
Rispetto a quel che avevamo diffuso tempo fa, quando ancora la notizia non era “notiziabile” (la bozza del fiscal compact tradotta, prima parte, seconda parte), il fiscal compact non presenta molte differenze sostanziali. Sostanzialmente, gli stati firmatari (25. Fuori il Regno Unito e la Repubblica Ceca, come annunciato) si impegnano a:
- avere bilanci pubblici in equilibrio (o positivi) al netto del ciclo economico, con un deficit strutturale che non deve superare lo 0,5% del Pil (o l’1%, se i Paesi hanno un debito pubblico inferiore al 60% del PIL);
- se non si raggiungono gli obiettivi di cui sopra, vengono applicate correzioni automatiche;
- inserimento della regola del pareggio di bilancio in costituzione (uno dei cavalli di battaglia dell’era Tremonti) o in altri tipi di leggi vincolanti (alcuni Stati, infatti, hanno evidenziato che questo tipo di vincolo in Costituzione avrebbe potuto richiedere un referendum. E non pare proprio che lo spirito del fiscal compact sia quello di consultare i cittadini)
- se non trasferiranno in leggi nazionali gli obblighi ratificati dal trattato, gli Stati firmatari potranno essere deferiti alla Corte europea e incorrere in una sanzione pari allo 0,1% del Pil di quello Stato;
- il debito pubblico va mantenuto al di sotto del 3% del Pil: in caso contrario, ci saranno sanzioni semi-automatiche;
- sono previsti due vertici l’anno;
- il trattato intergovernativo entrerà in vigore quando sarà stato ratificato da almeno 12 dei Paesi interessati;
- come paventato, rimane in vigore la regola della riduzione di 1/20 all’anno del rapporto debito pubblico-PIL, per i paesi il cui rapporto ecceda il 60%. Il che significa, a naso, parecchie manovre lacrime e sangue per l’Italia, checché ne dica il governo dei tecnici.
Il tutto, inoltre, sancisce definitivamente la supremazia dell’economia e della finanza sulla politica, in quanto si tratta di un vincolo che impegnerà, senza possibilità di scampo, i governi a venire.
Foto | © TM News

Il Fiscal Compact, ovvero il patto fiscale europeo, sarà firmato il 1° marzo.
Questa è la prima novità che emerge dall’incontro di oggi fra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy.
Ma cosa dice il patto fiscale europeo? Ancora non si sa, nei dettagli. Il testo integrale dell’unica bozza disponibile ve l’abbiamo proposto tradotto in due parti.
Oggi si apprende che il vertice europeo, previsto per la fine del mese di marzo, sarà anticipato a gennaio, che le trattative procedono bene e che la firma è, dunque, molto vicina. I due leader fanno poi fronte comune a proposito della Tobin Tax (una tassa sulle transazioni finanziarie). Per superare le resistenze di Cameron hanno fatto sapere che, se non sarà possibile includere anche il Regno Unito in questa operazione, se ne farà a meno. Apriranno le danze proprio i francesi.
Quanto alle sorti della moneta unica, stando a quanto si è detto in conferenza stampa, Sarkozy e Merkel non hanno alcuna intenzione di minare l’esistenza dell’euro:
Sarkozy: Non c’è alternativa all’unità europea e al salvataggio dell’euro.
Merkel: Consolidare l’euro è un obiettivo realizzabile, ma bisogna agire progressivamente.
Insomma, il direttorio franco tedesco funziona, a braccetto. E a pieno regime.

Ieri vi abbiamo proposto la prima parte della traduzione della bozza del fiscal compact, ovvero il patto fiscale europeo su cui stanno lavorando i governi dei Paesi dell’Eurozona. Oggi tocca alla seconda parte, dove viene di fatto istituzionalizzato l’Euro Summit (come incontro periodico, da tenersi almeno due volte l’anno) e con un suo Presidente, per discutere delle politiche economiche e monetarie dell’Unione Europea.
Queste le prossime scadenze previste dal Consiglio dell’UE.
Fine di gennaio o inizio di febbraio 2012: incontro informale del Consiglio Europeo
Primo quarto del 2012: nuova tranche di assistenza finanziaria alla Grecia.
March 2012: rivalutazione dell’adeguamento dell’ESM (European Stability Mechanism) e dell’EFSF (European Financial Stability Facility) al tetto di 500 miliardi di March 2012: firma del fiscal compact
Luglio 2012: Entrata in vigore dell’ESM
Metà del 2013: l’EFSF cessa di accettare nuovi programmi.
Continua a leggere: Il patto fiscale europeo - Testo integrale tradotto /2

Cos’è e cosa dice, il patto fiscale europeo? Perché se ne parla così poco? Il Professor Gustavo Piga, docente di Economia Politica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, ha pubblicato sul suo blog la bozza del Fiscal compact, il patto fiscale europeo, appunto. Il documento è l’unica bozza fino a questo momento disponibile in rete.
Si tratta dell’accordo sul quale stanno lavorando gli stati membri dell’Unione Europea - in seguito agli incontri dello scorso 8-9 dicembre - per rafforzare l’unione economica. La road map che dovrebbe portare alla sua approvazione è definita sul sito del Consiglio Europeo, ma, al di là della bozza, non si trovano, al momento, altri documenti ufficiali che chiariscano su cosa stiano effettivamente lavorando i vari stati membri.
Quel che è (quasi) certo è che ciascun paese avrà tempo fino al 29 dicembre per proporre i propri emendamenti al documento. Il quale contiene una serie di norme che abbiamo già parzialmente spiegato (come, per esempio, l’obbligo di inserire il pareggio di bilancio in costituzione (o altri strumenti analoghi), ma anche clausole precise per la riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL. In particolare, scrive il prof. Piga, pare che ci possa essere
la regoletta che ogni Paese che abbia un rapporto debito pubblico su PIL superiore al 60% (come l’Italia) dovrà impegnarsi a ridurlo ogni anno per 1/20 della distanza dal valore di riferimento. Per capirci: siamo oggi al 120%, del 60% superiore al valore di riferimento del 60%? Bene (mica tanto), ogni anno dovremo ridurlo del 60/20= 3 % ogni anno. Cioè ogni anno ci dobbiamo impegnare a ridurre di circa 40-50 miliardi il nostro debito (di più se siamo in recessione, con il PIL che cade). […] 3% di PIL di debito in meno ogni anno non è nemmeno pensabile poterlo fare con sole manovre di austerità rigoriste, anche se queste saranno – dopo l’approvazione di questa regola – addirittura più dure di quanto non lo sarebbero state con il solo obiettivo del bilancio di pareggio. Di fatto saranno un modo per obbligare i prossimi governi (e questo) a vendere i gioielli di famiglia, privatizzare il privatizzabile, da aziende strategiche a servizi pubblici locali a patrimonio pubblico. Nel momento peggiore per vendere, quando l’economia non tira. A casaccio, sotto la spinta dell’emergenza.
La questione è evidentemente centrale per il futuro dell’Unione Europea, ma anche dell’Italia. Non è difficile capire, infatti, senza essere economisti, che un’eventuale susseguirsi di manovre da 40-50 miliardi di euro all’anno sia un vero e proprio spauracchio.
Tuttavia, al momento, non si parla affatto, nell’agenda setting dei media mainstream, del Fiscal compact. Così, vi proponiamo, in due parti, la traduzione della (Bozza di) Accordo internazionale sul rafforzamento dell’unione economica.
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