Sono in molti ad avere voltato pagina sbrigativamente sul caso Cuffaro che, chiusa la vicenda giudiziaria, lascia però aperta quella politica.
Cuffaro (ex Dc, ex Ppi, ex Cdu, ex Udeur con 89.471 voti alle europee del 1999) non era un semplice “passacarte”: da oltre 30 anni impegnato in politica, per molti anni è stato uno dei massimi protagonisti della vita politica siciliana con ripercussioni e risvolti nei palazzi romani.
Quindi gli strascichi riguardano l’Udc e i suoi vertici. Si sa che il partito centrista scudocrociato deve il superamento del quorum e quindi la sua permanenza in Parlamento grazie alla dote elettorale di Totò Cuffaro, il quale, per quei voti, aveva un peso e un ruolo di primissimo piano nell’Udc, tanto da ricoprire (2005) la carica di vice segretario nazionale nazionale, oltre al seggio di Senatore.
Ora l’ex governatore della Sicilia è in carcere perché condannato definitivamente a sette anni per favoreggiamento della mafia e rivelazione di segreto istruttorio.
Pierferdinando Casini in passato ha sempre difeso strenuamente Cuffaro : “Totò è un perseguitato dai giudici” e oggi cerca di arrampicarsi sugli specchi con il pilatesco: “Ho fiducia nella magistratura, ho fiducia in Cuffaro”.
Addirittura il segretario dell’Udc Cesa ribadisce ancora: “Sono sempre stato convinto dell’innocenza di Cuffaro e dell’assenza di qualsiasi legame tra lui e la mafia”.
A che gioco giochiamo? Non si vuole qui ricordare l’adagio: “Dimmi con chi vai, ti dirò chi sei”, ma Casini ha il dovere politico di riconoscere il peso avuto da Cuffaro nell’Udc, senza il quale, va ribadito, l’ex pupillo di Arnaldo Forlani non siederebbe oggi sui banchi di Montecitorio.
Sia che lo riconosca, sia (ancor peggio) che non lo riconosca, a Casini si aprirebbe una sola strada: quella delle dimissioni.
Più o meno ovunque, nel mondo, si chiedono se in Italia è finzione o realtà quel che sta accadendo. In effetti, se lo stanno chiedendo anche gli italiani.
L’immagine internazionale dell’Italia è al lumicino e si profila uno scontro fra poteri dello Stato devastante. Forse mai come in questi giorni è emerso il vero “status” (miserrimo) del Belpaese. I guai vengono da molto lontano, ma restando alla seconda Repubblica, si sta raccogliendo ciò che si è seminato e voluto con le urne.
Silvio Berlusconi è al potere da tre lustri, non è venuto dalla Luna e non si è insediato a Palazzo Chigi con i carri armati. Una parte (minoritaria elettoralmente) lo ha prima sottovalutato e poi demonizzato. L’altra parte (maggioranza) lo ha prima adulato e poi accettato come il male minore.
Il risultato è che in meno di 20 anni Berlusconi ha fatto il bello e cattivo tempo, incapace di riformare il Paese; le opposizioni di centrosinistra hanno fallito nell’opera di governo e l’Italia si è avvitata in un buco nero.
Berlusconi vuole una giustizia a proprio uso e consumo, arrogandosi addirittura il diritto di stabilire lui la competenza territoriale e addirittura scegliendosi il collegio - magistratura ordinaria o Tribunale dei ministri a seconda della convenienza – da cui essere giudicato.
Ma anche nelle procure c’è chi intende sostituirsi alla politica delegittimando il responso elettorale.
Poi va in onda il gran balletto degli ipocriti, compresi Fini e Casini il quale poche ore fa chiede la testa del premier fino a poche ore prima indicato come (confermato) leader di un nuovo esecutivo con l’Udc dentro. A che gioco giochiamo?
Bersani&D’Alema: salami&salamecchi. Voto 4. Il segretario del Pd non chiede il voto ma le dimissioni di Berlusconi e Baffino invita il premier al Copasir. Rivoluzione con tea e pasticcini.
Fini&Casini: salamoni&mortadelle. Voto 4. Il leader di Fli in privato dice che “Qui finisce come Ben Ali” e il leader dell’Udc chiede al Cav. di fare karachiri. Cavoli a merenda. E B si diverte.
Non è vero che dopo Natale i regali non sono ben accetti. Basta pensare ai pm della procura di Milano che, ad alberello e presepio già smontati, hanno sciolto il nastro e riaperto il pacchetto con dentro il confettino di Ruby.
Alla canna del gas il Pd, e sperduti nelle nebbie di fondo inverno quelli del Terzo Polo, il Ruby-gate è giunto come il più bel raggio di primavera per Bersani, Fini, Casini, Ruteli & C, usciti con le ossa rotte dal fallito blitz alla Camera del 14 dicembre.
Le opposizioni tornano così a sperare nell’aiutino dei tribunali e sognando la “decapitazione” politica di Berlusconi per via giudiziaria.
A dire il vero, Bersani, Fini, Casini farebbero meglio a prendersi una bella e lunga vacanza ai Caraibi e affidare esclusivamente alla Boccassini e ai suoi colleghi della procura milanese il futuro della politica italiana.
Fin ora sia il Pd che il cosiddetto terzo Polo hanno solamente accumulato una caterva di errori, veri e propri flop politici che hanno tolto ogni credibilità di alternativa a Berlusconi e a questo governo.
Il pur sempre misurato Casini, per essere più realista del re e dimostrarsi né giustizialista forcaiolo né “venduto” al Cavaliere si è sbilanciato con una una improvvida dichiarazione: “Il presidente del Consiglio ha detto una cosa giusta, quando ha detto che si presentera’ ai magistrati. Questa e’ la strada. Ombre di questo tipo sul capo del governo non possono esserci”.
Bravo Pierferdy, questa è la strada. Peccato che Berlusconi non la percorrerà.
La politica riprende con poche idee e confuse. Fini propone un “patto di salvezza nazionale”, già definito da Casini “patto per l’emergenza”. Come a dire, più o meno, che se non è zuppa è pan bagnato.
In altre parole il governo di “tutti”, una riedizione di un esecutivo di “solidarietà nazionale” con (udite!udite!) alla guida un certo … Silvio Berlusconi.
E’ come volere la luna nel pozzo. Cioè aria fritta. La sostanza, che questi del cosiddetto Terzo Polo (cos’è? dov’è? chi c’è?) alla fine offrono un puntello (solo tattico?) al premier e al governo agonizzanti.
Fini e Casini invitano ancora Berlusconi a dimostrare la sua capacità di governo. Non sono stati sufficienti tutti questi anni. Siccome né Fini né Casini sono … ingenui, è chiaro come il sole che si fa solo tattica. Anzi pretattica.
Si ritorna al bel gioco del cerino. Si ritorna a prendere per i fondelli tutti gli italiani ancora storditi dai panettoni. La FIAT? Roba … americana. E il Cavaliere se la gode. Con questi (più il Pd) chi lo schioda da Palazzo Chigi?
Una volta, nella capitale, la gente sarebbe scesa in piazza al grido di “Alemanno boia!”. Vuoi mettere l’effetto: altro che “parentopoli”!
La crisi della giunta romana, se si scava un po’, investe la concezione berlusconiana della politica: chi vince le elezioni conquista il potere invece del governo. Quindi il potere è l’obiettivo: lo si conquista e lo si mantiene come si può. Da anni, è così ovunque, da Palazzo Chigi all’ultimo municipio.
Alemanno non è “inciampato” nella parentopoli: c’è uno sgretolamento da basso impero perché si privilegia l’interesse di pochi su quello generale, si trova il posto all’amico e all’amico dell’amico, non per beneficenza, ma per interessi elettoralistici. L’ex colonnello di Fini non ha retto la sfida del governo della capitale.
Ma è tutta colpa sua, del suo modello? No, perché è terminata un’epoca: la stagione dei sindaci non c’è più, ovunque il ruolo dei sindaci è in crisi.
Uno che se ne intende, Massimo Cacciari, spiega: “C’è una situazione disperata che mette in grave difficoltà gli amministratori laddove non esistono i margini per politiche reali”.
Tradotto, vuol dire che i sindaci, con le casse vuote per la mannaia del governo, se vogliono conquistare consensi hanno la via obbligata: fanno i populisti, fanno i rottamatori, fanno gli scaricabarile. In definitiva curano se stessi e non gli interessi dei cittadini, lo sviluppo delle proprie cricche invece di quello della città. E’ così (quasi) ovunque.
Mal comune mezzo gaudio? Ci penserà (se passa) il federalismo della Lega a sferrare l’ultimo colpo. Mortale.
Già, a dispetto dei santi non si va in paradiso. E per sposarsi bisogna essere in due. Che c’entra?
Per capirlo bisognerebbe porre la domanda a Pier Luigi Bersani dopo che Casini ha “aperto” a Berlusconi e “chiuso” al Pd.
Sconsolato, il dalemiano Nicola Latorre osserva realisticamente che: “Prima o poi il Pd dovrà prendere atto della realtà: le alleanze non si fanno a dispetto dei santi”. Appunto.
Irritato (o soddisfatto?) il leader in pectore della sinistra Nichi Vendola sostiene che: “E’ stato Bersani ad aver dato all’Udc la corda alla quale impiccare il pidì”.
Pare proprio che Pierferdy si stia superando in quel che gli riesce meglio, arrampicarsi sugli specchi, sostenendo una proposta che fa della non scelta una linea politica.
Il leader centrista pensa a se stesso, a salvaguardare uno spazio e un ruolo per l’Udc. Semplicemente (e … legittimamente) questo. Casini attacca Berlusconi a raso terra, critica impietosamente il Governo del nulla per poi passargli la ciambella di salvataggio, indispensabile per non affogare.
E il tanto decantato Terzo Polo? E Fini dov’è? Privo di un profilo ideale, politico e programmatico, allo stato dei fatti, non sembra andare oltre una aggregazione parlamentare dalle molte anime, dai molti leader e dalle poche (e sbandate) truppe: un vascello lasciato in mezzo ai gorghi, senza timoniere e senza bussola.
Insomma, si torna al gioco del cerino. O, peggio, al gioco dell’oca.
A proposito di chiarezza. Aldo Cazzullo, nell’intervista apparsa oggi sul Corriere della Sera domanda a Pier Ferdinando Casini: “A che punto è il Polo della nazione? E’ un cartello elettorale, o diventerà un partito?
Risposta del leader Udc: “Oggi è un cartello elettorale, in cui ciascuno sta secondo la sua individualità e la sua sensibilità. E’ chiaro che al momento giusto faremo una proposta chiara, lineare, definita per il governo del Paese. Un’idea diversa dalle suggestioni che ci hanno abbagliato in questi anni”.
Già, al “momento giusto”. Ad majora. Quando si dice la chiarezza.
Chiudiamo l’anno con una “banalità” che, però, non fa male ripetere: democrazia non vuol dire che la maggioranza (sempre pro tempore) ha ragione. La maggioranza ha (solo) il diritto di governare.
“Democrazia – come afferma Umberto Eco - non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia”.
Ora, la polemica che a San Silvestro si è riaccesa (se cioè nel 2011, come sostiene Eugenio Scalfari, Silvio Berlusconi cadrà e il berlusconismo verrà cancellato), non ha politicamente senso. In politica contano i fatti.
E’ indubbio che il Cavaliere ha “qualità” e “meriti”, non solo sul piano imprenditoriale. La sua discesa in campo portò l’Italia dalla prima alla seconda Repubblica, unificò la destra e spazzò via le velleità trionfalistiche delle sinistre.
Non c’è dubbio che il Cavaliere interpretò quel senso di cambiamento voluto dagli italiani dopo gli ultimi anni grigi e immobili (partitismo, consociativismo, statalismo, burocratismo ecc.) della prima Repubblica e il caos di Tangentopoli.
Gli italiani volevano diboscare il partitismo, cambiare e decidere l’alternanza con il voto: o di qua o di là. Questo era il senso “nobile” dell’alternanza con il bipolarismo.
Professionista delle notti “brave”, in queste feste a cavallo fra anno vecchio e anno nuovo, Silvio Berlusconi non si perde nei bagordi, progettando le prossime mosse politiche.
Nella notte di San Silvestro il premier non getta via la vecchia agenda, limitandosi ad applicare ciò che c’è già scritto e che più gli conviene.
Il chiodo fisso è riaprire la campagna acquisti, “convincere” qualche altro parlamentare di Fli e non solo, a rimpinguare l’esile maggioranza. Un modo come un altro per tirare avanti, l’unico modo, forse, per raffreddare Bossi, tornato a battere sul chiodo delle elezioni anticipate.
Di riforme ci si può riempire la bocca, tanto non ci sono le condizioni per farle.
Serve una nuova campagna mediatica per reinventare una nuova discesa in campo, magari chiudendo la bottega del partito del predellino e aprendone un’altra. La vecchia insegna riverniciata per lo stesso negozio che produce e vende sempre la stessa mercanzia, per di più ammuffita e tarlata. Tant’è.
Sottobanco, però, il Cavaliere prosegue il tentativo di corteggiare Casini. Con una fava, più piccioni. In questo caso, riportare l’Udc nella maggioranza equivale a eliminare Fini e consentirebbe a Berlusconi di camminare su un tappeto di piume, persino verso il … Quirinale.
Da via Due Macelli fanno i … “preziosi”: gli ex dicì fanno i dicì (dimenticandosi che la Balena Bianca non c’è più) e Rocco Buttiglione filosofeggia: “Dare ossigeno al governo su qualche provvedimento, per evitare le urne, togliere l’ossigeno quando il paziente si sta riprendendo troppo”.
La tattica, però, per chi ne fa indigestione, può essere letale. Specie se il “paziente” si chiama Berlusconi, micidiale nei colpi di coda.