Come volevasi dimostrare. Alla faccia delle tematiche territoriali (e del federalismo), Silvio Berlusconi, nella odierna conferenza stampa in via dell’Umiltà, detta la “linea” sulle prossime elezioni di fine marzo: “Queste regionali sono elezioni nazionali”. E chi ne dubitava?
Il bello (si fa per dire) è che accanto al Premier stavano in bella posa le candidate (“belle e gradevoli”, a detta del SuperCav.) a governatore del centro destra: Renata Polverini (Lazio), Monica Faenzi (Toscana), Fiammetta Modena (Umbria).
Insomma, ancora una volta, Berlusconi chiama gli italiani a votare per “lui”. Con liste piene di “impresentabili” e con le varie bufere in corso, il padre/padrone del Pdl e del Governo, in forte difficoltà e calo nei sondaggi, ci mette la propria faccia, a mo’ di “usa e getta”.
Se invece dovesse arrivare una scoppola (Dio non voglia) per il Pdl, Berlusconi darà la colpa ai candidati (e candidate). E ai comunisti.
Non a Bersani, ieri al Tg4 con Emilio Fede e poi, tirato a lucido, al Festival di San Remo (dove sta il popolo, dicitur …). E Guido Bertolaso non si “schioda”. Ordine del capo.
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Dei 23 Ministri dell’attuale Governo ben 3 saranno impegnati, ad oggi, per il prossimo appuntamento elettorale. Dopo la candidatura di Luca Zaia, alla presidenza della Regione Veneto, e di Renato Brunetta, per diventare sindaco di Venezia, anche Mara Carfagna parteciperà alle prossime elezioni.
Anche lei parteciperà alle elezioni regionali della Campania, dalle quali è stato allontanato Nicola Cosentino per lo scalpore mediatico che fece a suo tempo la sua vicenda riconducibile al clan dei Casalesi.
Secondo quanto dichiarato dallo stesso Ministro a La Stampa il suo impegno dovrebbe limitarsi, in caso di vittoria del PdL, al consiglio regionale sicché in Italia, fino ad oggi, è vietato per un Ministro del Governo italiano essere anche il Presidente di una regione tanto che nel caso Luca Zaia vincesse la Lega Nord ha già selezionato un degno sostituto per non perdere il Ministero.
Continua a leggere: Elezioni Regionali 2010. Mara Carfagna candidata in Campania
C’è il governo dell’”amore” che nel 21010, tra balzelli e rincari, toglie 600 euro a famiglia e c’è il governo del “fare”, con l’assalto alle autonomie locali.
Le forbici dell’esecutivo, con un vero e proprio atto d’imperio, tagliano la democrazia: taglio di risorse, taglio di consiglieri, taglio di assessori. Per risparmiare 13 milioni nel 2010, si sferra un duro colpo alla democrazia.
I comuni più colpiti dall’accetta del ministro “centralista” leghista Roberto Calderoli sono tremila ( ma almeno ottomila subiranno conseguenze): un colpo secco al numero dei consiglieri comunali, decapitate le circoscrizioni (quando furono introdotte negli anni ’70 si parlò della democrazia dei … “soviet”!) e i difensori civici. Per le comunità montane sarà la fine.
Un risparmio risibile che colpisce i cittadini, i quali perdono i principali e più vicini punti di riferimento istituzionale. Il falso federalismo smantella in modo centralistico, da Roma, le maglie di base che formano la catena della democrazia, il cardine della partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale.
Una nuova “porcata” che inciderà pesantemente sulla rappresentanza democratica: i consigli con 40 componenti, scenderanno a 32, quelli con 30 a 24, togliendo ogni spazio ai gruppi minori (per lo più a sinistra) e alle liste locali.

Si parla da molto tempo della cosiddetta questione meridionale, e noi di polisblog ne abbiamo già accennato in tempi non sospetti, ma questa volta sembra che si cominci a fare sul serio.
Il problema è sempre la stesso: Roma trova i soldi per gli Enti “spreconi” che solitamente sono al sud e taglia i fondi a quelli più diligenti e rispettosi delle regole, che guarda caso sono al nord.
“Venerdì ci riuniremo con i Sindaci di Lombardia, Veneto, Piemonte e Friuli e decideremo come reagire” ha commentato il neo Presidente dell’Anci Lombardia e Sindaco di Varese, Attilio Fontana.
Continua a leggere: Comuni del nord in allarme: così salta il federalismo

Ieri si sono tenute - dopo una campagna elettorale da molti definita noiosa - le elezioni federali tedesche. Chi ha vinto? Un po’ tutti: la CDU, che è riuscita a contenere le perdite. La sinistra radicale (Linke) e i Verdi, che hanno cannibalizzato i socialdemocratici. Ma sopratutto i liberali della FDP di Guido Westerwelle, che vedete nella foto qua sopra.
Lo scenario più probabile è ora il seguente: Angela Merkel rimane cancelliere, ma sostituisce la grande coalizione con la SPD (i veri sconfitti, con un tracollo di oltre 10 punti) ad una più tradizionale alleanza con i liberali, il cui leader ambisce alla carica di ministro degli esteri.
C’è da aspettarsi una rivoluzione nella politica del più popoloso stato dell’Unione Europea? Non proprio. Ci sono infatti vari motivi - insiti nella struttura istituzionale tedesca - che rendono improbabili grossi cambiamenti. Vediamo perchè.
Continua a leggere: Risultati elezioni in Germania 2009: un commento

L’ultima trovata del Popolo della libertà e del suo condottiero rischia di riaprire tutti i giochi e di rimettere in discussione le strategie per le Regionali del marzo 2010. Da martedì sarà in discussione alla Commissione Affari costituzionali della Camera la proposta di legge firmata da Giuseppe Calderisi per introdurre la soglia di sbarramento del 4% anche nelle Regioni, procedendo così con il sistema di “semplificazione politica” che ha già portato all’eliminazione di varie forze politiche dal Parlamento Europeo e da quello nazionale.
Il dubbio sulla possibilità di regolamentare con legge nazionale una questione come le regole elettorali regionali sembra già stato accantonato e i lavori verranno adeguatamene spinti per arrivare all’approvazione in tempi rapidi, in modo da poter applicare il nuovo sistema già alle Regionali 2010.
Oltre ad essere di difficile comprensione l’urgenza e la necessità di questo provvedimento (non si capisce quali sarebbero in Italia le Regioni che hanno problemi di governabilità legati ai piccoli partiti, soprattutto in un quadro di regole per le quali il Presidente viene eletto direttamente e le sue eventuali dimissioni provocano lo scioglimento del Consiglio regionale) non si riesce a leggere questa norma nell’ottica dello sbandierato federalismo. L’unica spiegazione potrebbe invece riguardare l’esigenza del Pdl (ma anche del Pd) di mettere con le spalle al muro ogni sorta di alleato riottoso (Udc, Prc, Sinistra e libertà, Idv, la Destra…), costringendolo a scegliere tra un’alleanza a qualsiasi costo e la sparizione dai Consigli regionali.
Foto | Flickr
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Lo sviluppo della banda larga, come spiegato nelle scorse settimane, ha avuto l’ennesima battuta d’arresto. Lo stop sarebbe stato causato dal discutibile piano del Sud su cui sarebbero stati dirottati i fondi destinati per la realizzazione di questa specifica cablatura.
Ad oggi il Governo non si è ancora espresso ufficialmente sull’evoluzione di questo tipo di investimento malgrado la lacuna, di questo si tratta, che potrebbe essere colmata dalle singole regioni.
La Regione Marche ha infatti stanziato altri 4 milioni di euro per il potenziamento della banda larga nella zone urbane. Secondo quanto dichiarato dall’assessore Paolo Petrini l’investimento è stato ipotizzato per migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei marchigiani.
Continua a leggere: Banda larga: dove non arriva lo Stato ci pensano le Regioni
La “manfrina” sulle gabbie salariali ha due obiettivi di fondo.
Innanzi tutto è un’altra bandierina che la Lega vuole piantare, a dimostrazione della validità e della incisività del proprio ruolo. Ancora di più è un nuovo chiodo conficcato nel costato del governo, l’ennesima spada di Damocle puntata sul capo di Berlusconi.
Insomma, Bossi alza la voce e il tiro su una determinata questione, soprattutto per fare “bella figura” verso il suo elettorato e giocare al più uno nelle richieste (ricatti?) al premier.
In pratica la Lega Nord prosegue imperterrita nella sua politica tesa alla secessione politica, economica e culturale. Si vuole dividere l’Italia con un nuovo “federalismo degli egoismi”.
Il problema dei salari non lo si affronta tornando a 50 anni indietro, ma con un nuovo sistema contrattuale legato a criteri di professionalità, produttività e merito. E questo vale per il Nord che per il Sud.
Il giochino è vecchio: dare un euro in più ai (pochi) lavoratori “privilegiati” e togliere 100/200 euro ai (tanti) lavoratori da mille euro al mese. Dividere i lavoratori per “usare” la guerra fra poveri.
Perché il solerte Roberto Calderoli non fa l’elenco delle aziende (specie al Nord) che a settembre non riapriranno? E Bossi non alza il suo dito minaccioso per illuminarci sul “che fare”?
Intanto, a Milano, gli operai della Insse smantellata, si sono appollaiati sulla gru e chiedono l’intervento di Berlusconi. Sta’ a vedere che alla fine in “gabbia” ci finisce Bossi!

Se ne è parlato per mesi, anzi per anni, ma loro, le Province, sono ancora lì.
Forse, però, questa volta ancora per poco, visto che il Ddl in materia di federalismo fiscale - che rappresenta il naturale completamento della legge già approvata -, prevede, oltre a “sforbiciate” varie nella pubblica amministrazione (soppressione di difensori civici, di consorzi, di comunità montane ecc.), una “razionalizzazione” anche delle Province.
Certo, adesso non si parla più di “soppressione” come promesso in campagna elettorale, bensì di semplice “razionalizzazione” ma è già qualcosa, visto che, se il vocabolario non mente, il termine letteralmente significa “organizzazione di un servizio o di un ufficio secondo criteri di funzionalità, praticità, efficienza e redditività”. Non è molto ma è meglio di niente!
Il fuoco cova sotto la cenere. Dalle urne potrebbe scaturire qualche sorpresa. La bonaccia è solo apparente.
Specie al Nord, dove nel Pdl c’è insoddisfazione e c’è maretta per l’invadenza e l’appetito di poltrone della Lega che, sempre più, mescola potere e demagogia.
Berlusconi è accusato dai “suoi” per avere consegnato a Bossi le chiavi della politica nazionale (basta pensare alle scelte sui nodi centrali dell’immigrazione, della sicurezza, del federalismo ecc.) e di cedere ai suoi ricatti sul territorio.
L’alleanza con la Lega si basava sulla sua natura territoriale. Ma oggi il partito di Bossi, con liste in tutta Italia, è diventato realtà nazionale. Ed è questo che preoccupa i quadri e la base del Pdl e scuote la politica.
Il voto del 6 e 7 giugno aprirà fra Pdl e Lega un contenzioso difficilmente risanabile, con possibili ripercussioni deflagranti sulla maggioranza di governo.
Bossi ha già pronta la (lunga) lista delle richieste alle quali Berlusconi è costretto a dire sì.
La vicenda della regione Veneto già “destinata” alla Lega a tavolino per un vergognoso e scandaloso scambio di potere, è emblematica.
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