
La notizia è di quelle bomba, eppure stranamente non sta facendo molto rumore: le ronde si sono rivelate un flop. O perlomeno queste sono le informazioni che provengono da grandi città del nord come Milano, Genova, Bergamo e Bologna. Il numero di associazioni che si sono fatte avanti ricorda il codice binario: oscilla infatti tra 0 e 1.
Qualcosa dev’essere andato storto per davvero, se perfino il berlusconiano Panorama titola “Niente ronde, siamo padani” e parla esplicitamente di “flop”. E dire che solo qualche mese fa, il dibattito infuriava: c’era chi salutava la misura provvidenziale che ci avrebbe salvato dall’anarchia e chi si preparava al ritorno del fascismo…
Perchè le ronde sono fallite? E’ presto detto: regole troppo restrittive. Si sono proibite le ronde di matrice politica, quelle retribuite, e si è trascurato l’intento di assistenza sociale che animava gruppi pre-esistenti come i City Angels. E così alla fine non è rimasto (quasi) nessuno.

Siamo entrati nella settimana che porta al G8 in Italia. A otto anni da Genova, dalla mattanza della Diaz e da una situazione che il mondo non esitò a definire come una “tre giorni degna di Pinochet“, da quello che Michelangelo Fournier, all’epoca vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, definì “macelleria messicana“.
L’Italia non ha ancora superato quel G8, è rimasta una profonda (e forse non ricomponibile) lacerazione tra chi in quei giorni ha giustificato la violenza di stato, chi ha fatto orecchie da mercante e chi invece ha denunciato quello che fu.
Proprio oggi il pm ha chiesto due anni di reclusione per l’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro, grande amico di (quasi) tutta la politica italiana, che ha indotto l’ex questore Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza per i fatti della Diaz.
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“Non saranno più accettate azioni di minoranze organizzate che calpesteranno la legalità “. La voce del presidente del consiglio annuncia la “nuova” strategia di governo, mentre sullo sfondo scorrono le immagini della repressione a Chiaiano e dei militari mandati a presidiare i nuovi “obiettivi di interesse strategico nazionale” all’interno delle nostre città.
E’ questo l’input che apre il nuovo lavoro di Enrico Deaglio, Beppe Cremagnani e Mario Portanova, un libro e un dvd dal titolo Governare con la paura. La tesi è questa: se la repressione del G8 di Genova fosse stata la prova generale di un sistema che doveva venire? Una dimostrazione per preavvisare i “sovversivi”, dopo aver dimostrato che “si può fare”?
Dai fatti di Genova alle violenze di Chiaiano, dalla ragazza nigeriana maltrattata nel carcere di Parma a Emmanuel pestato dai vigili sempre nella città emiliana, dalle cariche sui No Dal Molin agli scontri nei giorni dell’Onda studentesca fino ad arrivare alle violenza sui manifestanti a Bergamo nel corteo contro la sfilata di Forza Nuova.

Nel luglio scorso la sentenza del Tribunale di Genova sugli abusi compiuti dalla polizia contro gli attivisti fermati e reclusi nella caserma di Bolzaneto ha aperto la strada all’autoassoluzione e alla completa impunità per i rappresentanti delle forze dell’ordine responsabili dei reati legati alla repressione della manifestazione di Genova del 2001. Una strada poi seguita con le miti condanne e le numerose assoluzioni per l’assalto alla scuola Diaz.
In entrambi i casi il punto di vista degli ultrà della politica del manganello è stato enunciato con chiarezza: dato che c’erano gli scontri di piazza la polizia era autorizzata a reagire agli attacchi. Forse è vero, anche se opinabile. Ma in questi due casi non c’erano scontri di piazza, c’erano persone che dormivano e giornalisti soli e disarmati che sono stati picchiati fino a finire in coma (nel caso della scuola Diaz) e c’erano persone tratte in arresto e recluse (nella caserma Bolzaneto).
Un solo esempio, per capire di cosa si sta parlando. Nelle motivazioni della sentenza (che potete leggere qui) c’è scritto che Anna Poggi viene condannata a 2 anni e 4 mesi. Per quali motivi?
“Sottoponeva a misure di rigore non consentite dalla legge le persone ristrette presso la Caserma per il periodo in cui erano a disposizione della Polizia di Stato più precisamente tollerava, consentiva e comunque non impediva che le persone ristrette in Bolzaneto (in alcuni casi visibilmente ferite in conseguenza degli scontri di piazza): fossero costrette, nelle celle di pertinenza della Polizia di Stato, senza plausibile ragione (e senza necessità legata alla detenzione) a rimanere per numerose ore in piedi, con il volto rivolto verso il muro della cella,