Silvio Berlusconi: esagerato ma. Voto 6. Il premier lancia l’affondo sulle intercettazioni: “In Italia siamo tutti spiati, non c’è vera democrazia”. Esagera coi numeri, sbaglia priorità, ma il “nodo” è reale e va sciolto. Nessun alibi, ma nessun tabù.
Pierluigi Bersani: Passo giusto. Voto 8. Il segretario del Pd chiede in una lettera al Presidente del Consiglio di “evitare i tagli agli assegni di invalidita’ per i Down”. Ripristinare la protezione sociale. Questione di giustizia e di civiltà.
E’ stato raggiunto un compresso all’interno della maggioranza sul decreto delle intercettazioni. Secondo quanto pubblicato dal Giornale decisiva sarebbe stata la mediazione attuata dal Presidente del Senato Renato Schifani che in questi giorni ha provato a metter d’accordo gli ex di Alleanza Nazionale e gli ex di Forza Italia.
Il compresso, raggiunto per evitare uno stop del disegno di legge alla Camera (dove i finiani sono in maggioranza), è stato apprezzato sia da Italo Bocchino che dall’opposizione. Smentendo la posizione di Antonio Di Pietro Luigi Li Giotti, rappresentante dell’Idv in commissione Giustizia, ha fatto sapere che le ultime modifiche sono interessanti.
Salvo modifiche dell’ultimo minuto, ad oggi, al Pm sarà concesso di prorogare di 48 ore in 48 le intercettazioni oltre il limite dei 75 giorni. Del materiale, chi di dovere, potrà usufruirne anche oltre il tempo massimo stabilito precedentemente.
Il ddl intercettazioni è stato approvato dalla commissione Giustizia del Senato, con soddisfazione del Pdl e contrarietà di Pd e Idv. Lunedì la battaglia si sposta in aula al Senato.
La maggioranza fa altalena, avanza sulla propria linea dura, pur confermando la disponibilità a modifiche “sostanziali”. Bonaiuti sbatte le ali e si trasforma in colomba, dicendo che “Una intesa la si trova sempre”. A rischio, si sa, è la libertà di informazione, almeno di quel che ancora resta.
E’… “rischioso”, ma proviamo a spezzare una lancia a favore del Governo. Limitare le intercettazioni? Perché no? In Italia sono dieci volte più degli USA.
Giusto limitare drasticamente le intercettazioni ai normali cittadini. Altrettanto giusto renderle … obbligatorie” per i politici.
Se “lorsignori” non hanno nulla da nascondere, non hanno neppure nulla di cui lamentarsi! O no?
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Durante il Salone del Libro di Torino, che si conclude oggi, gli editori italiani capeggiati da Stefano Mauri e Alessandro Laterza hanno deciso di manifestare pubblicamente contro il disegno di legge sulle intercettazioni del Ministro della Giustizia Angelino Alfano.
All’iniziativa, collimata in una lettera pubblica in cui si precisa che il provvedimento potrebbe non garantire la libertà di stampa, hanno aderito tutti gli operatori del settore tranne Marina Berlusconi che per il padre amministra la Mondadori.
Secondo la nota ufficiale divulgata dall’ufficio stampa la casa editrice di Segrate difende in ogni libro la libertà di espressione che secondo gli altri editori, le cui produzioni virano sempre più sull’attualità politica italiana, non è garantita dall’attuale Governo.
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Mentre alcuni esponenti della maggioranza sono impegnati a dimostrare la propria innocenza, un parte del Governo è in queste ore impegnata a gestire chi al momento in carcere già si trova. Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, avrebbe elaborato un piano carceri che secondo il collega Roberto Maroni, Ministro degli Interni, sarebbe persino peggio dell’indulto promosso dal 2006 da Clemente Mastella, allora Guardasigilli.
Il preoccupante aumento dei suicidi nelle strutture penitenziari (secondo i dati riportati dal Giornale una persona ogni sei giorni decide di suicidarsi prima di uscire dalla prigione) avrebbero allertato il Ministro Alfano secondo il quale lo spostamento di 12 mila detenuti agli arresti domiciliari potrebbe risolvere il problema tanto a cuore alla radicale Rita Bernardini che per la causa, sull’esempio di Marco Pannella, ha iniziato uno sciopero della fame.
Secondo quanto fatto intendere da Roberto Maroni a chi sull’argomento questa mattina l’ha intervistato il piano di Angelino Alfano potrebbe risultare fallimentare poiché buona parte dei carcerati spostati alla detenzione casalinga non ha un alloggio dove stare.
Continua a leggere: Indulto: Roberto Maroni contro Angelino Alfano

Quello che Silvio Berlusconi ha fatto con l’ex ministro Scajola si ripeterà ogni qualvolta uno dei suoi “big” cadrà nelle maglie della giustizia o incapperà in qualche “disgraziata” vicenda.
Il premier, cioè, prima farà finta di niente, poi scaricherà il malcapitato di turno (adesso tocca a Verdini?).
Ma premier, governo e maggioranza sono su un piano inclinato, scivolano in un tunnel senza via d’uscita. Il populismo e la demagogia non reggono più di fronte a una realtà che fa acqua da tutte le parti.
Qui c’è davvero un Paese da salvare, sul piano economico, ma anche su quello culturale e morale. E chi lo salva quando il “tonfo” dimostrerà il “vuoto” del berlusconismo?
Il Pd del giovane fiorentino Renzi, che quasi quasi fa rimpiangere nientepopodimenoche il voltagabbana Capezzone? Il Pd della “volpe del Tavoliere” D’Alema, che perde l’unica qualità che aveva, cioè la freddezza, facendosi trascinare nel volgare chiacchiericcio da pennivendoli inutili e prezzolati? Il Pd delle “lenzuolate” di Bersani, segretario sor tentenna?
La Seconda repubblica ha promesso l’alternanza, le riforme, la stabilità, la politica pulita. Invece si è messo in discussione il primato dello Stato come “interesse generale” e lo si è sostituito con l’antipolitica e il malaffare, l’egoismo privato e sociale, la paura degli altri, la difesa con le ronde del proprio territorio, il disprezzo della legga, l’attacco alla dignità e ai diritti del lavoro.
Gli italiani, invece dell’agognato paese dei balocchi, adesso rischiano l’inferno della Grecia.
La tegolata delle “irrevocabili” dimissioni del finiano Bocchino, numero due del gruppo Pdl alla Camera, sintetizzano la grave crisi politica del partito del “predellino”.
E quando il Governo va sotto alla Camera, come è successo ieri per un voto, è sempre un fatto politico. E’ la 46esima volta, dall’inizio della legislatura, che il Governo viene battuto nell’Aula di Montecitorio. E non sarà, quella di ieri, l’ultima volta.
Non si tratta solo di colpevole sciatteria di quella che Berlusconi definisce “Armata Brancaleone” (è uno schifo che parlamentari profumatamente pagati “marinino” il Parlamento quando si devono votare provvedimenti che interessano tutti) ma anche di segnali politici. E che segnali!
Il Pdl è allo sbando e la maggioranza è sempre più dilaniata (ieri c’è stata una rissa indecente fra “finiani” e “berlusconiani”). Le conseguenze di questa situazione da “separati in casa” si riflettono sul piano parlamentare.
Berlusconi sa che lo attendono ben altre prove, dove le “imboscate” possono essere fatali al premier e al governo.
Si … “annunciano” nuovi passi falsi su nodi fondamentali quali quello della giustizia. E altri nuvoloni promettono tempesta: la “inevitabile manovrina economica” dimostra lo stato pesante dei nostri conti pubblici. Non c’è un euro per far decollare la riforma del federalismo fiscale.
Bossi lo sa: finge di non saperlo, ma il suo viso è già “livido” e non passa giorno che dice ai suoi di tenersi pronti per il “botto”.
Oramai Berlusconi è sempre più stretto fra l’incudine e il martello. Non sarà facile, stavolta, per il Cavaliere, uscirne … indenne.
Contrordine, compagni! Pierluigi Bersani sì è accorto, con il ritardo di sempre, che il governo non durerà altri tre anni.
E’ l’”effetto Fini”, l’onda lunga dello scontro della direzione del Pdl che sbatte sul Partito democratico assonnato, risvegliando interessi e appetiti.
Dopo la “botta” delle Regionali, il vertice del Pidì appariva come l’alfiere più convinto della solidità della maggioranza che sostiene il governo Berlusconi. Ci ha poi pensato Gianfranco Fini a togliere il coperchio e a rigirare il mestolo nel pentolone del partito del “predellino”.
Da quel momento, al di là dei minuetti, niente è più sicuro. E tutto è possibile. Compresa la caduta del governo in tempi brevi.
Ovvio che il presidente della Camera metta le mani avanti, per tirare il fiato dopo il pietrone lanciato contro il premier, e dica: “irresponsabile parlare di elezioni anticipate”.
Ma le riforme annunciate resteranno tali, cioè nel cassetto. Compreso il federalismo, su cui Bossi si gioca tutto.
E lì, solo la spada potrà recidere un inestricabile nodo politico. E lì (o/e sulla giustizia) la conta diventerà la .. resa dei conti. E buonanotte ai suonatori.
Bersani, intanto, sta cercando un posto vicino al fiume, in attesa del … “cadavere” del “nemico”. Il Pd, si sa, meno si muove, meno danni fa. Forse.

Dove eravamo rimasti? Al … “Finimondo”!
Con il cofondatore del Pdl contestatore totale e senza pietà: su Lega, giustizia, legalità, immunità di casta, unità nazionale, federalismo, immigrazione, democrazia, leadership, partito.
Con il muso d’uro e livoroso di Berlusconi che grida a Fini: “Guastatore! Dimettiti da presidente della Camera!”.
Con la “parade” dei “Cavaliere fans”, lautamente pagati, genuflessi di fronte al padre padrone. Con l’approvazione di un documento fotocopia di quelli che faceva passare Stalin nel plenum della terza internazionale.
E adesso, dopo la rissa in diretta, altro “capolavoro” del Made in Italy in pasto al mondo? Addio partito del “Predellino”! Addio partito dell’”Amore”! C’è solo da aspettare il passaggio nel “gran canyon”. L’imboscata (sulla giustizia?), annunciata e prossima, avverrà in Parlamento. Lì si consumerà l’atto finale di questo scontro. E sarà voto anticipato. A un passo dall’America … latina dei tempi che furono.
Il “centralismo carismatico” di Berlusconi ha subito il colpo più duro dalla sua “discesa in campo”. Forse siamo al de profundis del Cavaliere e del “Berlusconismo”. L’implosione del Pdl è nei fatti. E trascinerà maggioranza, governo, premier.
Fini ha lanciato il “pietrone”, disco verde per la destrutturazione del quadro politico. Spetta ora all’opposizione cogliere la novità e trasformarla politicamente, accelerando il cantiere dell’alternativa.
Chi crede alla possibilità di fermare la “deriva plebiscitaria del nostro sistema” deve prendere in mano il gioco, lanciando la carta di un inedito “patto repubblicano”. Con Fini dentro.
E’ l’ora di scendere in campo e giocarsi la faccia. Tutti. Potrebbe essere l’ultima occasione.
Crollati i redditi delle famiglie. E chissenefrega! Questo è il tempo delle riforme … annunciate.
Così almeno detta l’agenda del summit fra i due padroni d’Italia: “Re Umberto”, sempre più sul ponte di comando, e il Cavaliere, inchiodato nei “fatti suoi” e tutto proteso verso il Colle. Quali riforme?
Per cambiar faccia al Paese e ridargli fiato e dignità, o per placare i “desiderata” di Bossi sul federalismo e di Berlusconi sulla giustizia? C’è un disegno strategico su cui nei prossimi tre anni costruire quelle riforme di reale trasformazione del Paese? Non è dato sapere.
Anche perché le cene nel chiuso di Arcore hanno sostituito il confronto aperto, in Parlamento.
Forse ha ragione il leader storico dei radicali Marco Pannella: “Escludo che la partitocrazia possa concepire una riforma che crei difficoltà a se stessa, e quindi che non sia una porcata, più o meno evidente”. Gli ottimisti si affidano a Giorgio Napolitano, il cui invito al dialogo pare foriero di “aria nuova”. Ma chi ci crede davvero?
Una cosa è certa: a tenere banco è il presidenzialismo. Se fatto come lo vuol fare Berlusconi, sarà l’addio alla Costituzione repubblicana. E a qualcos’altro.
Innamorati come sono delle mode e malati di retorica, gli italiani presto plaudiranno, sancendolo col voto, al presidenzialismo fortissimamente voluto dal Cavaliere. E l’Italia sarà l’America. O meglio, il Sudamerica.