La Lega attacca Monti, il “fighetto” che piace ai poteri forti e indossa il loden. C’è da dire che quest’ultimo è un capo poco adatto da portare sulla canottiera di Bossi. Ora però il governo deve darsi una mossa se non vuole passare alla storia come parentesi ininfluente. Senza infamia e senza loden
Se Guarguaglini resta in sella, la tragedia Finmeccanica rischia di trasformarsi in comica farsa. AnsAldo, Giovanni e Giacomo
Il Cav, si sa, preferisce fare campagna elettorale piuttosto che governare. E a lui piace continuare ad agitare il fantasma del comunismo. Com’è profondo il Marx
Vertice Onu sul clima: passa dal Sudafrica il cammino del mondo verso la salvezza del pianeta. Si farà qualche passetto avanti o sarà l’ennesimo fallimento? Appendere le scarpe al Kyoto
L’incontro dell’altro giorno con Sarkozy e con la Merkel ha dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, che Mario Monti si pone sullo stesso piano di dignità degli altri principali premier europei. Rispetto all’era Berlusconi, la differenza è abissale e il recupero per l’Italia, anche di immagine, enorme.
Monti è rispettato per la sua autorevolezza e credibilità personale. Si può esprimere la stessa valutazione sul suo governo “tecnico”? L’Europa sostiene Monti e incoraggia il suo governo anche perché se crolla l’Italia c’è la fine dell’Euro e forse la disintegrazione dell’intera area europea per come è oggi. Ma i titoli restano nella tempesta con tassi record per bot e i btp, oramai ai livelli dell’Irlanda del default.
Monti e il suo governo si sono davvero “incartati” come annunciano festanti i giornali berlusconiani? Certo è che il nuovo esecutivo segna il passo.
Il secondo consiglio dei ministri di ieri ha lasciato le cose come stavano prima: non un passo avanti sulle misure anticrisi, un mezzo passo avanti sul nodo dei sottosegretari. Monti continua a lanciare massaggi rassicuranti, certo di far decollare in tempi rapidi le misure economiche con il consenso delle parti sociali. Misure con i tre pilastri annunciati: consolidamento fiscale, strumenti per la crescita, equità sociale. Fatto sta che i tempi si allungano e nel Paese cresce il senso di incertezza e il timore per nuove stangate.
Il nodo resta politica. Da un lato i partiti della ex maggioranza, Lega in primis, (ma anche la sinistra radicale) soffiano sul fuoco del “tanto peggio e tanto meglio” con il Pdl ko che fa il doppio gioco e che di fatto mette i bastoni nelle ruote del nuovo governo. Ma anche Pd e Terzo Polo sono in fibrillazione, stanno alla finestra, cercando di sostenere Monti, ma nell’ottica di pensare innanzi tutto ai propri interessi.
Monti deve uscire subito dalla rigidità dei summit, coinvolgere il Parlamento, parlare chiaramente agli italiani. Guai, se il premier agisce dentro una campana di vetro! Il professore dica chiaramente come stanno le cose, chi rema per il Paese e chi rema contro. Chiami i partiti alle loro responsabilità e, se occorre, li metta con le spalle al muro. Non accetti ricatti da chi minaccia di “staccare la spina”. Monti scende in campo aperto, ancora più deciso e incisivo. Prima che sia troppo tardi.
Silvio Berlusconi: (al)capone. Voto 4- L’ex premier sta pensando di trasferirsi da Palazzo Chigi a Montecitorio per diventare il nuovo capogruppo del Pdl. Obiettivo: condizionare Monti e il suo governo, tenere in mano il Pdl squagliato. Cav in caduta libera. Verso l’ultimo girone?
Angelino Alfano: (il)capino. Voto 4- Il segretario del Pdl frana su tutta la linea, ammainata anche l’ultima bandiera rappresentata da Gianni Letta. Al “burattinaio” consigliere/complice di Berlusconi viene negato anche l’ultimo strapuntino del governo Monti. Tabula rasa?
Sarà Monti l’uomo del riscatto? L’uomo che ci farà allontanare dall’infernale truogolo dei Piigs per farci volare alto? (Mai)ali ai piedi
Casini si porta il vanto storico di aver fatto cadere il Cav dai suoi tacchi vertiginosi. E’ stato lui a sottrargli i parlamentari che lo hanno mandato a tappeto. Con gran sospiro di sollievo per la politica e la finanza di mezzo mondo. La Merkel “culona” è particolarmente grata al leader Udc. Il centro sopra Berlino
L’Idv ha insistito: “Né zio Gianni né nipote Enrico nel nuovo governo”. Di Pietro è stato perentorio su questo. Letta dura senza paura
E la Lega risponde all’ex magistrato: “Noi all’opposizione, voi a mangiare cacca”. Insomma, il Carroccio si tira indietro con la consueta eleganza. Merdi e fuggi
Lucio Dalla intervistato in radio su Berlusconi: “Come cantante è bravo”. Il problema è tutto il resto. Caro amico ti schifo
D’altronde ciò che di Dalla piace a Berlusconi è soprattutto il cognome, che il premier uscente interpreta come imperativo di uso frequente dalle parti di Arcore, Villa Certosa e Palazzo Grazioli. Luoghi di perdizione che il cantautore bolognese frequenterebbe con sospetto. Caro amico ti schivo
Gianni zio al governo non piace al Pd. Lui ed Enrico nipote assieme non piacciono a nessuno. Decisamente indigesti. CotoLetta
Monti in conferenza stampa: “Non ho mai usato l’espressione ‘lacrime e sangue’”. Niente sangue? Sarà, ma intanto il cetriolo sempre evocato da Crozza è lì dietro l’angolo. Tu chiamale, se vuoi, emo…rroidi
Bossi sul nascente governo: “Sarà un’ammucchiata”. Ecco perché il Cav ci si fionda. E spera pure che nell’ammucchiata siano tutti un po’ svestiti. Full Monti
Come faremo con un esecutivo senza i pestoni ai giornalisti e la vocina lieve di La Russa? E la freschezza naturale e gentile della Santanchè? E la paziente tolleranza di Brunetta? Ci mancheranno. Che peccato che questo gruppo così affiatato non abbia potuto completare l’opera. E chissà come mai non ci è riuscito. Eravamo quattro amici al bar(atro)
Democrazia sospesa con l’avvento di Monti? Elettori esautorati? In realtà è l’ennesima figuraccia per questa classe politica. E ora tutti i membri della casta devono fare un passo indietro e farsi guidare da qualcun altro. Mario(nette)
L’ex commissario Ue ha un obiettivo fondamentale: suonare tutta un’altra musica rispetto a quella sentita finora. Goldman…sax
Oggi inizia il dopo Berlusconi. Da qui si parte, anzi, si riparte. Non è cosa da poco: il Cavaliere è stato premier per 3336 gironi, secondo solo a Giolitti, ha interpretato pro domo sua la fine della prima Repubblica, con una dose quasi letale di antipolitica, demagogia, populismo.
Il “Ghe pensi mi” ha fallito totalmente, incapace di riformare l’Italia, incapace di affrontare la crisi internazionale. L’inquinamento del berlusconismo graverà per anni sugli italiani.
Le dimissioni di Berlusconi sono un fatto politico di grande rilievo, dimissioni scaturite anche sul piano formale da un atto politico-istituzionale: la sconfitta parlamentare del governo in occasione del voto sul Rendiconto generale dello Stato, la scorsa settimana. Il ko su un atto fondamentale, perché senza la sua approvazione non si può approvare né la legge di Bilancio né la legge Finanziaria.
Come ricorda oggi Eugenio Scalfari su La Repubblica: “In quell’occasione le opposizioni, rafforzate da un gruppo di dissidenti usciti dalle file del Pdl, decisero di astenersi e in questo modo di contarsi e di contare i voti della maggioranza. Il risultato fu duplice: da un lato il Rendiconto fu approvato come era assai opportuno per non bloccare la macchina dello Stato; dall’altro il risultato della conta fu di 308 voti della maggioranza e di 321 voti dell’opposizione. Poiché la maggioranza, per esser tale, deve avere almeno 316 voti, da quel giorno ha cessato di esistere tant’è che Berlusconi, responsabilmente, andò al Quirinale e presentò le proprie dimissioni “a scadenza”. La scadenza è arrivata oggi ed oggi infatti quelle dimissioni sono diventate esecutive”.
Da qui, appunto, dalla debacle politica di 17 anni di berlusconismo e dalla sconfitta del governo Berlusconi alla Camera della settimana scorsa, si ricomincia.
Quella del nuovo governo Monti è una sfida difficile, impossibile se la politica non antepone gli interessi del Paese a quelli particolari. Le frange oltranziste di Lega e Pdl da oggi mobiliteranno i guastatori per approntare trappole sul cammino del governo Monti. La ringhiosità di Bossi smarrito, lo squagliamento del gregge del Pdl con il pastore azzoppato e disarcionato, ma anche la sinistra spiazzata orfana di Berlusconi, non lasciano intravedere nulla di buono. All’Italia oggi non servono né vendette né rivincite.
Quelle di Monti non saranno scelte “tecniche”, bensì atti politici che incideranno pesantemente nella vita degli italiani. Serve completa discontinuità rispetto al governo Berlusconi: risanamento con sacrifici equi, finalizzati alla crescita.
Non sarà davvero un ballo di gala. Ma l’alternativa è il fallimento di una nazione, il ko di un continente.
Gli ottimisti sono certi che già lunedì prossimo ci sarà il nuovo governo Monti. Domani la legge di stabilità sarà alla Camera per la sua approvazione finale, condizione che il premier Silvio Berlusconi e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, avevano definito come ultimo atto dell’attuale esecutivo prima delle dimissioni del Cavaliere.
Napolitano, dopo consultazioni lampo, potrebbe conferire l’incarico di formare il nuovo governo a Monti già domenica.
Ma i pessimisti non mancano. A parte le fibrillazioni nel Pdl, ancora in alto mare, incerti fra il sì a Monti, il no, l’astensione o addirittura un rilancio della vecchia maggioranza con Dini premier, resta i “no” della Lega e Italia dei Valori, indisponibili a un governo di larghe intese.
Per la cronaca, circolano anche voci di possibili ripescaggi nel nuovo esecutivo di attuali ministri quali Maroni, Gelmini e Frattini, mentre La Russa avrebbe detto no.
La Lega fa muro. Maroni parla di elezioni entro 45 giorni. Bossi insiste a dire che un altro governo è possibile, sostenuto dalla stessa maggioranza del 14 dicembre, e quindi con l’appoggio del Carroccio, con un premier diverso da Silvio Berlusconi. Ovvero quel Lamberto Dini rilanciato ieri sera dallo stesso premier.
Il Carroccio è certo che “al Senato Monti non avrà i numeri”. Perchè, è il pallottoliere dei leghisti, “a palazzo Madama sono solo 25 i pidiellini che sosterebbero” Monti. Una pattuglia “troppo ristretta, non ce la farebbero”. La carta della disperazione, l’opzione Dini, potrebbe far rientrare parte dei pidiellini malpancisti: “Possiamo superare quota 325 deputati, con la stessa maggioranza politica del 14 dicembre”. Quando si dice gli interessi del Paese …
Ma Berlusconi che fa? Che si dimetta da premier non ci sono più dubbi. Con Giorgio Napolitano non si … “scherza”. Ma il Pdl appoggia o no un nuovo governo a guida Mario Monti, dato che questa è l’ipotesi più accreditata?
Il Cavaliere fino a poche ore fa sembrava aver sciolto favorevolmente anche questo nodo, con il suo ok a un governo di “larghe intese”. Ma nel pomeriggio arriva dal Pdl, se non proprio una giravolta, una doccia fredda. il segretario Angelino Alfano al termine del vertice a Palazzo Grazioli frena: “Il Pdl ha svolto un comitato di presidenza la settimana scorsa e abbiamo affermato che dopo questo governo ci sarebbero state le elezioni. Noi stiamo fermi a quella posizione, ma non intendiamo sovrapporre la nostra voce a ciò che il presidente della Repubblica intenderà fare”.
E Berlusconi fa sapere che si deciderà solo dopo aver sentito tutti gli alleati e dopo le consultazione del capo dello Stato in una successiva riunione dell’ufficio di presidenza del Pdl. Tatticismo? Non solo, perché il Pdl rischia di disintegrarsi, fra chi addirittura minaccia di abbandonare il seggio parlamentare, chi fa quadrato per andare subito alle urne e chi ha già la valigia in mano per passare all’Udc.
Uno dei grandi manovratori di queste ore, Pier Ferdinando Casini, non ha dubbi: “Berlusconi ha capito che, se non fa il governo di larghe intese, metà partito lo saluta, il Pdl gli si sfalda tra le mani”. “Oggi - spiega - la nostra vittoria non e’ il parlamentare in più o in meno che viene da noi. E’ la vittoria di una linea. Si tratta della scommessa del 2008 sulla fine del bipolarismo; e adesso l’investimento sul governo di responsabilità nazionale”. Casini dice poi che non tornerebbe nel centrodestra “neanche se mi offrissero la leadership”, e che “non l’accetterebbe nemmeno a sinistra”. “I due poli hanno fallito. Noi - chiude - non dobbiamo trattare alleanze con la destra o con la sinistra; noi dobbiamo essere la cerniera della grande coalizione”.
Ma con il Cavaliere, mai dire mai …
Di fronte alla realtà pesantissima delle Borse e dello spread emerge con sempre maggior chiarezza cos’è stato questo governo, cosa sono stati questi 17 anni di berlusconismo e di seconda Repubblica. Gli italiani ne pagheranno i costi per molti mesi, forse per molti anni.
Ora, l’imperativo è restituire subito credibilità al Paese per far fronte intanto all’emergenza drammatica della crisi economica. Come noto, il naufrago si aggrappa a qualsiasi appiglio, pur di non affondare.
La gravità della crisi che impone l’urgenza di un nuovo governo, non deve però sfociare in una soluzione pasticciata, incapace di prendere decisioni alternative a quanto fatto fin qui dal governo di destra di Berlusconi e Bossi. La tempestività non deve andare a discapito della chiarezza delle scelte programmatiche e politiche.
Innanzi tutto non si possono accettare ipoteche o condizionamenti da parte di Silvio Berlusconi, responsabile principale di questo sfascio del Paese.
Il governo tecnico e il governo di unità nazionale sono due cose diverse: il primo ha un mandato solo per traghettare da una sponda all’altra, magari facendo una nuova legge elettorale. Il secondo può fare le riforme. Il governo di unità nazionale (con chi ci sta) guidato da una personalità indubbiamente credibile come Mario Monti non può nascere con il raccogliticcio di spezzoni del Pdl o della vecchia maggioranza. O ci sono le condizioni per aggregare su un programma di risanamento e di ripresa dell’economia e di sviluppo dell’occupazione le forze presenti in Parlamento o si rischia di dar vita a un esecutivo da ribaltone, a tempo, sotto il fuoco incrociato dei cecchini. SE così fosse, allora meglio il voto subito.
Pensare a un Berlusconi che fa il passo indietro perché finalmente antepone gli interessi generali a quelli personali è pura illusione. Il Cavaliere va “devitalizzato” politicamente, altrimenti qualsiasi governo si ritroverà sotto i colpi di una rinnovata valanga populista-demagogica del duo B&B, capaci di spingere l’Italia in una spirale da America Latina degli scorsi decenni.
L’Italia ha bisogno di una maggioranza ampia sia sul piano politico che su quello della rappresentanza sociale. La destra e il berlusconismo hanno fallito. Tocca adesso al centrosinistra riformista tornare in campo tenendo però conto anche dei propri fallimenti passati.