Merita attenzione l’intervista dell’ex Pci,Pds,Ds, oggi Pd con un piede di qua e uno di là Walter Veltroni fatta da Marco Damilano su L’Espresso. Qui facciamo riferimento solo alla parte finale.
Dice Veltroni: “L’anomalia non è Monti, sono stati i 17 anni in cui abbiamo avuto da una parte Berlusconi e sul fronte opposto gli anti-Berlusconi, cioè coalizioni costruite per mettere insieme tutti quelli che erano contro. Con un’eccezione: il governo Prodi del 1996-98. Considero quel governo di cui facevo parte il migliore della Repubblica. L’estremismo e poi il maldipancia dei partiti che il giorno dopo l’euro chiesero la fase due hanno provocato la sua caduta. E’ stato come spalancare l’autostrada al ritorno di Berlusconi, il punto di svolta. E’ in quel momento che tutto si è avvitato. Se fosse nato all’epoca il partito dell’Ulivo, il Partito democratico, la storia sarebbe cambiata …”.
Uolter dixit. Ma lui dov’era? In Africa?
Come previsto, fra Matteo Renzi impegnato alla Leopolda di Firenze per il Big bang dei “rottamatori” e Pier Luigi Bersani a Napoli per la scuola di formazione per creare nuovi “quadri” giovani nel Mezzogiorno, volano stracci.
Bersani non nomina il sindaco di Firenze ma davanti ai duemila giovani meridionali parla della loro missione per cambiare la società, e parla del modo in cui le forze giovanili - “Ovviamente” - devono prendere la guida delle forze progressiste del Paese. E poi la bordata: “Da soli non si salva il mondo”, dice Bersani. E aggiunge: “Questa distinzione tra giovani e adulti è una stupidaggine di proporzioni cosmiche”. Ancora: “Bisogna mettersi a disposizione, non si può pensare che un giovane per andare avanti deve scalciare, insultare, creare dissonanza. Siamo una squadra, un collettivo”.
Bocciatura o semplice richiamo? Infine la metafora: “Non si può mettere vino nuovo in otri vecchie: serve vino nuovo in otri nuove”.
La replica polemica di Renzi non si è fatta attendere: “Non so a chi stia parlando Bersani, io non sono un asino e non scalcio”. Per Renzi “mettersi a disposizione è una espressione molto bella se è riferita al Paese, alla città: ma se è mettersi a disposizione di un capocorrente, a uno che dà ordini, no”. Chiude con una stoccata ironica: “Se Bersani ci segue via streaming, visto che sfortunatamente quando c’è la Leopolda c’è sempre qualcos’altro, avrà visto interventi più o meno affascinanti, concreti, suggestivi. Non c’è stata polemica né contrapposizione, mi dispiace perché siamo stati meno cattivi del solito. Domani proverò a recuperare un po’ il marchio di fabbrica…”.
Nella polemica si inserisce anche Nichi Vendola, leader di Sinistra Ecologia e Libertà., che ammette: “Siamo antagonisti”. Perché Renzi “ha una cultura politica essenzialmente di destra”. E quindi “lo considero incapace di porre il tema della fuoriuscita dal disastro che il liberismo, in un trentennio, ha compiuto nel mondo intero”. Il leader di Sel, parlando a Radio24, ha aggiunto di sentire “una sensibilità comune a quella di Bersani” nella ricerca di “quella giustizia sociale che deve essere il cuore di una politica di alternativa”.
L’instancabile Renzi riparte subito all’attacco: “Rispetto Nichi, ma mi chiedo: forse è giovane mandare a casa il governo Prodi e levargli la fiducia come fece lui tanti anni fa?”. C’è ancora chi dice che questo è “sano” confronto utile al Pd e alla sinistra?
Incredibile ma vero! Pier Luigi Bersani ha un’idea! Il Pd, sondaggi alla mano, scopre che “Il 70% degli italiani non sa che il 12 e 13 giugno si voteranno i referendum. Se non andrà a votare il 50% + 1 degli aventi diritto il tuo voto sarà inutile”. Perché questo non accada è sceso nell’arena virtuale anche il segretario Bersani.
L’idea si chiama “Il 12 e 13 giugno invita 4 amici a votare 4 sì” e funziona così: ogni internauta fa circolare questo messaggio più che può – come status su Facebook o “cinguettio” su Twitter – e cerca così di incrinare il silenzio di Rai e Mediaset sui referendum. Agli oltre 34 mila “seguitori” del suo profilo su Twitter il segretario del Pd ha infatti scritto: “Per il 12 e 13 giugno invitiamo tutti almeno 4 amici a votare 4 sì ai #referendum http://bit.ly/lGbC5K”. E ancora: “Dobbiamo raggiungere + persone x raggiungere il quorum ai #referendum http://www.causes.com/referendum4amiciper4si “.Bene.
Ma perché il dietrofront di Bersani rispetto a tre anni fa, quando era al governo? Nel 2008 difendeva la privatizzazione parziale dell’acqua. L’anno prima rassicurava il Ministro dell’Energia americano sull’intenzione del governo Prodi di non archiviare i piani nucleari. Contrordini, compagni! Strumentalizzazione, tatticismo, opportunismo?
Pier Ferdinando Casini, intervistato da “Repubblica tv”, prova a chiarire la posizione dell’Udc (o Partito della Nazione?).
Sul processo breve il premier, secondo l’ex presidente della Camera, “deve dire con chiarezza agli italiani la sua visione, ma eviti di affossare definitivamente il sistema giudiziario per liberarsi dei processi che lo riguardano”. Ci sono questioni enormi che rischiano di andare al macero se si fanno questi provvedimenti, da Parmalat a Thyssen, e io non me la sento”.
Poi aggiunge: “Berlusconi non è un santo ma probabilmente non e’ neanche un diavolo. Ha probabilmente fatto cose discutibili come altri imprenditori, ma da quando è sceso in politica c’è stato un accanimento giudiziario, cosa che non è successa con altri”.
Conferma che, nonostante le ripetute offerte del premier, non voterà la fiducia ai famosi cinque punti che verranno presentati in Parlamento dal governo, “voteremo la sfiducia al governo come abbiamo sempre fatto, ma potremo dare qualche buon consiglio”.
Al Pd: “Aspetto di sapere dal Pd se il modello Marche è un modello o un’anomalia”, spiega, “se Bersani mi dirà che le Marche per lui sono un modello allora risponderò a questa domanda”.
Di certo, chiarisce, “se devo imbarcarmi in un’alleanza che sia la riproposizione del governo Prodi, dico ‘no grazie’”. Casini rifiuta una larga coalizione elettorale che arrivi fino ai partiti della sinistra.
Un Guzzanti profetico come non mai. Dopo la lettera di Bersani pubblicata ieri su Repubblica, nella quale il segretario del Pd proponeva la creazione di una nuova Alleanza democratica formata da tutte le forze politiche antiberlusconiane, dopo le prime aperture di Di Pietro e Casini, ecco arrivare oggi il plauso del Prof. Prodi.
Si torna a parlare concretamente dell’Ulivo. Nessuno ha ancora formalmente proposto a Prodi un ritorno alla guida della coalizione (anche se, in questi giorni, l’ipotesi è stata prospettata dai giornali), ma non si tratta più, a questo punto, di uno scenario di fantapolitica. In fondo il Professore è l’unico che finora sia riuscito a portare alla vittoria coalizioni elettorali di centrosinistra.
Ed è stato il solo, in Italia, a recarsi dinanzi alle Camere dando vita a crisi di governo parlamentari, quando i suoi Governi erano stati messi in discussione dalle rispettive maggioranze. Insomma, se si opta per la soluzione dell’Ulivo, Prodi è l’unico ad offrire solide garanzie. Questa volta le opposizioni, tuttavia, dovrebbero provare ad imparare dagli errori del passato (almeno tentare…).
Arieccoli, quelli dell’opposizione autolesionista. Premier, governo, maggioranza con l’acqua alla gola? Che fa il principale partito d’opposizione?
Mobilita la piazza, “sbaracca” il Parlamento, tesse alleanze sociali e politiche per preparare l’alternativa credibile e fattibile a Berlusconi? Macchè!
Il Pd è già … oltre, pensa a nuove primarie di partito e di coalizione, pensa a un nuovo ribaltone interno.
Addirittura un gruppo di deputati piddini prende posizione pro-Vendola.
Già, Nichi l’autocandidato (furbo o improvvido?) alla leadership della nuova sinistra-centro, bollato da Bersani perché (la autocandidatura del governatore) è “fuori contesto”.
«Aprire una discussione sulle primarie - ha detto Bersani - non è utile, al momento. Oggi dobbiamo parlare delle difficoltà del governo, dobbiamo incalzarlo; le difficoltà sono dall’altra parte». Giusto.
Ma chi l’ascolta (dentro e fuori il Pd), il segretario “assente”, l’ex ministro delle “lenzuolate” promesse e non realizzate all’epoca del governo Prodi?
E’ la solita minestra riscaldata: nella sinistra o sinistra-centro, invece di pescare nel mare mosso del Pdl, cercano di rubarsi i voti l’un l’altro.
Questi capi della sinistra, se non ci fossero, Berlusconi dovrebbe inventarseli …
Silvio Berlusconi: nivola. Voto 8. Il premier ricorda ed esalta la celebre Mille Miglia automobilistica: “simbolo di inventiva, passione, unità”. Quando passava Nuvolari. L’Italia del Drake, con il tricolore sul pennone. E la Lega dileggia l’Inno di Mameli e sputa sulla “bandiera”.
Piero Fassino: copilota. Voto 8. L’ex segretario Ds torna in campo e difende le scelte “di rigore” del governo Prodi: “Altrimenti saremmo come la Grecia. L’euro ha salvato il valore dei redditi e delle pensioni”. E la destra populista vuole riproporre i dazi. Lega “torcicollo”.

Brutto momento per Pier Luigi Bersani. Mentre i suoi compagni di partito provano a capire se la sua segreteria possa provare a vincere alle prossime elezioni politiche la maggioranza cancella il suo operato come ministro.
Angelino Alfano, responsabile della Giustizia italiana, ha infatti deciso di restaurare le tariffe minime degli ordini che l’attuale leader del Partito Democratico aveva abolito durante il precedente Governo Prodi.
“Ascolterò – ha dichiarato il Guardasigilli - le voci di tutti gli ordini e dopo un’attenta analisi proporremo delle riforme che siano in grado di tenere insieme la dignità ed il prestigio delle professioni insieme agli interessi del singolo cittadino. L’abolizione delle tariffe minime, senza dare alcun beneficio ai cittadini, ha tutelato i più forti. Ed in generale ha danneggiato i professionisti italiani”.
Nel Partito democratico non sono i visi lunghi a scuotere il loft, ma il fantasma della parola chiave del comunismo internazionale: “battaglia politica”.
Ecco, Walter Veltroni, il più distante dai riti del bolscevismo, sfodera la frase più cara a Lenin. Che è la riapertura delle ostilità interne, la dichiarazione di guerra ufficiale, un colpo secco che passa Bersani e il suo mentore D’Alema, da parte a parte. Eh sì, ci risiamo.
Invece di grandinare su Berlusconi e sul governo di destra, il fulmine delle urne si è abbattuto sul Pidì, partito trovato da Bersani col tetto scoperto, ma a cui il segretario non ha aggiunto una tegola. Così, invece di correre coi secchi per spegnere l’incendio, metà partito (più uno?) si defila, fa lievitare la panna montata e rancida dell’”io l’avevo detto”, rispolvera elmi e corazze, arrota le spade.
La linea del Piave non ha retto, il partito di Bersani/D’Alema è addirittura sceso sotto il dato capestro delle Europee. Molte le “perle”: nel Lazio si è addirittura perso contro una candidata senza … lista! Il voto è una sentenza: mette le ali alla destra, un plebiscito per Berlusconi, Di Pietro e Grillo a caccia (senza licenza) nei pascoli “liberi” del Pd.
Non sapendo dove puntare la barra, Bersani ha scambiato una balza della Padania per la catena del l’Everest, strizzando gli occhi “a sinistra” intimorito dagli slogan della piazza e del popolo “viola”, non accorgendosi dell’Italia di “metà campo”, silenziosa ma immensa prateria, lasciata a Berlusconi e alla destra.
Un suicidio politico. Una lezione a rovescio di Togliatti e Berlinguer, ma anche di De Gasperi, Fanfani e Moro.
Da qui, la riapertura, da parte di Veltroni, del cassetto segreto per riprendersi e rilanciare lo slogan del partito a “vocazione maggioritaria”, della difesa costiquelchecosti del “bipolarismo”, della porta in faccia da sbattere all’Udc che, giura Veltroni, “Finirà tra le braccia di Berlusconi”. Di questo passo, il Pd ripercorre il recente passato: Di Pietro sostituirà il fu Mastella e Grillo il fu Pecoraro Scanio.
Identità e alleanze volute dal nuovo corso bersaniano, cioè progetto e mattoni della nuova costruzione, non reggono alla prova dei fatti. L’opposizione del Pd non è stata in grado di costruire l’alternativa, anzi lascia sul campo uomini e territori. Adesso, scissione o no, il Pd è squagliato e impantanato. Insomma, un gran casino.
Attaccato all’interno e sfidato dall’alleato Di Pietro (più … Grillo), deriso da Berlusconi, Bersani rischia di portare il Partito democratico nello stesso luogo dove, da ministro del governo Prodi, portò le riformiste “lenzuolate”: nel cesso. A chi tocca, stavolta, tirar giù lo sciacquone?

L’inchiesta sulla Protezione Civile continua ad allargarsi e a mietere vittime illustri. Ultimo caso quello del giudice Toro che si è dimesso per difendere l’onorabilità sua e di suo figlio (a sua volta coinvolto). Toro era capo di gabinetto nel governo Prodi. Ma scava scava le notizie più interessanti si hanno a proposito del più chiacchierato (secondo gli inquirenti) corrotto di tutta l’inchiesta; vale a dire quel Balducci che si trova a tutt’oggi in carcere in attesa di far valere le proprie motivazioni.
Balducci, da alcuni definito “braccio destro” di Bertolaso il quale, secondo molti esponenti dell’opposizione “non poteva non sapere”, aveva però alacremente lavorato anche per il governo Prodi. In particolar modo era stato capo della struttura commissariale delle celebrazioni faraoniche per l’anniversario di Cavour.
In quell’occasione (e qui la Protezione Civile non c’entra nulla) furono commissionate 11 opere per una spesa complessiva di 800 milioni di euro circa. Tra queste abbiamo il Teatro della Musica fiorentino, appalto vinto dalla ditta Cerasi-Desideri, da sempre legata al carro della sinistra e che ha prosperato nell’era della Roma rutelliana. Desideri tra l’altro è l’architetto di Scalfari Eugenio.