Fioccano i sondaggi e, specie per governo e maggioranza, hanno l’effetto di una devastante grandinata.
La maggioranza assoluta degli italiani, precisamente il 73%, ritiene che il Governo Berlusconi “non è in grado di gestire l’attuale emergenza economico-finanziaria, né di varare misure in grado di rilanciare seriamente la crescita del nostro Paese”.
Sul nodo delle pensioni il 57% dei cittadini dice no all’innalzamento dell’età pensionabile, contro il 34% di favorevoli ed un 9% di astenuti.
Questi i dati più significativi dell’indagine condotta dall’Istituto nazionale di ricerche Demopolis per il programma de La7 Otto e Mezzo all’indomani dell’ultimatum dell’Unione Europea al Governo italiano.
Il dato del 57% di no a nuovi interventi sulle pensioni sale addirittura al 73% fra gli elettori della Lega. Da ciò deriva il niet di Bossi alla riforma.
Ma la maggioranza degli italiani chiede “una più seria lotta all’evasione fiscale, un giro di vite sulla finanza speculativa e un concreto piano per lo sviluppo e l’occupazione, fino ad oggi assente nell’agenda di Governo”. Il piano urgente chiesto all’Italia dall’Unione Europea divide l’opinione pubblica, in modo trasversale, quasi prescindendo dalla collocazione politica degli intervistati.
Dopo la (profonda ed estesa) batosta di Berlusconi e di Bossi e i (legittimi e sobri) festeggiamenti dei vincitori, arriva subito la prima doccia fredda. Il dibattito sulla verifica di governo si terrà alla Camera solamente la quarta settimana di giugno, dopo l’esame del dl Sviluppo, tra il 20 e il 27 giugno.
Così ha deciso la Conferenza dei capi gruppo di Montecitorio. Pare alquanto strano che la proposta sia stata avanzata proprio dal presidente Gianfranco Fini, ancora una volta eccessivamente prudente e lento.
Protesta il capogruppo del Pd Dario Franceschini: “La maggioranza si è opposta alla richiesta di tenere la prossima settimana il passaggio parlamentare chiesto dal presidente Napolitano. Sperano che i problemi si risolvano rimandandoli; tutto questo lo paga il Paese”. E comunque, la richiesta del Pd è serrata: “Il governo Berlusconi si presenti dimissionario alla verifica parlamentare”.
Altre volte Berlusconi si è salvato proprio per le tregue concessigli. Evitare che anche stavolta possa ritessere le fila di un partito allo sbando, continuare la campagna di compravendita di altri mercenari o arginare la diserzione nelle proprie file.
Soprattutto va costruita una tensione e una mobilitazione dei cittadini sui temi quotidiani e concreti, preparandosi innanzi tutto sui referendum. Guai abbassare la guardia. Niente è scontato.
Non cancellare i diritti, difendere il lavoro dagli effetti della crisi economica, denunciare le «scelte depressive» del governo e rilanciare l’occupazione: è su queste parole d’ordine che la Cgil fa oggi lo sciopero generale, con manifestazioni in oltre 100 piazze d’Italia.
E’ il quarto sciopero sotto il governo Berlusconi. Di fatto, è uno sciopero politico, più contro il Governo che contro il padronato. Mai in Italia l’attacco al lavoro, ai diritti, alle regole, alle conquiste storiche dei lavoratori è stato portato avanti dall’esecutivo nazionale, cui non va lesinata la critica per la mancanza di riforme e anche per l’incapacità di operare per contribuire alla ricomposizione dell’unità sindacale.
La Cgil porta pesanti responsabilità e ritardi, gravata da logiche di chiusura e di stampo ideologico imposte dal complesso della difesa dello status quo (specie nel pubblico impiego) e dal vetero operaismo della Fiom.
Comunque, al centro della mobilitazione odierna c’è una piattaforma rivendicativa formata da dodici proposte che ruotano intorno ai temi del fisco e del lavoro. Fisco come strumento di giustizia sociale, lavoro come via per la crescita. Le 12 «buone ragioni» per lo sciopero generale riguardano, in particolare, gli ammortizzatori sociali, un fisco giusto, la lotta all’evasione fiscale, una nuova politica industriale e il rilancio degli investimenti.
Si chiede di puntare su formazione e ricerca, di costruire un welfare capillare e di qualità, adeguare il livello delle pensioni. Si punta alla difesa delle categorie più colpite dalla crisi: dai precari agli studenti, alle donne. Poi la richiesta di alzare il livello di democraticità interna dei luoghi di lavoro. Infine una nuova politica di accoglienza dei migranti e un federalismo equo. Tutto qui? No.
C’è sul tappeto la crisi del sindacato, che è diviso come non mai, perché, soprattutto, c’è una crisi della democrazia interna che investe tutte le organizzazioni, Cgil compresa. Il sindacato, Cgil in testa, hanno limiti e contraddizioni inaccettabili, dove settarismo, burocraticismo, pan sindacalismo, affarismo si mischiano a non finire. Così il sindacato è strumento di conservazione e non di innovazione.
Continua a leggere: Sciopero generale Cgil, luci (poche) e ombre (molte)
Sangue e fiamme in Libia, da sette giorni in rivolta. La protesta ha infiammato per la prima volta anche Tripoli e si accreditano sempre di più le voci sulla fuga di Gheddafi che potrebbe essere già in Venezuela. Nella capitale sono state saccheggiate le sedi di tv e radio di Stato. Sono anche stati dati alle fiamme molti edifici governativi.
Caos anche in Iran, Yemen e Marocco. In questa gravissima situazione nelle sponde sud del Mediterraneo diventa sempre più assordante il silenzio del premier e del governo italiano.
Il governo Berlusconi «tace» sul conflitto in corso in Libia «perché non può parlare, perché si è compromesso in un modo incredibile stracciando anche la nostra dignità». È il pensiero ragliente del segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani.
«Quanto accade in Libia, e nell’intera zona del Maghreb, non ci chiama in causa soltanto per la posizione geografica dell’Italia, che ovviamente si presta più di altri paesi dell’Unione al rischio di nuove ondate di clandestini; oltre a questo, preoccupa l’atteggiamento del nostro governo sull’intera vicenda». Lo si legge in un articolo pubblicato sul magazine della finiana Fondazione Farefuturo.
Per le tensioni in Medioriente crescono le quotazioni del greggio. E nei distributori il caro-carburante è già in atto: la verde oltre quota 1,5 euro/litro, il gasolio supera gli 1,4.
Il Cavaliere (e il Senatur) hanno altro da fare. Oggi è il lunedì di Arcore, dove si fa un’altra storia.

Nel 2010 si è interrotta la carriera politica di Claudio Scajola. L’ex ministro dello Sviluppo Economico consegnò le proprie dimissioni per giustificare l’acquisto poco lecito della sua residenza romana, un appartamento con vista sul Colosseo. La magistratura che indaga sull’accaduto ha cancellato il nome di Scajola dal registro degli indagati.
La chiusura, parziale, della vicenda non ha però evaso tutte le richieste che gli inquirenti hanno fatto all’ex ministro. Scajola è indagato a Imperia, città ligure soprannominata Scaioland. L’ex ministro è stato sindaco di Imperia dal 1990 al 1995.
Per la procura di Imperia l´ex ministro Claudio Scajola è il promotore dell´associazione a delinquere che ha gestito in maniera clientelare sia la fase di affidamento della concessione per la realizzazione del maxi porto turistico, sia quella dello spezzatino di appalti per la sua costruzione.
Continua a leggere: Dal Colosseo al Porto di Imperia, l’ex ministro Scajola è indagato di nuovo

La decisione della Corte costituzionale sul legittimo impedimento è ormai imminente. Le preoccupazioni del Cavaliere sono tante. Tra queste soprattutto la prospettiva di una seria ripresa delle iniziative giudiziarie riguardanti la sua persona, i suoi più stretti collaboratori (come Marcello Dell’Utri) e le sue aziende.
Ma il Premier teme anche che la pronuncia di Palazzo della Consulta, mettendo a rischio di fatto la sua permanenza a Palazzo Chigi, possa compromettere la campagna acquisti di nuovi parlamentari provenienti dalle fila di Futuro e Libertà e dell’opposizione. Una preoccupazione da vero uomo di Stato!
In effetti, è difficile che la Corte costituzionale decida in senso favorevole al Premier. Le ipotesi più probabili sono una pronuncia d’incostituzionalità o una decisione di natura “interpretativa” (anche sotto forma di pronuncia di inammissibilità), che riconosca di fatto ai giudici ampia discrezionalità nell’individuazione delle ipotesi in cui applicare il legittimo impedimento. In entrambi i casi tutti i processi pendenti riprenderanno il loro corso.

Il Cavaliere ci ha abituati ormai ad ogni forma di bizzarria istituzionale. La sua fantasia sembra davvero inesauribile. Adesso si profila persino l’ipotesi delle elezioni anticipate susseguenti al riconoscimento della fiducia.
L’idea è semplice quanto astrusa: ottenuta, per una manciata di voti (e con metodi molto discutibili e discussi), la fiducia alla Camera, il Presidente del Consiglio rimetterà il suo mandato nelle mani del Capo dello Stato, chiedendo di andare ad elezioni anticipate. Ma che senso ha tutto questo?
Non sarebbe stato più opportuno dimettersi subito dopo la presentazione della mozione di sfiducia da parte dei finiani? Anzi, essendo palesemente venuta meno la maggioranza politica, non sarebbe stato doveroso porre le condizioni per l’affermazione di una nuova fase istituzionale?
Continua a leggere: Il mondo alla rovescia: elezioni anticipate dopo la fiducia?
Fortunato, Silvio Berlusconi, che non sente in diretta i fulmini e i tuoni che scuotono Roma e l’Italia.
Ma il rimbombo e l’abbaglio arrivano fino a Seul, da dove il premier lancia ultimatum e impartisce ai suoi l’ordine di resistere nella casamatta.
Sembra una scena già vista. Fatte le debite proporzioni con i personaggi e con la storia, pare il replay da super otto con fotogrammi bruciati, degli ultimi giorni di Mussolini e/o quelli di Hitler, con le ultime sciagurate direttive dal bunker di Berlino.
C’è un punto, uno su tutti, che taglia la testa al toro.
Il Pdl intima “O governo Berlusconi o elezioni subito”. Ma quando una (stra)maggioranza di governo ad appena due anni dalle elezioni chiede il voto anticipato, cosa certifica se non il proprio fallimento politico? Tutto qui. Su questo Berlusconi dovrebbe tirare le conseguenze, con coerenza e dignità. Tutto il resto viene dopo.
Non dimenticandosi, però, che è il Parlamento che ha il potere di dare la fiducia ai governi e di revocarla. Insomma, in una democrazia parlamentare com’è ancora, più o meno, quella italiana, solo il Parlamento può cambiare il governo. E poi?
Se l’irresponsabilità di Berlusconi lo porterà a restare inchiodato alla poltrona di Palazzo Chigi, a saltare il passaggio del governo “tecnico” a tempo imboccando a grande velocità il tunnel del voto anticipato, voto sarà.
Alla fine del tunnel potrebbe esserci il precipizio. Anche per l’Unto del Signore.

Il contesto nel quale sono state rese le ultime mirabolanti esternazioni del Senatùr ha un che di simbolico: la Festa della zucca di Pecorara, nel Piacentino. Qui Bossi ha chiarito il suo pensiero sulla vicenda di Ruby e sulla telefonata di Berlusconi alla questura di Milano per il rilascio della ragazza marocchina.
La prima osservazione del leader della Lega è una facile applicazione di quel “benaltrismo” tanto in voga nei dibattiti politici nostrani: “I veri scandali - sostiene Bossi - sono quelli che si sono trovati di fronte quelli che hanno fatto il concorso per diventare notai e si sono trovati davanti quelli di Roma e quelli del Sud che avevano già il tema in mano. Quelli sono i veri scandali, qui hanno colpito Berlusconi per coprire e per nascondere i veri scandali del Paese” (da notare la ricorrenza del pronome “quelli” e dell’aggettivo “veri”, da cui si intuisce il malcelato intento di dirottare l’attenzione dell’opinione pubblica).
Bossi ragiona un po’ come quel fumatore accanito che a chi gli fa presente i danni provocati dalle sigarette risponde: “Ma perché non pensi allo smog? Quello è il vero problema, non il fumo!”. Il fatto che ci siano altri scandali non ha ovviamente alcuna implicazione logica sulla considerazione della gravità del “Rubygate”. La seconda osservazione, invece, è molto più interessante.
Continua a leggere: Per Bossi il "Rubygate" serve a non parlare dei veri scandali

Mentre le ultime notizie sulle prodezze orgiastico-tribali del Cavaliere fanno il giro del mondo e Gianfranco Fini denuncia l’imbarazzo del Paese, “dilaniato da mille polemiche”, vengono diffuse le prime anticipazioni del nuovo libro di Bruno Vespa.
Dalle rivelazioni immortalate nell’ultima fatica del conduttore di “Porta a porta” emerge una posizione di netta chiusura del Presidente del Consiglio sia nei confronti dell’ipotesi del governo tecnico, bollato come “un rovesciamento della democrazia”, sia nei confronti dell’ipotesi di modifica della legge elettorale.
“Non credo che il presidente della Repubblica potrebbe mai consentire un rovesciamento del risultato elettorale - precisa fiducioso il Cavaliere - con al governo chi ha perso le elezioni e all’opposizione chi le ha vinte. Sarebbe un rovesciamento della democrazia”. Parole che suonano oggi grottesche, surreali, oltre che inaccettabili alla luce delle attuali convenzioni costituzionali e della vigente legge elettorale.
Continua a leggere: Il Cavaliere e il bunga bunga: segnali di fine impero?