Ancora una volta il capo dello Stato è entrato nel merito della crisi economica e politica, con critiche e proposte.
Nella giornata conclusiva della sua visita a Bologna Giorgio Napolitano ha lanciato un severo monito: “L’Italia deve uscire dalla crisi più sobria e più giusta”. Il presidente della Repubblica ha identificato il modello bolognese ed emiliano come quello dove non vi è soltanto “ricchezza e opulenza” ma c’è “una vita molto socievole”.
“Si può andare verso una nuova misurazione del benessere”, ha ricordato Napolitano; il modello emiliano mostra la possibilità di una vita “ugualmente molto gratificante anche se con un ridimensionamento del livello di redditi”.
Poi ha toccato altri temi caldi: “L’attuazione di misure sul federalismo fiscale non è una opzione ma un dovere di attuazione costituzionale” e ha chiarito che è necessario “andare al di là dell’impasse attuale. Vediamo cosa modificare ed innovare”.
E sulle Province: “Siamo rimasti a metà, la riforma deve essere una priorità”. C’è da sperare che i partiti non facciano come sempre orecchie da mercante?

È morto nella notte a Roma l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, per un arresto cardiaco; lo riferiscono fonti parlamentari. Scalfaro aveva 93 anni. Nato a Novara il 9 settembre 1918, fu presidente della Repubblica dal 1992 al 1999.
Il cordoglio di Napolitano. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa la triste notizia della scomparsa del Presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro ha rilasciato la seguente dichiarazione:
«È con profonda commozione che rendo omaggio alla figura di Oscar Luigi Scalfaro nel momento della sua scomparsa, ricordando tutto quel che egli ha dato al servizio del paese, e l’amicizia limpida e affettuosa che mi ha donato. È stato un protagonista della vita politica democratica nei decenni dell’Italia repubblicana, esempio di coerenza ideale e di integrità morale. Si è identificato col Parlamento, cui ha dedicato con passione la più gran parte del suo impegno. Da uomo di governo, ha lasciato l’impronta più forte nella funzione da lui sentitissima di ministro dell’Interno. Da Presidente della Repubblica, ha fronteggiato con fermezza e linearità periodi tra i più difficili della nostra storia. Da uomo di fede, da antifascista e da costruttore dello Stato democratico, ha espresso al livello più alto la tradizione dell’impegno politico dei cattolici italiani, svolgendo un ruolo peculiare nel partito della Democrazia Cristiana. Mai dimenticando la sua giovanile scelta di magistrato, Oscar Luigi Scalfaro ha avuto sempre per supremo riferimento la legge, la Costituzione, le istituzioni repubblicane. In questa luce sarà ricordato e onorato, innanzitutto da quanti come me hanno potuto conoscere da vicino anche il calore e la schiettezza della sua umanità. Alla figlia Marianna, che gli è stata amorevolmente, ininterrottamente vicina, la mia commossa solidarietà».
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Romano Prodi: denuncia. Voto 4 L’ex premier vuole le primarie anche per i parlamentari: “Una volta i partiti selezionavano la classe dirigente, oggi sono soltanto macchine elettorali”. E se ne accorge solo ora?
Umberto Bossi: denunciato. Voto 3 Al leader della Lega piovono querele da tutta Italia perché pronunciò parole offensive contro Napolitano e Monti in occasione di una kermesse nel bergamasco. Bene. Era ora!
Quando in Italia si parla di caste, quella militare è indubbiamente fra le più corpose, dispendiose e intoccabili. Cancellare le nostre forze armate, la nostra difesa è solo, oltre che una stupidaggine, una utopia. Ma ciò non può essere una copertura per lasciare le cose come stanno. In questo settore delicato e vitale, ridurre la spesa dandogli una migliore funzionalità, si può.
Scrive su l’Unità Umberto Degiovannangeli: “ Ridurre le spese militari non significa smantellare uno dei pilastri della politica di un Paese, la Difesa, ma orientare, selezionare, gli investimenti in funzione del ruolo che s’intende avere sullo scenario internazionale. Un ripensamento da collocare in una chiave europea, sviluppando, ad esempio, una politica di Difesa integrata euromediterranea, «modello Unifil», la missione Onu in Sud Libano che si regge essenzialmente sul contributo di Italia, Spagna e Francia”.
Già. Un conto è dirlo, un conto è farlo. L’Italia spende di più di molti altri Paesi: è la decima potenza militare al mondo su 153 Paesi monitorati (dati Sipri). Il nostro Paese spende per l’apparato militare più di Canada, India, Brasile, Israele ecc. Abbiamo Forze Armate (Esercito, Marina, Aeronautica) composte da 178.600 unità, più militari della Gran Bretagna (177.000), della Germania (152.000), della Spagna (135.000). La nostra spesa pro capite è di 478 dollari annui, contro i 332 del Giappone, 411 della Germania.
Attualmente sono impegnate nelle missioni all’estero 7.435 uomini e donne. Le nostre Forze Armate sono oggi composte da 83.421 unità, per lo più persone in età avanzata, per un costo (solo per il personale) di 9,4 miliardi euro (2011). La spesa per il personale è un’anomalia perché inghiotte 2/3 del bilancio della difesa. Infatti l’organico attuale conta ben 511 tra generali e ammiragli (69 generali di Corpo d’armata!), 2600 colonnelli, 22.992 ufficiali, 71.837 sottufficiali con la truppa volontaria, ripetiamo, di 83.421 unità: siamo un esercito di … “comandanti”.
E veniamo alle commesse, a cominciare dai famosi F-35. Questo il quadro.
CACCIA F-35. L’Italia ha una commessa di 15 miliardi di euro per l’acquisto dagli Stati Uniti d’America di 135 caccia F-35 (costo unitario 124 milioni di euro).
EUROFIGHTER. L’ultima trance del programma (già spesi 13 miliardi di euro) per il caccia Eurofighter costerà all’Italia 5 miliardi di euro.
AEREI SENZA PILOTI: Il nostro governo intende acquistarne 8. Costo complessivo 1,3 miliardi di euro.
ELICOTTERI. L’Italia sta acquistando 100 nuovi elicotteri militari NH-90: costo complessivo 4 miliardi di euro.
NAVI DA GUERRA. L’Italia ha acquistato 10 fregate «Fremm» costo complessivo 5 miliardi di euro.
SOMMERGIBILI. Il nostro Paese sta acquistando 2 sommergibili militari: costo 1 miliardo di euro.
SISTEMI DIGITALI PER L’ESERCITO: Il progetto «Forza Nec» serve a dotare le forze di terra e da sbarco di un sistema di digitalizzazione. Solo la progettazione in atto costa 650 milioni. La stima di spesa complessiva è intorno a 12 miliardi di euro. Nel 2013, nel 2013 acquisteremo 249 blindati «Freccia per 1,6 miliardi. Nel 2015, 2 fregate antiaeree «Orizzonte » per altri 1,4 miliardi. Nel 2016 finiremo di pagare la portaerei Cavour e 4 sommergibili U-212 saldando i restanti 3,2 miliardi del finanziamento. Sul bilancio dello Stato, al momento, gravano 71 programmi di ammodernamento e riconfigurazione di sistemi d’arma, che ipotecano la spesa bellica da qui al 2026.
Si chiede Degiovannangeli: “sono tutte acquisizioni necessarie?”. Ce lo chiediamo anche noi. Chissà se se lo chiede anche il premier Mario Monti? E magari anche Giorgio Napolitano?
Se non fosse riduttivo e irriguardoso (per il Presidente) si potrebbe ben dire che oggi in Italia il vero leader della sinistra (o del centrosinistra) è Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato non solo ha gestito magistralmente il cambio di guardia a Palazzo Chigi con lo sfratto del Cavalier Berlusconi e l’ingresso del professor Monti, ma “orienta” e sostiene il difficile equilibrio nel delicato e complesso passaggio fra risanamento e rilancio del Paese.
Il tutto con una dose di forte autocritica (anche sua personale) e di sano ottimismo, ribadendo sempre: “Ce la faremo”.
Ieri a Napoli, nel Salone della Fondazione Mezzogiorno Europa, Napolitano ha incontrato i “suoi” compagni operai di un tempo e, come ricorda Federico Geremicca sulla Stampa, “Con il Presidente ricordano gli anni della ricostruzione e delle lotte in fabbrica”. A parte i cenni personali: “Da giovane funzionario del Pci in una stanza della federazione napoletana senza neppure una finestra”, Napolitano fa autocritica: “Negli anni 80, come opposizione, non vigilammo sul debito pubblico che cresceva perché la riduzione del debito non era una nostra priorità”. E insiste: “Noi avevamo una certa abitudine a drammatizzare”.
Poi sull’attualità: “Oggi siamo in condizioni di enormi difficoltà, c’è qualche responsabilità collettiva, mi auguro che il movimento dei lavoratori dia di nuovo prova di saper guardare agli interessi generali e non stia sulla difensiva”. Da lì l’accostamento critico all’analisi del segretario della Fiom: “ Landini dice che la situazione degli anni ’50 era meno drammatica di oggi. Mi sembra un giudizio poco fondato”.
Infine l’analisi sull’oggi: “Siamo in salita, una salita faticosa, ma quaranta giorni fa la strada era in precipitosa discesa. Io dico che è sempre meglio faticare per salire, piuttosto che precipitare. E’ una salita dura, ma tutti insieme ce la possiamo fare”.
Niente da aggiungere? Che le storture sono ancora una montagna, che l’equità nei sacrifici è un miraggio, che non si vede ancora traccia di riforme vere, che i privilegi della politica e l’ottusità dell’anti politica sono due facce della stessa medaglia. Oggi, sopra tutto e tutti, c’è da salvare l’Italia. Ecco perché c’è solo da sperare che il Presidente Napolitano regga. Per non fare affondare la barca e riportarla in porto. Poi si penserà all’equipaggio. Partendo dalla ciurma. Dov’è la politica? Nelle suite delle Maldive?
Stando ai dati, solo il 18 per cento degli italiani ha ascoltato il discorso di fine d’anno di Giorgio Napolitano. E l’altro 82 per cento era impegnato ai fornelli per il cotechino o intento ad agghindarsi per il veglione di mezzanotte?
Fatto sta che il distacco fra cittadini e “palazzo” è giunto al limite, ancora un passo e siamo a un punto di non ritorno. Persino il capo dello Stato non riesce più a recuperare il solco provocato dalla casta politica, da questi ultimi quasi venti anni di bipolarismo coatto segnati dal berlusconismo ma anche dall’inconsistenza della sinistra e zone limitrofe. Questa Italia che s’affaccia al 2012, è più debole e peggiore da quella del dopoguerra ad oggi.
Non è solo la tenaglia della crisi economica internazionale. C’è un tarlo che ha corroso nel profondo la società italiana e si rischia oggi di non ritrovare la propria identità nazionale e la propria volontà di “recupero” e di “ripresa”, morale prima che materiale. Lo sfascismo della Lega e di partiti personali come l’Idv, la irresponsabilità camuffata e il proposito di rivincita di Berlusconi, il piede di qua e il piedi di là del Pd, i sermoni paludati del Terzo Polo che non c’è, rischiano di far saltare il governo Monti e di far precipitare l’Italia nel buio può profondo.
Il 2012 è un anno difficile, con profonde crepe sociali e una forte incertezza sul destino della stessa Europa. Si rischia l’avvitamento esiziale recessione-inflazione. Ma guai cadere nel pessimismo. Sappiamo bene che c’è un’Italia che tira la carretta, onesta e laboriosa, trasversale per ceti sociali ed età, che resiste. Lo dimostrano mille fatti, a cominciare da un Made in Italy che esporta ed è ai vertici internazionali in molti settori con molti prodotti. Resiste, ma fino a quando se la politica resta avvitata su se stessa convinta di lucrare sul lavoro “sporco” affidato a Mario Monti e al suo governo di professori?
Non si ricostruisce senza una nuova solidarietà che non decolla se permangono ingiustizie e iniquità che anche la manovra economica di Monti non recupera. L’emergenza deve spingere a riprendere fiato per tornare a correre. Ma di emergenza continua si può anche morire.
Berlusconi, dopo i guasti prodotti, farebbe meglio a tacere. Ma Bersani e gli altri farebbero meglio a dare un forte e inequivocabile segnale di chiarezza. L’Italia non si schioda dalla sua crisi profonda se il sistema politico non esce dalla palude in cui annaspa, comatoso. I partiti devono dire oggi, anche prima di Monti (non è proibito…) quali sono le misure per andare oltre il rigore dei conti e imboccare la via della ripresa e dello sviluppo. Dire chi e dove colpire per salvare il Paese. Quali riforme? E’ l’ora di metterci la faccia, non solo nascondersi dietro quella di Monti.
Dopo Ciampi, nel ’94, arrivò Berlusconi. Vogliamo il replay, con la democrazia messa nel cestino dei rifiuti e gli italiani con la museruola e in braghe di tela?
Con il Paese a un passo dal precipizio, l’idea fissa degli italiani, ben orchestrata da destra a manca, è diventata l’antipolitica. Ci sono mille ragioni per criticare a fondo la casta: per gli errori, gli sperperi, i privilegi di ogni tipo. Lo stesso chiodo fisso l’ha avuto per quasi 20 anni Silvio Berlusconi. Ma la logica del “Ghe pensi mi”, dell’”uomo solo al comando” ha ridotto l’Italia allo stremo.
I grandi partiti di massa della prima Repubblica (con qualità e difetti), cui si deve la democrazia e lo sviluppo, non ci sono più, sostituiti dai partiti personali e/o padronali, con qualche eccezione che conferma la regola. La realtà è sotto gli occhi di tutti, con la (momentanea?) fuoriuscita di Berlusconi da Palazzo Chigi (ma non dalla politica) e l’ingresso di Mario Monti e del suo governo “tecnico” voluto dal capo dello Stato Giorgio Napolitano. Uno stato di necessità – dopo il fallimento del governo Berlusconi/Bossi- di fronte alla crisi economica internazionale e all’impotenza dei partiti, tutt’ora indecisi e smarriti, incapaci di rifondarsi e di rilanciare la politica con una progettualità “alta”.
Berlusconi, pur spennacchiato, non si dà per vinto e con Monti gioca su due tavoli meditando il colpaccio del gran ritorno. La destra dal volto presentabile, la borghesia liberale e democratica si sente tradita dal Cavaliere e attende nuove “discese in campo” di altri illustri pargoli.
Sulla linea di partenza sembra avviarsi Luca Cordero di Montezemolo, con la sua “Italia Futura”, pronto al grande debutto per le elezioni “storiche” del 2013. Persona ammodo, presentabile, credibile anche a livello internazionale, il gran capo della Ferrari riaccende entusiasmi sopiti, non solo fra le file degli imprenditori di ogni livello e contrada. Ma c’è un però che la dice lunga sulla concezione della politica e della democrazia di Montezemolo: per accedere nel paddok del suo movimento-partito con il pass della prima fila c’è una tassa da pagare: 20 mila euro (per gli under 26), su su, 100 mila per i soci aderenti, 500 mila per i soci sostenitori. Annui, naturalmente. Chi non paga? Vede la corsa in tribuna. Spettatore.
Scrive Claudio Sardo direttore de l’Unità: “Tra le forze ostili al cambiamento c’è oggi un’ideologia che punta a scoraggiare, a demolire la politica nelle sua fondamenta. Non per produrre rinnovamento (quello sì, sarebbe necessario). Ma per lasciare il cittadino solo di fronte al potere. La rottura delle reti di solidarietà umana, la demolizione dei corpi intermedi, la messa al bando di partiti, sindacati, associazioni, comunità religiose: questi sono i veri obiettivi perseguiti da campagne condotte persino con toni moralisti. Il cittadino resta solo perché il tessuto sociale è giudicato in sé un fattore di corruzione. E il cittadino non deve mai uscire dalla solitudine, nel consenso come nella protesta, perché questo è il paradigma individualista del turbo-liberismo imperante. Un modello perfettamente congeniale a quel primato della finanza e a quel potere oligarchico che sta oggi erodendo la nostra stessa civiltà”.
Già. Ben venga Montezemolo. Ma il rischio è di avere un altro Berlusconi, solo “meno peggio” del Cavaliere. Gli italiani hanno già dato. Aspettando la (nuova) politica.
Dall’Italia, due voci, alte e chiare, si fanno sentire. La prima è quella del Papa, nella messa di Natale a San Pietro. La seconda è quella del presidente della Repubblica, in una intervista al Corriere della Sera.
L’omelia di Ratzinger scuote le coscienze: “Questa non è la festa del consumismo. Dobbiamo ritrovare l’umiltà. E pregare per chi vive nella povertà, nel dolore e nella condizione di migranti”. E poi: “In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fà che i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti dei soldati vengano bruciati”.
E’ il grido di un uomo inascoltato, non solo l’appello Urbi et Orbi del capo delle Gerarchie che troppe volte hanno predicato bene e razzolato male. Non si può non cogliere e non fare proprio, credenti e non, il senso profondo al “ritrovarsi”.
Di qua dal Tevere, dal Colle, l’eco, più “terreno” ma altrettanto perentorio di Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato, italiano fra italiani, resta ai remi del barcone Italia nel mezzo dei marosi e non si arrende alla sfiducia.
Le sfide e i rischi che ci stanno davanti sono superabili, dice in un colloquio con il Corriere della Sera “con l’arma vincente della coesione sociale e nazionale”. Un’arma che, nei momenti difficili, gli italiani hanno sempre dimostrato di saper ritrovare. Quindi, “ce la faremo, usciremo dal tunnel”, aggiunge il presidente della Repubblica in un colloquio in cui traccia un bilancio dei 150anni d’Italia.
“C’era un bisogno di recupero dell’orgoglio nazionale in reazione a stati d’animo di disagio, di incertezza e anche di frustrazione - dice il capo dello Stato - si avvertiva che il Paese aveva perduto terreno, aveva visto offuscarsi la propria immagine, il proprio prestigio, la propria dignità… E la gente ha reagito”, prosegue, sottolineando il successo di partecipazione che “ha superato le più positive previsione, una lezione secca per gli scettici”. E riconoscendo che “tra le maggiori incompiutezze del processo d’unificazione c’è la questione meridionale”.
Non c’è solo l’Italia del Bunga bunga e delle cricche, del “Ghe pensi mi”, della malapolitica e del malaffare. Altre volte gli italiani sono stati capaci di rimettersi insieme e, con umiltà e orgoglio, riparare i cocci. Il “sol dell’avvenire” è consegnato all’implacabile giudizio della storia, all’illusione e all’utopia. Ma una nuova Italia è possibile. Anche un mondo migliore.
Giorgio Napolitano: puntualizzazioni. Voto 9+ Il capo dello Stato difende la scelta di non andare alle elezioni ed esorta i partiti a fare la loro parte: “La crisi era a un punto limite. Sbaglia chi parla di democrazia sospesa. Ministri tecnici? No, meglio indipendenti”. Fortuna che Giorgio c’è. E non molla.
Mario Monti: priorità. Voto 7+ Il capo del governo dice no all’escalation di dichiarazioni e scontri fra i sindacati e il ministro Elsa Fornero sull’art. 18: ”Non è certo necessario un muro contro muro sul tema del lavoro”. E sulle cose da fare: “Priorità alla lotta all’evasione”. Puntini pesanti sulle “i”.
Il personaggio, Raffaele Bonanni, dopo mesi di lecchinaggio verso Berlusconi e Marchionne, non ha più molta credibilità, però ieri ha analizzato la realtà facendo il “conto della serva”. Il leader della Cisl ha ironizzato così, sui provvedimenti del governo, durante il presidio a Montecitorio: sembrano norme scritte da mio “zio, che non capisce niente di economia”. Poi, la stoccata alle forze politiche: “Vogliono le elezioni anticipate” e quindi oggi “ridurre il potere” di Palazzo Chigi.
Cgil-Cisl-Uil hanno ritrovato uno straccio di unità facendo muro contro il governo dei “professori” e bollando la manovra perché ritenuta iniqua, squilibrata, che colpisce lavoratori e pensionati e che rischia di avere un effetto recessivo. Per questo i sindacati promettono ancora battaglia più dura contro le misure varate ieri dalla Camera, manovra che sarà varata definitivamente prima di Natale.
Gli italiani stanno sul chi vive, non si fidano, temono l’ennesima fregatura. C’è da credere che l’eterogenea maggioranza parlamentare faccia fino in fondo il suo dovere e sostenga il governo collaborando ad affinare i suoi interventi e non invocando elezioni anticipate?
Scrive oggi Eugenio Scalfari su Repubblica: “ Berlusconi prevede elezioni generali a maggio e Bossi borbotta lo stesso vaticinio. Significa che staccheranno la spina a marzo? Nel pieno della stagione di scadenza d’una mole enorme di titoli pubblici e di obbligazioni bancarie in Italia e in tutta Europa? Una strategia di questo genere porterebbe dritti all’uscita dell’Italia dall’euro e c’è perfino qualcuno che pensa d’un ritorno alla lira come ad una panacea perché “la lira si può svalutare”. Ma sono matti?”.
Non sono matti. Sono solo interessati a curare il loro orticello. Ma è ancor più grave che anche il Pd sta a questo “doppio gioco”, più preoccupato di tenere strette le sue fila e il suo elettorato che unito il Paese. Al di là delle apparenze, anche il cosiddetto Terzo Polo fa il gioco delle tre carte: difende Monti senza “se e senza ma”, però si crogiola sui sondaggi che lo proiettano al 18% e, zitti zitti, sperano che dopo che il Prof avrà tolto parecchie castagne dal fuoco, arrivi il … “matto” che stacca la spina e buonanotte ai suonatori.
Vedremo. In caso di patatrac, stavolta non ci salverà San Napolitano.