
Mi scuserete se nel titolo ho giocato un po’ con quello di uno dei più bei dischi della storia rock italiana. Mi scuserete se oggi, appena apprese le clamorose novità sul governatore del Lazio, sono corso a comprare Repubblica senza tuttavia trovare 10 domande rivolte anche a lui (troppo presto?). E infine mi scuserete se manterrò esattamente la stessa linea in entrambi i casi regardless - come dicono i britannici - dalle mie e loro posizioni politiche.
Berlusconi e Marrazzo sono due politici di alto-altissimo livello. Entrambi sono andati a donnine allegre, a quanto pare; probabilmente entrambi pagando (questo non è ancora del tutto provato, ma probabile in ambo i casi). Che poi a uno piacciano le donne, all’altro i trans (sempre che tutto sia confermato) francamente poco mi importa. Della morale comune e ancor più di quella cattolica onestamente me ne infischio.
Alla fin dei conti hanno commesso un reato? Mi pare di no. Almeno allo stato. E allora perché chiedere loro di dimettersi? È infatti di oggi pomeriggio la notizia, diffusa dal Corriere, secondo la quale Franceschini sarebbe orientato a chiedere a Marrazzo di fare un passo indietro. Per non parlare delle innumerevoli richieste di dimissioni piovute dall’opposizione nei confronti del Premier all’epoca…

Alla vigilia delle primarie del Partito Democratico vediamo di fare un po’ d’ordine relativamente al funzionamento del sistema.
I requisiti per votare. Bisogna aver compiuto 16 anni e si può essere anche immigrati senza cittadinanza, purché in regola con il permesso di soggiorno. Da notare che si eleggono anche i segretari regionali e i membri dell’assemblea nazionale.
Dove si vota. I seggi saranno circa 10.000, suddivisi in 175 collegi. Per un elenco completo e dettagliato degli stessi vi rimandiamo allo speciale di Kataweb/L’Espresso.
Cosa succederà dopo. Il sistema di voto è il seguente. E’ eletto chi supera il 50% delle preferenze. Se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta si va al ballottaggio tra i primi due all’assemblea nazionale il 7 novembre. È prevista la possibilità di un accordo politico per eleggere direttamente il più votato alle primarie.
Continua a leggere: Domani le primarie del Pd. Come e dove votare
Il mini-ministro Brunetta ha un sogno nel cassetto: fare il sindaco di Venezia. Sì, ma come la prenderebbero i veneziani? C-anal Grande
Vecchie-nuove rivelazioni di Brusca sulla trattativa mafia-Stato. I politici che avevano ruoli di potere nei primi anni ‘90 tornano a tremare. E ce n’è anche per quelli di sinistra. Falce e papello
Antivigilia delle primarie. Un Franceschini vagamente a luci rosse dice: “Dobbiamo allargare il partito, renderlo ancora più aperto”. Dalla politica come missione alla politica come…’missionaria’? Corpo…elettorale
Il SuperCav si rintana nella dacia dell’amicone Putin. E qualcuno maligna di festini ’spinti’ lontano dalle telecamere. D’altronde, giocoforza, a Palazzo Grazioli da un po’ di tempo non si vedono più escort o belle ragazze. Solo sfilate di politici e ministri. Il capo del governo non è contento: con i ministri certi giochetti non si possono proprio fare. Nemmeno con quelli più remissivi. Sandro Bondage
A Roma il presunto stupratore seriale, in Campania il killer di Camorra, in Sicilia si parla di pesanti infiltrazioni. Tra gli iscritti del Pd mancano solo Hannibal Lecter e Jack lo squartatore. Ma pare che Bernardo Provenzano abbia chiesto la tessera. Circoli…viziosi
Suor Binetti, intanto, è pronta a votare la legge sul biotestamento del Pdl. Ormai il gruppo del Partito democratico alla Camera è come la Casa delle libertà di Corrado Guzzanti: ognuno fa un po’ quel che gli pare. Urgono seri provvedimenti. Prendi il Soro per le corna
Sandra Lonardo di nuovo nei guai. La giustizia non la lascia in pace. “Un vero e proprio accanimento”, ha detto l’illustre marito. (Ma)stella cadente
Il ‘muscolare’ Franceschini in versione sadomaso: “Se vincerò, con Bassolino e Loiero farò operazioni dolorose”. E poi dicono che il Pd non ‘penetra’ il territorio. C-anale preferenziale
Parte la settimana di “passione” del Pd, settimana “storica” che si chiuderà domenica 25 ottobre con le primarie e (forse) con l’incoronazione popolare del nuovo segretario del partito.
I tre candidati Franceschini, Bersani, Marino arrivano all’appuntamento ringhiosi, con la bava alla bocca. Non hanno fatto fare un passo avanti al Pd, sempre più accartocciato su se stesso, “fuori” dal confronto politico sui problemi reali del Paese. Un partito in stato confusionale, non sa davvero più cos’è e cosa sono, specie sul territorio, i suoi dirigenti e i suoi militanti.
Lo dimostrano gli ultimi fatti inquietanti, specie al Sud. Franceschini e Marino a testa bassa contro Bersani su Campania e Calabria (partito pro ex ministro) con accuse di brogli e tessere false. D’Alema, pro Bersani, risponde che in Sicilia (a favore di Franceschini), è peggio che altrove. Il Pd è in un buco nero e le eccezioni confermano la regola.
Insomma, la sfida delle primarie si prepara fra veleni e insulti incrociati fra i candidati e i rispettivi supporter. La spada di Damocle resta la “scissione”: auspicata da molti ma temuta da tutti.
Se vince l’ex comunista Bersani, ripetono sempre più apertamente i cattolici, il Pd diventa il partito di D’Alema, il comunista (secondo costoro), senza “ex”. Quindi, parola di Beppe Fioroni, “non è più quella la nostra casa”. Non c’è solo Rutelli con le valigie in mano. Molti i “popolari” delusi e stanchi di essere sopportati e di vivere da “separati in casa”.
Ma, alla fine, le minacce di abbandono si tramuteranno in bolle di sapone. Il motivo? La paura di rimanere “orfani”, il terrore di perdere quel po’ di potere rimasto. Meglio un letto di frasche che dormire all’addiaccio.
Sono in tanti a pensarlo ma lui, il “bello guaglione” e “voltagabbana” Francesco Rutelli, lo dice forte e chiaro: “Il Pd è un partito mai nato. E il congresso lo conferma, è solo una lotta di potere interno, con uno scollamento clamoroso tra questo partito e il paese”.
Simpatico o antipatico, l’ex capo della Margherita (che la sciolse per fondersi con i Ds e fare il Pd) è oramai uno dei tanti “estranei” del Pd, un separato in caso già con le valige in mano.
Franceschini finge di non credere alla fuga imminente di Rutelli e Bersani, che invece ci crede, tace. In ballo non c’è il futuro dell’ex sindaco di Roma, ma quello del Partito democratico (partito che ha perso tutte le elezioni) e, ancor di più, l’evoluzione della politica italiana.
Quella politica oggi in crisi nera, con il centrodestra del caudillo Berlusconi ostaggio di Bossi e un centrosinistra con un Pd senza contenuti, inetto nella morsa del giustizialismo populista di Di Pietro. Così l’Italia va alla deriva.
L’israeliana centrista/riformista Kadima (l’alleanza fra i conservatori di Ariel Sharon e i laburisti di Simon Peres) è l’obiettivo a cui guarda Rutelli, una mano tesa trasversalmente a Casini, Montezemolo, Draghi, addirittura Pisanu e Fini. E a chi non teme di lasciare approdi più sicuri per nuovi progetti e veleggiare verso l’ignoto.
Ancora una volta si cerca di importare la “formula” politica vincente dall’estero. Sarà questo il cuneo per il dopo Berlusconi? L’asso di briscola per la vera alternanza? O l’ennesima illusione seguita dall’ennesima delusione?
Diavolo di un Cavaliere! Anche nel giorno della convention a tre (sole) voci del Pd s’è preso tutta la scena.
Mentre in un hotel romano Bersani ripescava Prodi, Franceschini recuperava Veltroni, Marino ricopiava se stesso, giocando tutti e tre ai soldatini di piombo, il premier sparava le nuove “atomiche” per l’ultima battaglia.
Vuole spegnere tutte le lampadine scomode: Costituzione, Quirinale, Consulta, magistratura, opposizione, giornali e … brutte donne. Obiettivo annunciato: presidenzialismo entro il 2013!
Ecco, ha gettato la maschera, il caudillo! Il gioco ce l’ha lui, il Cav. Piaccia o no. Non sarà facile riprenderglielo. Anche perché, non di solo fumo si tratta. C’è la sostanza. O meglio, la sostanza che non c’è: un Pd che ancora una volta ha perso l’occasione del rilancio.
La convenzione di ieri poteva essere fatta al loft, attorno al caminetto. Come ai bei tempi. Con una differenza: che allora il Cav. era stato fatto sloggiare da Palazzo Chigi. Adesso, da un anno e mezzo, è lui l’inquilino. E a tutta l’aria di non essere di passaggio.
La speranza è sempre l’ultima a morire. Adesso si spera (chi?) nelle primarie del 25 ottobre. Abbaglio. Comunque andrà, andrà male.
Poca partecipazione? Flop totale, Pd a rischio di chiudere bottega. Grande partecipazione? Apoteosi dell’antiberlusconismo! Cioè, Il Cav. premier (o peggio) a vita. Taca banda!
Domani è il gran giorno del congresso (convenzione) del Pd. Chissenefrega! Si dirà. Già.
Una volta il congresso nazionale dei due partiti di provenienza del Pidì, Pci e Dc, duravano giorni e notti (quello del Pci, sette giorni … preparato in ogni sezione per oltre un anno), alimentavano speranze o incutevano timori. Ma sempre creavano attese nel Paese e sempre lasciavano il segno.
Tutto nuovo, oggi. Tutto cambiato. In peggio. Una cosetta da sbrigare in poco tempo, quasi una scocciatura. Stringi stringi non c’è niente. Mini scimmiottamento delle kermesse berlusconiane. Vuoto, anzi sottovuoto.
E comunque 1000 delegati all’Hotel Mariott ascolteranno le mozioni dei tre candidati alla segreteria del partito. Le conoscono a memoria, ma non fa niente. I mille non sono lì per discutere. Giungono inquadrati dal territorio, “drappelli cammellati” (altro che i torpedoni con gli aficionados vocianti dei potentati democristiani …) solo per alzare la loro delega, pro o contro quello o quell’altro.
Al Mariott Bersani arriva in testa su Franceschini e Marino, ma questo “giro” che non finisce mai, solo il 25 ottobre, con la tagliola dei gazebo, assegnerà la maglia del vincitore. Le chiamano primarie, venduta come la “quintessenza” della democrazia, un rimasticamento importato dagli Usa (in tutt’altro contesto), un ingorgo torbido dove tutto può accadere.
Non ci vuole molto a capire che sul campo, alla fine, resteranno morti e feriti, un Pd ancora più incerto, diviso, inutile. Sbagliare è umano ma perseverare è diabolico, come diceva il saggio.
I militanti sventoleranno le poche bandiere e Berlusconi continuerà a godersela tranquillo. Povera Italia! E poveri italiani.
Con l’aria che tira in queste ore (l’attesa per la decisione dei giudici della corte costituzionale sul lodo Alfano), sono in pochi a ricordarsi che domenica 11 ottobre si svolgerà il Congresso del Partito Democratico.
L’americano John Reed scrisse il memorabile “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” , icona di Lenin, del partito bolscevico, della rivoluzione d’ottobre. Il Pd, Franceschini, Bersani, Marino, se va bene, dovranno accontentarsi di un pezzo su l’Unità di Concita De Gregorio. Altri tempi, si dirà. Già. Mala tempora.
Anche alla vigilia della rivoluzione russa regnava lo smarrimento e l’incertezza. Qui, pure. Tanto la rivoluzione non è all’ordine del giorno. Di sicuro c’è solo il luogo dell’evento (l’hotel Mariott, presso Fiumicino). Buio pesto sul resto. Segreto? Macchè!
E’ ancora tutto in alto mare, tutto da definire, perché non c’è accordo su niente: nemmeno su chi deve parlare. Una assise che si consumerà in una sola giornata, di fatto in alcune manciate di minuti. Tanto, com’è noto, il nuovo segretario del partito sarà eletto con quelle primarie del 25 ottobre, che più confuse e tirapolemiche di così non si potevano pensare. Un labirinto.
“Tre mesi per annegarsi nel proprio bicchier d’acqua. E’ come assistere a beghe di famiglia, interne, che non contano e non interessano nessuno”, chiosa uno sconsolato Massimo Cacciari.
Tanto a disarcionare il Cav ci pensano … i giudici. Campa cavallo …
Ha lasciato, oltre l’incredulità e lo sconcerto, una profonda ferita l’assenza dei deputati del Pd alla votazione al voto sull’infame scudo fiscale.
Non bisogna fare di tutta un’erba un fascio. Ma gli assenti hanno torto e lo spettacolo di gente super pagata dedita a seguire le beghe congressuali interne (perché lì sta la salvaguardia o la perdita del proprio potere e della propria poltrona) più che gli interessi del Paese lascia non solo l’amaro in bocca, ma disgusto.
In parole povere, fa “passare la voglia”, allontanando ulteriormente elettori e cittadini. Ma questo oggi passa il convento. Siamo alla farsa.
Questa è la politica. Questo è il Pd, (del Pdl, si sa che è anche peggiore …), principale erede di quel Pci “antidemocratico” giunto da solo a superare il 34% dei voti, quel Pci che faceva scrivere in grassetto su l’Unità: “I senatori e i deputati devono essere presenti in Aula, senza eccezione alcuna”. E le eccezioni non ci furono mai.
E oggi, fanno semplicemente ridere (di vergogna) le minacce di “immediate sanzioni” gridate dal “pesce lesso” Antonello Soro, capogruppo (si fa per dire) Pd a Montecitorio.
Il bla bla dei Bersani, Franceschini, Marino ha trovato ieri alla Camera l’ennesima conferma di qual è la differenza fra il dire e il fare. Altro che partito “liquido”! Il Pd è liquidato.
In un sol colpo ha perso la faccia e la dignità. Non è la prima volta. E non sarà l’ultima.