Va in onda in Parlamento, oramai senza interruzione, l’Italia della rissa continua. Anche oggi, nuova gazzarra in Aula (e fuori), con grida, fischi, insulti, lancio di giornali persino contro il presidente Fini, ministri che buttano in faccia ai deputati il loro tesserino.
Lo spettacolo che ci regala questo parlamento non è degno di nessun paese democratico e non è degno dell’Italia della prima Repubblica. Sembra di assistere a una telenovela di quart’ordine di un Paese di quart’ordine. Invece è reality vero, scene disgustose che portano a vergognarsi di essere italiani.
Ma, in questa povera Italia ridotta a curva sud, a scene da Bud Spencer prima maniera, c’è più un italiano capace di indignarsi? I cosiddetti sit in, sono anch’essi delle messe in scena salottiere. E comunque la protesta, anche quella in Piazza Montecitorio, è legittima. Solo la violenza, qualsiasi atto di violenza, è inaccettabile, va isolato e colpito.
Per ora, la violenza è quella degli occhi torbidi del ministro La Russa e dei suoi gesti sconsiderati. La maggioranza, con la calma, sta perdendo anche la testa: oramai in piena crisi di nervi.
Ma, a dire il vero, l’isterismo è trasversale, domina da una parte e dall’altra. Alla fin fine, a rimanere … in mutande è sempre il Pd, diviso sul da farsi. Ultimo atto, quello del vice presidente del Senato Vannino Chti che ha bacchetta Rosy Bindi dopo la sua proposta dell’uscita dei parlamentari del Pd dall’aula a seguito dello scontro sul processo breve. Avanti così.
Può fare piacere o dispiacere ma la realtà, seppur in fibrillazione permanente, segna il rafforzamento (pro tempore?) di Silvio Berlusconi e della sua maggioranza, data a quota 320.
Con lo smottamento di Fli, a rimetterci, più del Pd costretto a rientrare nel proprio sguarnito fortino, è soprattutto il Terzo Polo. Concepito precipitosamente e controvoglia (rifiuto dei concezionali …) e nato male e cresciuto peggio, dato troppo ottimisticamente come nuova forza politica decisiva addirittura sul 20% dai sondaggi, oggi Fini, Casini (e Rutelli) raccolgono solo un pugno di mosche.
Il tanto annunciato e decantato “Primo polo” è abortito prima di diventare neppure “Terzo polo”. Qualche spunto positivo, ma troppi stop and go, troppe incertezze, troppo politichese: quasi il peggio della prima repubblica più il peggio della seconda.
L’unica proposta politica, quella della Santa alleanza da Fini a Vendola, è stata catastrofica: un cartello obsoleto dell’antiberlusconismo, un pastrocchio inutile, quindi irrealizzabile e irrealizzato.
Incredibile ma vero: nella crisi più acuta di Berlusconi, i suoi avversari vanno ko senza neppure aver iniziato la battaglia. Tutto da rifare? Probabilmente sì. Il quadro è desolante. E non saranno le proteste, almeno le proteste di piazza viste fin qui, a cambiarlo.
I deputati come escort, voltagabbana per vocazione e interessi privati, non sono altro che lo specchio di questa politica e di questi politici. Ma Fini, Casini e Rutelli, pur nella loro diversità e diversi dal Cavaliere, sono frutti della stessa mala pianta.
Il Terzo polo è già squagliato, il Pd vivacchia nelle nebbie del centro Italia, il Cavaliere fa gli interessi suoi. Dov’è la politica? Tabula rasa.
C’è la partitocrazia senza partiti, ci sono magistrati, comici, conduttori Tv, (oltre a mercenari ed accattoni, veline, puttane, criccaroli e lestofanti vari) che hanno sostituito i politici con la “p” maiuscola. Trionfa l’aurea “mediocritas” della politica. E’ l’Italietta, bellezza!
Le precisazioni del Vaticano per ridimensionare gli entusiastici commenti di Silvio Berlusconi sull’incontro di venerdì scorso a Villa Borromeo tra Italia e Santa Sede in occasione della cerimonia per i Patti Lateranensi lasciano il tempo che trovano.
Il presidente della Cei Bagnasco ha parlato di”Incontro di prassi”. Ma la soddisfazione del premier non era campata in aria. Perché la cerimonia per i Patti Lateranensi di venerdì è stata preceduta (prima che giungesse il presidente Napolitano) da un incontro riservato tra Silvio Berlusconi e Tarcisio Bertone che ha chiesto (e subito ottenuto dal capo del governo) garanzie su legge del “fine vita”, adozione dei single, soldi alle scuole cattoliche, crocefisso.
Quindi, se è vero che il Cardinale Bagnasco era visibilmente imbarazzato nel sedere accanto a un premier gravato dal Ruby-gate e dalle conseguenti vicende giudiziarie, è altrettanto vero che a prevalere è stato il secolare realismo e il fattivo pragmatismo della Chiesa in un proficuo “do ut des”.
Berlusconi ha ottenuto il riconoscimento di essere il “legittimo” capo del governo e il Vaticano, in cambio, ha … “battuto moneta”, riempiendosi poi le ampie tasche. In definitiva anche la Chiesa fa politica (e che ne dubitava!) e constata, se pur non entusiasticamente, che chi comanda è Berlusconi e che oggi alternative credibili non ce ne sono.
La critica del Vaticano riguarda tutti: in particolare Fini, che ha nominato un radicale ateo e anticlericale come Benedetto Della Vedova a capogruppo alla Camera; Casini, troppo debole, il quale ha comunque fatto sapere di essere stato molto contrariato dalla nomina di Della Vedova; soprattutto il Pd, che subisce Vendola, un gay, o lancia la Bindi, che è cattolica come lo era Prodi: quei cattolici che la domenica vanno a messa, certo, ma che poi sponorizzano leggi come i Pacs o i Dico. Questo pensano oltre Tevere.
Ecco perché, sulla sponda sinistra del fiume dalle bionde acque, il Cavaliere può lisciarsi la folta chioma e, davanti allo specchio, ribadire il più stoico (e paradossale) “Ghe pensi mi”.
L’ex “enfant prodige” del Pd, Dario Franceschini, chiarisce meglio di Pier Luigi Bersani lo status di un partito con poche idee ma confuse.
“L’importante – chiosa l’ex segretario – è far cadere Berlusconi. Eliminata l’anomalia, sarà possibile anche un governo di centrodestra con un’altra persona, con il Pd sempre all’opposizione”. Capito?
Sarebbe questa la linea di attacco di fronte alla bufera giudiziaria che batte sul capo del Cavaliere e ai rischi che corre la democrazia in Italia? Il Partito democratico getta la maschera e si scopre per quello che è: senza linea politica, senza leadership, senza spina dorsale e pelo sullo stomaco.
E’ un partito che … “propone” le elezioni anticipate ma non le vuole perché teme una debacle che lo cancellerebbe, mandando a caso l’intero gruppo dirigente. Franceschini, poi, rivendica la primogenità della “alleanza costituente”, cioè una ammucchiata contro il Cavaliere, per chiudere con un colpo di spugna (elettorale) il berlusconismo.
Ma è una linea davvero fattibile, con il Pd diviso e ondivago (addirittura inseguendo persino la Lega), con Fli sbriciolato, con l’Udc “indisponibile”, con la sinistra di traverso o assente?
La verità è che né il Pd né le opposizioni sono oggi in grado di aprire una crisi in Parlamento e una crisi nel Paese. Insomma, non pare proprio che sia pronta un’alternativa credibile (politica e di governo) a Berlusconi e alla sua maggioranza (di nuovo in crescita). In questo quadro, le manifestazioni di piazza “spontanee” rischiano l’assuefazione sociale e il boomerang politico.
A proposito, dov’è il Terzo Polo nato nel vernissage di Todi 20 giorni fa? Paradossale o sconcertante, il premier, invece di piegarsi e indebolirsi, si rafforza proprio nel momento in cui i suoi “nemici” già godevano certi dell’estrema unzione.
Se Fini continua a perdere pezzi e il Terzo Polo perde appeal e cala nei consensi, Berlusconi (certo di vincere anche al Senato) risfodera subito l’arma delle urne: a quel punto nessuno può più fermarlo. Anche per la corsa verso il Quirinale.
Nel marasma in cui vive il Paese, due cose sono certe. La prima è che ovunque in Occidente un premier indagato per prostituzione minorile e (anche) concussione si sarebbe dimesso e difeso in tribunale. La seconda è che Silvio Berlusconi, non si dimette e non si dimetterà.
Ciò detto, il resto, tutto il resto, è da scrivere. Che farà adesso il Cavaliere? Che faranno adesso le opposizioni? Come reagiranno gli italiani?
Il premier, che non andrà il 6 aprile in tribunale a Milano (e non ci andrà forse mai, per gli stratagemmi che useranno i suoi avvocati, consentiti dal particolare status dell’imputato) è indeciso: o fare orecchie da mercante, “resistere” a oltranza e blindarsi nel fortino di Palazzo Chigi con la corte delle cricche e dei parassiti confidando nella maggioranza (comprata) parlamentare; o dimettersi subito e giocarsi il tutto per tutto chiamando il popolo alle urne. Tertium non datur.
Sull’altro fronte, Bersani, Fini, Casini & amici e compagni, pestando l’acqua col mortaio, rischiano il logoramento, un vero e proprio boomerang. Il Cavaliere è grande incassatore ed è formidabile nei recuperi, dargli tempo significa offrirgli scappatoie sul piano politico per “resuscitare”. Allora?
Le opposizioni, stando a rimorchio dell’agenda del tribunale di Milano, rimarranno con un pugno di foglie secche. Sono in grado di impostare tutti uniti un immediato piano “straordinario” di “emergenza”, giocare le carte pesanti e mettere in campo tutto, fino alle riserve? Come?
Operando contemporaneamente su due piani, nel Palazzo e nelle piazze: dimettersi tutti dal Parlamento e chiamare il popolo a dire la sua, in piazza e poi nelle urne.
Se gli italiani non ci stanno, si tengano Berlusconi. Se Bersani, Fini, Casini ecc. si fanno prendere dalla “cacarella” da fifa, tornino nei salotti televisivi a chiedere le dimissioni del premier.
Che ci pensa poi lui, il Cav, a governare. E gli italiani a “pernacchiarli” (tutti).
Silvio Berlusconi ha perso il dono del “fiuto”, non capisce cosa sta succedendo nel Paese, e perché. E’ autolesionismo politico e (anche) personale proseguire nella logica del toro contro il drappo rosso, delle invettive contro tutti e contro tutto.
Il premier accumula errori su errori, l’ultimo quello di seguire isteriche “comari” (inventate esponenti politico-istituzionali), denigrando e non riconoscendo il peso e il segnale che viene dalle manifestazioni delle donne.
In Italia spira sempre più forte un vento contro una “certa” politica e anche un “certo” modo di vivere e di lavorare. Al di là dei sondaggi, comunque in costante discesa per premier, governo e maggioranza, c’è un crescente sentimento di scontento e di volontà di girare pagina.
Sicuramente questo è oramai lo status della maggioranza degli italiani. Si tratta di sapere se questo sentimento si traduce in volontà politica contro Berlusconi e il suo governo: la verifica sta solo nelle urne. I nodi stanno venendo al pettine. Berlusconi è “imbalsamato”, incapace di dare il colpo d’ala.
Gli errori non si contano più e denotano una forte incapacità politica: dall’espulsione di Fini (con la perdita di 40 deputati), alla compravendita di parlamentari poco presentabili e inconsistenti elettoralmente, dal “no” a Fini e Casini per aprire la crisi e rifare un nuovo forte governo e una nuova forte maggioranza di centrodestra alla guerra contro tutti i poteri dello Stato, dalle serate “allegre” (i tribunali diranno se penalmente perseguibili) alla scandalosa e inaccettabile nomina nelle istituzioni di ruffiani, criccaroli, escort, veline e affini, dalle giravolte sulla crisi economica (non c’è-c’è) alla traballante azione del governo e totale assenza legislativa del Parlamento.
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Il Financial Times scrive che “Sarebbe un bene per l’Italia se Berlusconi si dimettesse” e lui, il Cav. ci pensa davvero. E’ vero, continua a “insolentire” chi non la pensa come lui e chi va in piazza a dargli contro.
Ma per non gettare la spugna definitivamente il premier pensa davvero alla svolta. Non è una inversione a “U”, è solamente un tornare al passato, cioè alla vecchia idea di dimettersi per chiamare il popolo sovrano e andare subito alle urne.
A tutti i suoi, in privato, Berlusconi dice che così non si può andare avanti e che la situazione, magistrati a parte, non regge. Il fronte è sempre più largo e profondo e i “nemici” sempre più numerosi e agguerriti.
Perché la proposta del ministro Maroni delle elezioni amministrative il 15 maggio non è stata mai formalizzata in un Cdm? Perché la situazione è stata messa in stand-by e ora si pensa all’election-day, amministrative e politiche insieme, a fine maggio.
Con gran gaudio di Bossi. E’ l’ultima carta di Berlusconi? Sicuramente è l’ultima battaglia. Veh victis!
Di certo a Silvio Berlusconi, Pierferdinando Casini, con quel dondolare da democristiano che non si sa mai se “ci è o ci fa”, non è mai stato simpatico.
Anzi, da quando l’antico sodalizio governativo si è sciolto e il leader dell’Udc ha collocato la sua bottega nella “terra di mezzo” equidistante fra i due poli, il Cavaliere ha sferrato colpi su colpi, definendo Casini (insieme a Fini) uno che quand’era alleato sabotava il governo. Traditore e sabotatore, non proprio un complimento.
Adesso, però, nella morsa del Ruby-gate, il premier, ascoltando Casini a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, sicuramente ha toccato, scaramanticamente, i propri … gioielli di famiglia. Perché questa “premura”?
Sentite che ha detto Pierferdy in tv: “Silvio Berlusconi per me e’ innocente, ma si spieghi o nessuno credera’ che e’ innocente”.
Casini ripetè la stessa frase a difesa dell’amico Totò Cuffaro, il quale, condannato a sette anni, da oltre una settimana vive a Rebibbia, dietro le sbarre. Come dire: dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io…
Non sono le grida dei rivoltosi egiziani anti Mubarak a scuotere il Belpaese. Assuefatti alle fiction, gli italiani assistono alle drammatiche vicende d’oltre mare come spettatori assenti davanti alla tv.
Nello “Stivale”, a dominare sono il vociare insulso dei politici, per lo più “inventati” e fatti con lo stampino, e un polverone che confonde e annulla tutto e il contrario di tutto. Così l’Italia è ferma nella palude.
Una domanda: c’è qualcuno che sa dire che cosa sta facendo il Parlamento? Dov’è finita la sua funzione di mediazione e risoluzione dei conflitti politici? Dov’è finita la sua funzione legislativa e di controllo? Nessuno vede, nessuno sente. Paralisi.
Dice bene l’ex presidente della Camera Violante: “La legge elettorale ha spaccato il Parlamento in due parti, una caudataria del governo, l’altra dell’opposizione”. E non sono i due presidenti, Fini e Schifani l’espressione eclatante di questa divisione politica e di questa crisi istituzionale?
Non è questa l’emergenza democratica presidente D’Alema? All’ex premier, unica mente pensante del Pd, va almeno dato il merito di aver tirato fuori un’idea. Ma su quali basi programmatiche si costruisce la “santa” alleanza, il nuovo Cln proposto dal lider Maximo? Il “tutti uniti contro Berlusconi” rischia di essere una lancia spuntata.
La priorità è la riqualificazione della politica. Ma chi può scagliare la prima pietra per la riqualificazione della politica, malata alla radice e che riguarda tutti i politici e tutti i partiti? La tabula rasa o, come si dice oggi, la “rottamazione” totale è il solito refrain di voler cambiare tutto per non cambiare niente. Ma la scossa va data.
D’Alema ha lanciato un sasso. Ma l’alternativa senza programma è costruita sulla sabbia. E non basterà Berlusconi a cementare un fronte da Fini a Vendola, una rissosa rosa di Sant’Antonio composta da ex fascisti, ex comunisti, ex democristiani, ex socialisti. E’ questa la via d’uscita? O è solo un pateracchio?
Sono in molti ad avere voltato pagina sbrigativamente sul caso Cuffaro che, chiusa la vicenda giudiziaria, lascia però aperta quella politica.
Cuffaro (ex Dc, ex Ppi, ex Cdu, ex Udeur con 89.471 voti alle europee del 1999) non era un semplice “passacarte”: da oltre 30 anni impegnato in politica, per molti anni è stato uno dei massimi protagonisti della vita politica siciliana con ripercussioni e risvolti nei palazzi romani.
Quindi gli strascichi riguardano l’Udc e i suoi vertici. Si sa che il partito centrista scudocrociato deve il superamento del quorum e quindi la sua permanenza in Parlamento grazie alla dote elettorale di Totò Cuffaro, il quale, per quei voti, aveva un peso e un ruolo di primissimo piano nell’Udc, tanto da ricoprire (2005) la carica di vice segretario nazionale nazionale, oltre al seggio di Senatore.
Ora l’ex governatore della Sicilia è in carcere perché condannato definitivamente a sette anni per favoreggiamento della mafia e rivelazione di segreto istruttorio.
Pierferdinando Casini in passato ha sempre difeso strenuamente Cuffaro : “Totò è un perseguitato dai giudici” e oggi cerca di arrampicarsi sugli specchi con il pilatesco: “Ho fiducia nella magistratura, ho fiducia in Cuffaro”.
Addirittura il segretario dell’Udc Cesa ribadisce ancora: “Sono sempre stato convinto dell’innocenza di Cuffaro e dell’assenza di qualsiasi legame tra lui e la mafia”.
A che gioco giochiamo? Non si vuole qui ricordare l’adagio: “Dimmi con chi vai, ti dirò chi sei”, ma Casini ha il dovere politico di riconoscere il peso avuto da Cuffaro nell’Udc, senza il quale, va ribadito, l’ex pupillo di Arnaldo Forlani non siederebbe oggi sui banchi di Montecitorio.
Sia che lo riconosca, sia (ancor peggio) che non lo riconosca, a Casini si aprirebbe una sola strada: quella delle dimissioni.