
“Tolleranza non è indifferenza, né presuppone indifferenza. Se siamo indifferenti non siamo interessati: fine del discorso. Nemmeno è vero, come spesso si sostiene, che la tolleranza presuppone un relativismo. Certo, se siamo relativisti siamo aperti a una molteplicità di punti di vista. Ma la tolleranza è tolleranza (lo dice il nome) proprio perché non presuppone una visione relativistica.
Chi tollera ha credenze e principi propri, li ritiene veri, e tuttavia concede che altri hanno il diritto di coltivare ‘credenze sbagliate’. Il punto è importante perché stabilisce che il tollerare non è, né può essere, illimitato. ‘La tolleranza è sempre in tensione e non è mai totale. Se una persona tiene a qualcosa, cercherà di farla accadere; altrimenti è difficile ritenere che davvero ci tenga. Ma non cercherà di farla accadere con qualsiasi mezzo, a ogni costo’ (Lucas).
Allora, qual è l’elasticità della tolleranza? Se la domanda ci fa cercare un confine fisso e prestabilito, quel confine non lo troveremo. Il grado di elasticità della tolleranza può essere stabilito, invece, da tre criteri. Il primo è che dobbiamo sempre fornire ragioni di quel che consideriamo intollerabile (e cioè la tolleranza vieta il dogmatismo).
Continua a leggere: Leggiamo i classici: la tolleranza secondo Giovanni Sartori
Quella sollevata ieri da Gianfranco Fini, non è una questione di lana caprina. E non è neppure una questione “solo” istituzionale.
Il presidente della Camera, oltre a ribadire che “bisogna evitare un uso distorto della decretazione d’urgenza”, apre un contenzioso di grande rilievo politico: “La legittimazione a governare non viene solo dalle urne”.
Il cofondatore del Pdl smonta così il perno dell’impalcatura ideologica e strategica di Berlusconi, da sempre basato sulla legittimità assoluta del consenso popolare.
In definitiva, Fini mette in discussione la “qualità” di questa democrazia della seconda Repubblica. In Italia non c’è regime: si vota, si vota in modo segreto e libero, ci si può liberamente esprimere.
Nei sistemi liberali le democrazie sono fondate sulla legittimità del consenso elettorale, ma sono anche il frutto molto sofisticato di un delicato e complesso rapporto di poteri.
Il centro destra che è al governo insiste nel ribadire che l’unzione popolare è l’ “in sè ” esclusivo della legittimazione. E dunque … i giudici (i media, l’opposizione, il parlamento ecc.) non rompano le scatole. E dunque lasciate fare a Silvio. Come scriveva Giovanni Sartori: la dittatura della maggioranza più la dittatura del premier sulla sua maggioranza …
A forza di inneggiare all’esigenza di distruggere la partitocrazia, si è giunti a una partitocrazia senza partiti, con partiti padronali e di cartapesta, e con le assemblee elettive degradate, con i “nominati” a comando.
L’idea che Berlusconi vuole imporre, quella della “democrazia del leader”, è un bluff. La democrazia è il plebiscito di ogni giorno. Ogni giorno il potere si giustifica e legittima se stesso dalla comparazione di un partecipato giudizio critico nei confronti del potere. La democrazia non è quella del “comando solitario”, di un leader voluto dal popolo, ma un quotidiano scontro ed incontro di interessi per la ricerca di soluzioni ai problemi di ogni cittadino salvaguardando gli interessi generali della Nazione.
Così, con la partecipazione dei cittadini, nel confronto/scontro fra poteri, si alimenta la democrazia, non (solo) con la continua semplificazione delle procedure.
Questo è il nodo posto da Fini. Non lo si scioglie con facili battute.

Il clamore mediatico attorno allo scandalo Patrizia D’Addario - Berlusconi è sembrato scemare nel nostro paese negli ultimi giorni (ma mai dire mai: le rivelazioni del finto fidanzato Domenico Cozzolino potrebbero riaccendere addirittura il caso Noemi). Non altrettanto si può dire per la stampa straniera: sarà che le notizie arrivano in ritardo, sarà la fissazione degli stranieri (specie degli inglesi) per la moralità e la vita privata degli uomini politici, ma anche in questo inizio di settimana il numero di pezzi dedicati al caso è stato elevatissimo.
Per questa rassegna, vi proponiamo alcuni estratti dei 5 articoli migliori (a nostro giudizio) degli ultimi giorni. Su tutti, aleggia l’ombra dell’ormai imminente G8. Ad esempio l’Independent non si è limitato fortunatamente a offrire commenti semi-indignati e costellati di stereotipi sugli italiani, ma ha anche cercato di fornire un’ analisi più completa di quanto sta avvenendo dal punto di vista politico:
Quando erano perseguitati dai problemi domestici, gli imperatori romani lanciavano avventure internazionali per distogliere l’attenzione pubblica. Nello stesso stile, mentre deve affrontare una serie di scandali domestici che avrebbero messo in imbarazzo anche l’imperatore Tiberio, il primo ministro italiano sale oggi sul palcoscenico mondiale per annunciare il programma del G8 di quest’anno. (..)
Continua a leggere: Rassegna stampa estera: Berlusconi e Patrizia D'Addario verso il G8
Giovanni Sartori: Cav cabarettista. Voto + 8. “Berlusconi è un uomo che viene dal varietà e resta un cabarettista. La dittatura è una cosa possibile ma forse non accadrà perché il premier non ha il senso di progettualità del dittatore”. Sartori dixit.
Rosi Bindi: errori & errori. Voto – 8. “L’Italia è un Paese invaso dal privato di Silvio Berlusconi. Il nostro errore è stato quello di averlo sottovalutato”. Non solo. Il “vostro” errore è stato quello di avere fatto “terra bruciata” e non aver costruito nulla.
Doppia recensione per questo venerdì: ci sono due autori, uno un mostro sacro - Giovanni Sartori - che con Laterza torna in libreria con Il Sultanato, una raccolta dei suoi editoriali passati sulle pagine del Corriere, e un altro che magari un giorno lo diventa, ovvero Jacopo Tondelli e i suoi Sceriffi Democratici, uscito per i tipi di Marsilio.
No, il “caminetto” non si può fare. L’allargamento della segreteria per cooptare i “big” rimasti senza giubba né gradi, men che meno. Allora Massimo D’Alema alza il telefono e si mette d’accordo con Goffredo Bettini, alter ego di Veltroni, per incontrarsi. Dichiara di non cercare “medagliette” e offre la propria disponibilità “a darsi da fare tutti insieme” perché “la situazione è davvero difficile”. Sembra una notizia.
Nel Pd si vedono quasi di nascosto, come fossero i Togliatti, Terracini, Grieco, Di Vittorio, Longo, Teresa Noce, Tasca, Pajetta, Colombi, i dirigenti del Partito comunista nell’attività illegale, in esilio durante gli anni bui del fascismo.
Ma qui non c’è nessun “centro esteri”. Il guaio è che sembra non esserci nessun “centro”. Chi comanda in questo Partito democratico? Veltroni è solo il leader di facciata. E non ci sono eredi. Una classe dirigente vittima del “berlusconismo”. E cos’è il Pd?
Il politologo Giovanni Sartori in una intervista su L’Espresso in edicola. è perentorio: “E’ un partito dalle radici troppo forti, dal fusto fragile e dai rami secchi”.
Chiedete a qualsiasi boscaiolo o contadino che fine fa una pianta dalle radici forti, dal fusto fragile e dai rami secchi. Viene abbattuta per far legna.
Veltroni tenta il rilancio del partito. Ma non c’è strategia. Si va avanti alla giornata, sull’agenda dettata dal Cavaliere. Si traccia una nuova linea: opposizione dura al governo Berlusconi, nuova tavola di valori in un paese che è “uno specchio rotto” e che entra nell’ “autunno della democrazia e della libertà”. Parole grosse. Per smuovere dall’apatia la base delusa e disorientata, per portare in piazza un milione di persone a Roma il 25 ottobre.
Basterà una manifestazione per definire l’identità del partito, una nuova strategia, cementare l’unità del gruppo dirigente?
Su tutto e su tutti pesa l’incubo delle prossime elezioni della primavera 2009. Una nuvola nera che incombe sul Pd.
Ahh, oggi è una giornata piacevole, perchè al di là del clima scandinavo che inesplicabilmente affligge Milano in questo periodo, ho trovato un editoriale di Sartori sul Corriere. Di che parlava? Semplice: della inutile carnevalata che è stato il vertice della Fao appena conclusosi a Roma, e fin qui, come dargli torto:
La grande carnevalata della Fao si è chiusa il 6 giugno (dopo avere intasato Roma per tre giorni) con la risibile e irresponsabile promessa di vincere la fame nel mondo entro il 2050. Speriamo che prima venga chiusa la Fao. Perché i discorsi seri si fanno altrove
E di nuovo, sottoscriverei ogni parola. E mica perchè Sartori sia un idolo. Ma perchè anche voi, avete sentito qualcosa di serio al vertice della Fao? Io no. In tutta sincerità. E tutto questo con una stoccata finale a chi ha criticato l’utilizzo dei biocarburanti:
Non occorre una intelligenza straordinaria per capire che tutti i suddetti fattori — popolazione, esaurimento delle materie prime (e dell’acqua), sconquasso del clima — afferiscono al problema della fame. Ma gli intelligentoni delle Nazioni Unite, della Fao, e anche dei media, preferiscono scoprire, invece, che la colpa è dei biocarburanti
Trovate il pezzo sul Corriere oppure dopo il salto.
Continua a leggere: Giovanni Sartori sul Corriere: la grande carnevalata della Fao
Una delle cose che mi piacciono nella vita, è quando al mattino trovo un pezzo di Sartori sul Corriere. Sartori è un genio, uno di quelli che staresti ad ascoltare per ore; uno che è capace di spiegare in maniera semplice - ma tutt’altro che semplificata - cose lunari di ingegneria costituzionale, un tema che evoca tomi impolverati, esistenze svaporate in biblioteche gelide e dai soffitti troppo alti, tesi di laurea in grado inghiottirti come un Aleph.
Poco prima delle elezioni Sartori, sempre dalle pagine del quotidiano di via Solferino, aveva invitato, neanche troppo tra le righe, al voto disgiunto; allo scopo di rendere ingovernabile il paese nel dopo elezioni. Un’idea intelligente, che come tutte le idee intelligenti è caduta nel vuoto. Ma siamo così, noi italiani. Che ci vuoi fare? Nulla. Che ci puoi fare? Niente.
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