
Centinaia di civili sono stati uccisi nell’offensiva lanciata dall’esercito cingalese contro i ribelli delle Tigri Tamil. Secondo la Croce rossa Internazionale e il personale sanitario, almeno 500 persone sono morte e 1.212 sono rimaste ferite in una serie di attacchi sabato notte. Se le cifre sono esatte si tratterebbe del giorno più sanguinoso da quando il governo ha lanciato la sua campagna militare per eliminare i ribelli delle Tigri Tamil in Sri Lanka.
Di poco fa l’ennesima tragica notizia confermata dall’Onu: il bombardamento sull’ospedale da campo di Mullivaikal, l’unico attivo nella ‘Safe Zone’, il piccolo tratto di costa, nel nord-est dell’isola, dove migliaia di civili tamil sono intrappolati nei feroci combattimenti tra esercito governativo e ribelli delle Tigri tamil (Ltte). Qui un video dal Guardian della situazione da fine del mondo.
Sono almeno 50mila i civili intrappolati nella zona degli scontri. Il conflitto tra le Tigri e il governo di Colombo, dal 1983 a oggi, ha causato la morte di almeno 70mila persone. La comunità internazionale nel frattempo è “distratta” e nicchia.
Immagine|Flickr

Orrore senza fine. La Croce Rossa Internazionale conferma: le accuse dei talebani, secondo cui i raid aerei statunitensi degli ultimi due giorni sull’Afghanistan avrebbero causato decine di vittime civili, in maggioranza donne e bambini, sono vere.
Secondo fonti locali, al termine dell’offensiva nella provincia occidentale di Farah una folla di civili del villaggio di Gerani ha raggiunto la capitale provinciale con un convoglio di mezzi, per mostrare alle autorità i corpi delle vittime dei bombardamenti Usa.
Gli abitanti del villaggio avevano invitato donne e bambini a rifugiarsi per sicurezza in alcuni edifici, al di fuori della zona coinvolta dalla battaglia, che poco dopo sarebbero stati colpiti.

Ettore Mo non ha bisogno di presentazioni. Classe 1932 è uno storico inviato speciale del Corriere della Sera, testata per la quale ha per vent’anni girato il mondo e le zone di guerra raccontando storie e conflitti dall’Afghanistan alla Bosnia. E’ uno di quegli inviati vecchio stampo che, come diceva Egisto Corradi, hanno fatto giornalismo “con la suola delle scarpe”, sempre verificando le notizie con i propri occhi nel tentativo di capire e spiegare il mondo ai propri lettori.
In un periodo in cui provengono notizie inquietanti e contraddittorie dal’Afghanistan e dal Medio Oriente, la cosa migliore da fare mi è sembrata intervistarlo per conoscere le sue impressioni e i suoi commenti.
Ettore Mo, lei come inviato speciale ha avuto modo di conoscere bene l’Afghanistan e le sue problematiche. Può ricordare ai nostri lettori quando e quante volte è stato in quel Paese?
Sono stato in Afghanistan nel 1979, sei mesi prima dell’ invasione sovietica; sono poi tornato dopo l’invasione e ci sono stato molte volte nel corso degli anni. L’ultima volta è stato due o tre anni fa, quando a Kabul ho incontrato Mas’ud Chalili, il braccio destro di Ahmed Shah Massoud (il “leone del Panshir” comandante dell’Alleanza del Nord ucciso dai Talebani alla vigilia dell’11 settembre 2001, NDR); a differenza di quest’ultimo Chalili era scampato all’attentato…
Continua a leggere: Intervista: Ettore Mo e la guerra al terrore al tempo di Obama

Due giorni dopo il terremoto in Abruzzo, mercoledì scorso, le Commissioni Difesa di Senato e Camera hanno espresso parere favorevole (con l’astensione del Pd) sul piano governativo per l’acquisto di 131 caccia-bombardieri F-35 e per l’ampliamento della base aerea di Cameri (Novara) dove i velivoli verranno assemblati.
Un piano di riarmo che in diciotto anni ci costerà oltre 17 miliardi di dollari, pari a 13 miliardi di euro. Una spesa enorme “a cui si farà fronte - si legge nel documento - attraverso risorse già individuate nell’ambito delle disponibilità dello stato di previsione del Ministero della Difesa nonché attingendo ad altre fonti di finanziamento”.
Non è previsto nessun esame in aula. Constatiamo quindi che la parola crisi torna comoda solo quando si parla di tagli al sociale, di aziende che chiudono e disoccupazione in aumento. Per rendere felice Finmeccanica e le lobby affini si va oltre la crisi, con un efficienza e un entusiasmo bipartisan. Perchè un lavoratore licenziato e lasciato solo dallo stato non dovrebbe infuriarsi?
Immagine|Altracittà

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha presentato un programma di riarmo aeronautico (frutto di accordi presi anche dai governi Prodi e D’Alema) che prevede l’acquisto di 131 caccia- bombardieri da attacco F-35 Lightning II nell’arco dei prossimi diciotto anni. Spesa complessiva: oltre 13 miliardi di euro, per la gioia delle tasche di Finmeccanica e delle lobby affini. Velivoli ’stealth’ di quinta generazione che dal 2014 dovrebbero progressivamente sostituire tutta la flotta aerea d’attacco italiana, attualmente composta dai Tornado e dagli Amx dell’Aeronautica e dagli Harrier-II della Marina.
Nei mesi scorsi il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini, ha definito l’acquisizione degli F-35 “assolutamente vitale per la difesa” del nostro Paese. In realtà, per la ‘difesa’ dello spazio aereo italiano sono già stati spesi oltre 7 miliardi di euro per l’acquisto di 121 caccia Eurofighter in sostituzione dei vecchi F-104. Il testo che La Russa ha sottoposto alle commissioni parlamentari enuncia chiaramente la destinazione d’impiego degli F-35 “nelle missioni internazionali a salvaguardia della pace” in virtù della loro “spiccata capacità di impiego fuori area”. E la crisi?
Continua a leggere: La Russa e i 13 miliardi di euro per il riarmo. Alla faccia della crisi
Il Messico sembra sull’orlo di una guerra civile che vede contrapposte truppe federali e polizia alle milizie dei narcotrafficanti che controllano i traffici, legati soprattutto alla droga, di Ciudad Juarez, città di 1,5 milioni di abitanti sul confine con il Texas.
La situazione sarebbe degenerata a causa della ferocia e della spiccata tendenza all’omicidio dei 100 mila “soldati della droga”: pesantemente armati, avrebbero addirittura sospeso gli scontri tra le due fazioni principali per concentrarsi negli attacchi contro polizia ed esercito.
Nei giorni scorsi altri 8.000 militari sono stati schierati a Ciudad Juarez: la violenza dei narcotrafficanti avrebbe provocato, nel 2008, 7.000 morti in Messico e il governatore del Texas ha chiesto a Barack Obama di schierare le truppe ai confini per evitare che la situazione degeneri anche in territorio americano.
Via | Sole 24 Ore
1502 morti nel 2008, 13.413 in vent’anni. Sono i dati agghiaccianti sui migranti morti nel tentativo di entrare in Europa, la fonte è Fortress Europe, una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera. Motivazioni? Sicurezza. Questa la parolina magica che rimbalza tra un ministro e l’altro per giustificare le politiche dei governi in materia di immigrazione.
Nel caso nostrano i risultati della paura seminata in questi anni da media e governi; ecco perchè sentire parlare di “buonismo di sinistra” è quantomeno singolare ed è parte delle strategie di falsificazione della realtà operata da una parte dei media. I dati di Fortress Europe confermano l’impressione che l’immigrazione, se da un lato rappresenta un business per governi e industrie, dall’altro ci porta i dati di un’ecatombe, una guerra in tutto e per tutto.
Continua a leggere: Fortress Europe: la strage di immigrati alle frontiere dell'Europa
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama continua a smantellare, anche piuttosto rapidamente, la pesante eredità lasciata dal suo predecessore W. Bush. Dopo aver deciso di mettere una pietra sopra alla guerra al terrorismo basata sulla tortura e sulle carceri segrete, Obama ha rilanciato l’apertura verso i paesi islamici con una intervista alla televisione satellitare Al Arabiya.
Parlando dei rapporti con l’Islam, il nuovo presidente Usa ha spiegato che per gli Stati Uniti i paesi musulmani non rappresentano il nemico, ricordando anche gli anni trascorsi in Indonesia, il più grande paese islamico del mondo. Durante l’intervista non è mancato un riferimento alla questione Israele - Palestina e alla necessità di riprendere i negoziati. Un tasto dolente però, dato che la Tv ha poi sottolineato come Obama abbia rimarcato il suo supporto ad Israele senza menzionare le sofferenze dei palestinesi, la guerra contro Gaza e i continui blocchi che vengono imposti ai territori arabi.
Riferendosi ad Al Qaeda e alle azione dei gruppi che fanno riferimento all’organizzazione, Obama ha osservato che nessuna delle azioni compiute da loro ha portato ad un miglioramento dell’istruzione o delle condizioni di vita dei bambini musulmani: Come ho detto nel mio discorso di insediamento, si viene giudicati per quello che si costruisce, non per quello che si distrugge.
Chissà se si riferiva a Bin Laden o a George W. Bush…
Qui trovate il testo integrale dell’intervista.

Abbiamo già detto dell’uso sproporzionato della forza e dell’utilizzo di armi non convenzionali da parte dell’esercito di Israele durante la guerra nella Striscia di Gaza. Ora sembrano emergere anche altre “stranezze” di questo conflitto, che questa volta riguardano Hamas e che è doveroso riportare in attesa di approfondimenti e sviluppi.
Secondo Lorenzo Cremonesi, del Corriere, i dati sui morti tra civili e guerriglieri non tornano e ci sarebbe stato una stima volutamente gonfiata delle vittime per poter imputare ad Israele di aver compiuto un massacro. Gli oltre 1200 morti sarebbero più realisticamente “solo” 6/700 e tra questi ci sarebbero molti ragazzini che Hamas avrebbe mandato al macello contro l’esercito più potente di tutta l’area.
Inoltre i combattenti palestinesi, male armati e pronti al sacrificio, si sarebbero volutamente piazzati nei pressi di case e palazzi proprio per suscitare la reazione di elicotteri e carri israeliani e consentire ad Hamas di denunciare la morte di civili inermi.
Un altro punto di vista sul conflitto nella Striscia: vedremo se nei prossimi giorni queste testimonianze verranno confermate e vi terremo aggiornati…
Seconda e ultima parte dell’intervista con Giovanni Fontana (la prima la trovate qui); una chiacchierata che cerca di capire cosa stia succedendo a Gaza e in Cisgiordania, insomma in Palestina, senza il filtro dei canali informativi abituali. A nessuno serve essere tifosi di questo o quello, tantomeno quando c’è di mezzo una guerra, mentre al di là delle nostre opinioni individuali mi sembra molto utile ascoltare chi veramente si trova sul posto, e non ha alcun interesse a raccontarci fole o a convincerci di qualcosa.
Allora, Giovanni, riprendiamo il discorso, e cerchiamo di riprodurre il clima che si respira a beneficio di chi legge e abita a migliaia di chilometri di distanza. Tu ti trovi a Betlemme, un luogo che per la sua grande prevalenza palestinese meglio di ogni altro rappresenta il termometro della situazione. Come vive la popolazione locale la guerra? Si avverte la divisione tra Hamas e Al Fatah, e in caso affermativo cosa pensano le due fazioni l’una dell’altra e dell’attacco in generale?
A Betlemme, dagli accordi di Oslo del ‘94 (attuativi nel ‘96), la giurisdizione è passata sia militarmente che civilmente ai palestinesi. Qualche anno dopo è anche stato imposto il divieto agli israeliani di passarci. Gush Etzion e Har Homa sono due colonie molto vicine, ma al di là del Muro. Qui in città sono tutti con Fatah o con il FPLP (i comunisti, che una ventina d’anni fa erano molto più forti). Per quanto qui tutti, anche coloro che in Italia sarebbero considerati essi stessi come fondamentalisti, dicano che quelli di Hamas sono dei pericolosi fondamentalisti religiosi, tutti considerano gli abitanti, i bambini, di Gaza come membri del proprio popolo. Certo, a livello politico l’uccisione di 85 membri di Fatah da parte di Hamas, ha avuto il suo peso, ma non tanto da portare le persone a schierarsi così in favore di una guerra che colpisce anche una gran parte di civili.
C’è da dire, anche, che molto spesso la politica, qui, è vista in maniera clientelare: nessuno si stupisce se tu voti Fatah perché tuo zio lavora nella pubblica amministrazione.
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