Non è il ddt di nefasta memoria, , ma il Pdt può essere ugualmente velenoso, e non solo per le mosche. Il Pdt, partito delle tasse composto in particolare da antiberlusconiani doc, ha solo un dubbio: se colpire con la mannaia di una patrimoniale o raddoppiando le aliquote sulle rendite finanziarie.
C’è in particolare questa gran voglia di imposta patrimoniale. Dalle “nobili” alte vette ex socialiste di Giuliano Amato alle nebbiose pianure dell’ex comunista Walter Veltroni (con assist di Pietro Ichino) è giunta la soluzione per risolvere i gravi problemi delle italiche (esauste) finanze.
Che non ci si fidi delle nuove promesse di liberalismo di Berlusconi è … naturale. Ma del Pd chi si fida?
La patrimoniale straordinaria non ha niente di “comunista”: è solo una idea bislacca, inutile e assurda. Perchè ammesso che nelle casse dello Stato entrino più soldi (anche questo in Italia è da dimostrare), governo e opposizioni non tireranno e non faranno tirare la cinta, ma, all’opposto allargheranno i cordoni della borsa rimpolpata.
Solo così si prendono applausi e, soprattutto, voti. A onor del vero, Amato e Veltroni, propongono una patrimoniale con seguito di altri interventi strutturali in grado di sostenere la crescita e migliorare il bilancio, fino all’agognato pareggio e conseguente riduzione delle tasse. Ma se si fanno davvero interventi di liberalizzazione e di riforme vere, a che serve la scure-capestro della patrimoniale?
La via d’uscita è dietro l’amgolo, ma nessuno intende imboccarla: usare la forbice, senza pietà, per tagliare le spese. Chi è oggi (o domani) in grado di usare il forbicione?
La sinistra, Pd in testa, è in balia degli umori del momento. E’ sempre così, quando la crisi morde e non si sa che pesci pigliare.
Adesso, dopo l’exploit pugliese di Nichi Vendola, (quasi) tutti a puntare sulle primarie, ritenute lo strumento di maggior legittimazione democratica e l’arma vincente, quanto meno nella scelta del “migliore” candidato interno. Ma è proprio così?
Anche il “bipolarismo”, tanto osannato quale panacea dei mali della politica, sta mostrando la corda (è in crisi anche dove impera da sempre, a cominciare dalla Gran Bretagna).
E per vincere le elezioni e per poi governare ci vogliono le “coalizioni” (non certo a marmellata come quelle di Prodi …), di norma guidate dal leader del partito più forte della coalizione stessa.
Fu così anche nella Prima repubblica dal 1945 al 1981 con il premier sempre targato Dc. Quando a Palazzo Chigi l’inquilino cambio “marca”, prima con un premier repubblicano (Giovanni Spadolini), poi con due socialisti (Bettino Craxi con la famosa “alternanza” e Giuliano Amato), non fu per la magnanimità dello Scudo crociato ma perché la Dc andò in crisi e quello era l’unico modo – stante la conventio ad excludendum verso il Pci - per rimanere al potere e dare un governo all’Italia.
Diventando premier il leader di un partito “minore” saltava però il rapporto fra consenso, potere e responsabilità su cui reggono le democrazie rappresentative. Idem nella Seconda repubblica, almeno nel centro sinistra: vedi i governi diretti da Romano Prodi. Che centra con oggi?
Continua a leggere: Ore 12 - "Piccoli" leader crescono. Ma non è tutto oro quello che luccica
Gianfranco Rotondi: eureka! Voto – 7. Il ministro per l’Attuazione del programma vuole abolire la pausa pranzo: “Un rito che blocca l’Italia”. E’ il Governo delle “trovate”: una al giorno! A quando il divieto toilette?
Giuliano Amato: amarcord! Voto – 7. L’ex premier ed ex delfino di Bettino Craxi torna su Tangentopoli: “Una chanche persa dalla sinistra”. Il “dottor sottile” incolpa sempre gli altri. E lui dov’era?
Silvio Berlusconi: replay. Voto – 9. Il premier è “tirato” ma tira dritto: “Contro di me solo spazzatura, nessuna conseguenza sul G 8. Non cambio, gli italiani mi vogliono così”. Errare umanum est ma perseverare … Per il Cavaliere la miglior difesa è l’attacco. Grandinate in vista.
Dario Franceschini: start flop. Voto – 9. La “minaccia” di Franceschini di non voler lasciare il partito “a quelli di prima” attira nuovi strali sul candidato segretario. Dice Giuliano Amato: “Secondo il leader del Psi De Martino, quelli di prima erano meglio di quelli di mo”. Capito?
Anche ieri sera Milena Gabanelli ha confezionato un’ottima puntata del suo Report, costruita intorno al servizio di Bernardo Iovene sulla vicenda della frequenze radiotelevisive e sul caso Europa 7.
Ed anche ieri in molti saranno rimasti esterrefatti di fronte a certe immagini, a certe affermazioni, alle espressioni compiaciute di alcuni personaggi.
Giuliano Amato che “non ricorda” come siano andate le cose benché abbia firmato dei documenti in proposito (e ride appagato dello stratagemma trovato per non applicare una sentenza). Il sottosegretario Paolo Romani e Fedele Confalonieri quasi infastiditi dalle troppe domande sulla vicenda Rete4 ma certi del fatto che la vittoria elettorale del loro datore di lavoro abbia messo una pietra tombale su ogni fastidiosa questione in proposito. L’ex ministro Pd, Paolo Gentiloni, spiega che purtroppo non c’era abbastanza unità nella coalizione di governo per far applicare delle sentenze della Corte Europea. Luciano Violante e Piero Fassino che fanno a gara nel rassicurare l’impero Mediaset e nel disattendere la promessa di regolamentare il settore.
E voi, chi avete trovato più spudorato?

Il canale internazionale della britannica BBC ha dedicato la scorsa settimana un lungo servizio al nostro paese, intitolato eloquentemente “Il paziente italiano”: in esso la giornalista Annalisa Piras, da molti anni inviata de “L’Espresso” a Londra , fa ritorno in patria per verificare se, dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, il paese stia approfondendo lo stato di crisi permanente per il quale è noto in Europa, o se al contrario stia vivendo sotto la leadership del Cavaliere un nuovo rinascimento.
Il reportage, che trovate in mp3 qui, offre una prospettiva “esterna” su molti dei problemi del nostro paese: dalla spazzatura e la camorra di Napoli, al “lato oscuro” della Verona intollerante e post-fascista; dall’irrisolto conflitto di interessi di Berlusconi all’antipolitica dilagante, fino a quello che è forse il più inquientante di tutti: la massiccia fuga di cervelli e di talenti dal nostro paese verso il resto dell’occidente.
Il servizio, che comprende diverse interviste, presenta dichiarazioni di molti noti personaggi, che forse non sarebbero state rilasciate con tanta facilità ai media italiani. C’è ad esempio Giuliano Ferrara che definisce Berlusconi “un populista, ma un populista democratico”, o Giuliano Amato che sintetizza lapidariamente il nostro carattere nazionale:
l’identità collettiva degli italiani è basata sulla condivisione dell’idea di “difendersi da quelli che stanno lassù”
Continua a leggere: La BBC e il "paziente italiano": crisi o nuovo rinascimento?

L’intervista che stamani Romano Prodi ha rilasciato a Federico Geremicca de La Stampa va letta tutta d’un fiato se si vuole apprezzare fino in fondo la capacità di un uomo al quale, nonostante i numerosi demeriti, va dato atto di un’importante - quanto rara - virtù: la coerenza. Lemma sconosciuto nella politica italiana. Ieri come oggi
Pensate, ad esempio, a Giuliano Amato. Nel 1992 diceva: “Con questa avventura da premier concludo la mia carriera”. Sono passati sedici anni e non solo il dottor Sottile è sempre in sella ma, addirittura, ora fa anche l’uomo del dialogo: sto a sinistra ma anche a destra. Ed è proprio in forza di questa filosofia che ha accettato, di recente, la presidenza della commissione “Attali de Noantri”, una commissione per lo sviluppo di Roma voluta fortemente dal sindaco Alemanno sul modello francese (roba da fare inorridire la sinistra italiana). C’è chi, si è preso la briga di conteggiare le pause politiche di Amato. Ebbene, sembra che non siano passati più di quattro mesi prima che accettasse un nuovo incarico. Prodi no, invece. Lo ha detto chiaramente: resto fuori, faccio il nonno, la mia esperienza politica finisce qui.
Oggi lo ripete a un incredulo Geremicca che si meraviglia - nel leggere il programma della Prima Festa Democratica - che, nell’elenco degli “ospiti illustri” manca il suo: “Quando uno volta pagina, volta pagina. Ne comincia una nuova e sulla vecchia non ci torna più”. E ancora: “Sulle vicende del Pd non torno più. Chiuso”. “Ho detto fin dall’inizio che uscivo dai discorsi della politica italiana”, aggiunge. Ora, racconta, si dedica alla lettura: “Roba di evasione oppure testi internazionali…”. E non ha alcuna intenzione di fare dietrofront: “Io sono della scuola che quando uno esce, esce. Non deve più rompere le scatole. E’ una delle tante vecchie regole che andrebbero rispettate. E anzi le dico solo che se molti in Italia vi si attenessero, sarebbe meglio”. Ottima lezione, prof!
Fra quel poco che in questi giorni di calura ferragostana passa il convento tiene banco la proposta di una commissione bipartisan (bollata dai critici come commissione Attali “bonsai”) sui mali della capitale, fatta dal sindaco di Roma Alemanno e accettata da Giuliano Amato, in veste di capo-commissione.
Apriti cielo! E’ un laboratorio politico capace di imporsi come modello nazionale? E’ solo un escamotage estivo? Classico matrimonio all’italiana?
Le polemiche sono dentro i partiti, ma anche trasversali. Il più sferzante è l’ex ministro psi Rino Formica: “Alemanno insegue miti imperiali. E Amato è sempre disponibile, è figlio del Palazzo. Lui ambisce a fare il consigliere del Principe, come ai tempi di Craxi. E vuole ballare altri 5 anni”.
Anche Forza Italia non gradisce. Berlusconi sbuffa. Infatti getta acqua sul fuoco il capogruppo dei deputati Fabrizio Cicchitto: “ Non si può continuare ad alimentare l’ immagine di un centrodestra senza cultura propria, fatto di sprovveduti, che quando va al governo deve bussare alla porta di un Giuliano Amato per farsi elemosinare qualche consiglio. Questo eccesso di dialogo non porta da nessuna parte”. Se non è stroncatura, questa!
Ma qui si parla e si coinvolge il “singolo”, la “persona”. E il partito, i partiti non sono chiamati a impegnarsi o a essere coinvolti direttamente. E’ stato così anche per la sinistra francese, che ha contestato la scelta di Kouchner o dello stesso Attali di collaborare con Sarkozy.
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E’ da qualche giorno che sentiamo echeggiare la polemica sul formato delle schede elettorali. Berlusconi ha tirato fuori la questione, suscitando la sdegnata reazione del ministro Amato (”Le schede sono conformi alla legge voluta da Berlusconi. Non c’è più tempo per ristamparle.”)
Molti però si sono accodati alla posizione del Cavaliere, e non solo i rappresentanti del centro-destra, come si potrebbe supporre, ma anche parti della coalizione avversa, come i dipietristi. Dunque qualche fondamento di verità ci sarà pure, o sono tutti impazziti proprio quando manca una settimana esatta al voto? Tutto è possibile, d’altronde siamo in Italia; ma vediamo un po’ come si arriva a questa situazione.
Fino al 2006 si usava porre i simboli dei partiti in verticale, una scelta obbligata visto che oltretutto serviva spazio sulla destra per esprimere il voto di preferenza al candidato. Quest’ultimo si indicava prima col numero di lista, poi col nome per esteso ma il concetto non cambia. Questo sistema aveva il pregio di impedire la sovrapposizione della croce su due simboli affiancati, ma anche il grosso difetto di dilatare a dismisura la lunghezza della scheda; non a caso ultimamente in cabina impiegavamo più tempo a sfogliare e ripiegare carta che a tracciare la nostra preferenza con la matita copiativa.
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