aprile morti 69 lavoratori e altri 57 mila infortunati). Un record negativo di 3-4 morti al giorno che pone l’Italia all’ultimo posto in Europa. E’ quasi guerra. Anzi, è guerra.
Fausto Bertinotti: boomerang. Voto – 9. Nella sua Torino, nel suo primo giorno da ex presidente della Camera Bertinotti è stato rumorosamente contestato dai giovani dei centri sociali, gli stessi che hanno poi bruciato le bandiere di Israele con la stella di David e degli Usa. L’ex leader di Rifondazione è stato costretto ad abbandonare il corteo del Primo Maggio. La storia si ripete. Boomerang. Chi di spada colpisce di spada perisce. Squadracce rosse e squadracce nere pari sono.
Tradizionalmente, il 1° Maggio si consuma un gigantesco rito collettivo, la festa dei lavoratori, ma soprattutto, per i più giovani, il “concertone”. The great gig in the sky at Piazza San Giovanni. L’appuntamento musicale della festa dei lavoratori è tradizionalmente un momento di espressione politica molto seguito: chi non ricorda le frasi di Andrea Rivera sul Vaticano e sulla Chiesa Cattolica? Comunque, il video qui sopra è un utile ripasso.
Questo Primo Maggio sarà una festa amara per il popolo della sinistra. La sconfitta del 13-14 Aprile e la catastrofe delle elezioni amministrative stanno imprimendo un segno profondissimo nell’animo di quanti solo un paio di anni fa si sentivano (seppur di poco) maggioranza nel paese. Le cose sono evidentemente cambiate.
Chiamatela pure faida interna - se volete - quella che si è consumata ieri a Roma nell’ambito del Consiglio politico nazionale di Rifondazione Comunista chiamato a riflettere, dopo l’esito delle politiche, sul suo futuro.
Ne è uscito un partito a pezzi, frazionato in piccole correnti pronte a darsi battaglia nel congresso di luglio (dal 17-20). A trainare Rifondazione al grande evento, sarà così un comitato di garanzia scelto attraverso il voto di una mozione.
A spuntarla è il ministro uscente della solidarietà sociale Paolo Ferrero che in tandem con l’area di “Essere comunisti” incassa ben 98 consensi contro i 70 del segretario Franco Giordano che, prendendo atto, di una nuova sconfitta a fine serata rassegna le dimissioni: “Compagni, - dice con le lacrime agli occhi - questa è l’ultima volta che chiudo un comitato politico, il sipario sta per calare”. Poi, l’abbraccio (lunghissimo, raccontano i presenti) con Nichi Vendola, attuale governatore della Puglia.